La Rivista Del Manifesto
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Lo Stato islamico minaccia il ministro Di Maio, come si sente dire dai telegiornali? Mettiamo un po’ di ordine

Ogni settimana, di solito il giovedì sera, lo Stato islamico pubblica un bollettino settimanale in formato pdf che si chiama al Naba. E’ arrivato al numero 294. Sono dodici pagine molto piatte, che si occupano di compilare gli attacchi compiuti dal gruppo in tutte le aree del mondo dove è presente: per esempio due soldati uccisi in Nigeria, due guardie uccise nel Sinai, un camion fatto saltare in aria in Afghanistan e così via. Lo stile è quello esagerato e ampolloso della propaganda dello Stato islamico e per questo le notizie diventano: “Con l’aiuto del Signore l’altissimo, i combattenti del Califfato hanno ucciso due miscredenti dell’esercito apostata nigeriano” e continuano così. Il problema di al Naba è che la dottrina dello Stato islamico è immutabile e le cose da dire sono sempre quelle. Lo Stato islamico vincerà. La certezza della vittoria viene da Dio. I miscredenti complottano contro lo Stato islamico ma saranno spazzati via.

Tra questi punti fissi, c’è anche la profezia che riguarda la conquista di Roma da parte dello Stato islamico e la battaglia dell’Apocalisse che si combatterà nella piana di Dabiq, un piccolo villaggio nel nord della Siria. Sono due greatest hit. La conquista di Roma è una profezia citata spesso nella propaganda dello Stato islamico. Una delle citazioni più famose arriva in un video famigerato del febbraio 2014: gli incappucciati dello Stato islamico decapitano venti cristiani copti egiziani sulla spiaggia di Sirte in Libia e alla fine uno di loro punta il coltello al di là del mare e dice che arriveranno a Roma. Nel 2017 due ricercatori italiani dell’Ispi si sono messi a contare i riferimenti all’Italia e agli italiani e ne hanno trovati 432 (e questo succedeva quattro anni fa): 299 riguardavano Roma. C’era un video dello Stato islamico in Libia di qualche anno fa che mostrava Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Nessuno ci fece caso.

A pagina tre di al Naba da un po’ di tempo c’è un editoriale che commenta i fatti della settimana e in questo numero l’autore anonimo si occupava della Conferenza dei paesi della coalizione anti Stato islamico che si è tenuta a fine giugno a Roma. L’editoriale ha per tema la certezza della fede, che i grandi leader del gruppo avevano e che va mantenuta intatta anche oggi. Com’è ovvio, la profezia sulla presa di Roma viene citata assieme alla profezia su Dabiq. Questo non rende la menzione di Roma più attuale o minacciosa rispetto a due settimane fa oppure due mesi fa oppure due anni fa. Non è che Roma adesso “entra nel mirino” o “diventa un bersaglio” o altre invenzioni di questo tipo. Se lo Stato islamico potesse organizzare un attentato a Roma lo farebbe (e lo avrebbe già fatto), ma se abbiamo bisogno della citazione sul bollettino per ricordarcene allora c’è un fraintedimento sul quel gruppo terrorista. Sono fanatici. In questi anni non hanno mai smesso di desiderare stragi nelle città dell’Europa, inclusa Roma. La dottrina non cambia, è sempre quella.

E arriviamo sul passaggio che riguarda Di Maio. Al Naba gongola perché anche “il ministro degli Esteri italiano” si è reso conto, scrive, che lo Stato islamico si è espanso anche in Africa e quindi combatterlo in Siria e in Iraq non è più sufficiente. Non c’è una minaccia diretta contro Di Maio nel senso che ovviamente lo Stato islamico vorrebbe tantissimo colpire gli europei e gli italiani, ma questo vale in generale per Di Maio, per il panettiere sotto casa, per gli avventori del bar all’angolo e per tutti gli altri. Ed è così da anni. Chi dice che c’è una qualche novità non ha seguito cosa succedeva in tutto questo tempo. E’ la stessa linea di un anno fa o di cinque anni fa e fra cinque anni sarà ancora così, perché lo Stato islamico interpreta il mondo secondo uno schema che non può essere modificato per ragioni teologiche. Del resto, che cosa avrebbe fatto il ministro Di Maio per diventare un bersaglio speciale dello Stato islamico? Se un bravo ricercatore, Aymenn al Tamimi, non avesse deciso per ragioni totalmente casuali di tradurre questo editoriale di al Naba dall’arabo giovedì sera, nessuno avrebbe visto quella menzione dell’Italia dopo altre centinaia e il caso non sarebbe nato.