La Rivista Del Manifesto
Nero Su Bianco

I pigmei della politica

La virata sulla giustizia di Enrico Letta suona come una nota stonata. Proprio come è stonato il nuovo protagonismo velleitario di Giuseppe Conte

Ho grande rispetto per Enrico Letta, ma la virata sulla giustizia, cioè la richiesta di modificare la riforma Cartabia (che serve solo a cancellare gli obbrobri del suo predecessore), suona come una nota stonata. Proprio come è stonato il nuovo protagonismo velleitario di Giuseppe Conte, che si è eretto a paladino della parte più intransigente della magistratura. Per lui è stata l’occasione per la solita parata, con tanto d’incontro a quattr’occhi a Palazzo Chigi, con cui legittimare la propria leadership nel movimento, ma non ne caverà un ragno dal buco, se Mario Draghi e la Guardasigilli – come credo – terranno il punto. Il motivo è semplice: l’ex-premier dispone solo di pallottole spuntate. Non ha la forza per vincere quella parodia del duello all’OK Corral escogitata dalla mente di Rocco Casalino.

Intanto perché la riforma della giustizia «ce la chiede l’Europa» – per usare una vecchia espressione cara a Letta – come condizione pregiudiziale per accedere ai fondi del Next Generation. In secondo luogo perché il Paese è cambiato, non è più quello che determinò nel 2018 il successo grillino. In tre settimane sono state raccolte 300mila firme per i referendum sulla giustizia. Un record. E i quesiti presentati da Radicali e Lega se approvati – ipotesi molto probabile – determineranno una riforma ben più radicale del nostro sistema giudiziario di quella prevista dal Governo. Insomma, siamo in un’altra epoca anche se Conte fatica a rendersene conto.

Le stesse debolezze l’ex-premier le sconta anche in Parlamento. Perché il semestre bianco che comincerà il 3 agosto, può evitargli le urne fino all’elezione del nuovo capo dello Stato, ma subito dopo se si aprisse ora una crisi di governo sulla giustizia, con un Paese schierato su posizioni referendarie, la conseguenza sarebbe una crisi di rappresentanza delle Camere, cioè il più classico dei presupposti per provocarne lo scioglimento. Un’ipotesi che terrorizza tre quarti dei gruppi parlamentari grillini. Poi, magari tra le tante innovazioni a cui i 5 Stelle ci hanno abituato, ci sarà pure quella di un leader che porta il suo partito alle urne per una sconfitta certa: in politica, come in amore, tutto è permesso, anche il suicidio. Mentre se sono vere le voci per cui Conte sta meditando di eleggere Draghi al Quirinale nel tentativo di riprendersi Palazzo Chigi con il rischio di beccarsi, invece, le elezioni, allora assisteremmo ad un suicidio assistito.

Sono gli errori comprensibili di un neofita della politica come l’ex premier. Ha, invece, meno scusanti Letta che fa politica da quando aveva i calzoncini corti. A meno che la strambata del segretario del Pd, che ha mandato su tutte le furie Draghi e tradito la vocazione riformista di una parte del Pd, punti a conquistare i voti grillini per le elezioni suppletive di Siena. Obiettivo altrettanto modesto degli sforzi di Conte di rendere credibile la propria leadership. Siamo ai pigmei della politica.

fonte: ilgiornale