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Giornata mondiale dell’epatite 2021, i numeri dell’Oms sulla patologia

Ricorre oggi, 28 luglio, la giornata mondiale dedicata alla malattia, un’infezione virale che, se non curata, può diventare cronica e causare cirrosi epatica e tumore del fegato. Come conferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la patologia coinvolge oltre 354 milioni di persone nel mondo e, ogni giorno, si verificano oltre 8mila nuove infezioni di epatite B e C, due dei cinque ceppi principali del virus dell’epatite.

Oggi, 28 luglio, “l’Organizzazione Mondiale della Sanità si unisce alla comunità mondiale per celebrare la Giornata mondiale dell’epatite”. Inizia così il comunicato dell’Oms che annuncia questa ricorrenza dedicata ad una patologia che coinvolge oltre 354 milioni di persone nel mondo e per cui, ogni giorno, si verificano oltre 8mila nuove infezioni di epatite B e C, due dei cinque ceppi principali del virus dell’epatite, infezione virale che, se non curata, può diventare cronica e causare cirrosi epatica e tumore del fegato. Con lo slogan “L’epatite non può aspettare”, l’Oms vuole sensibilizzare così tutti i Paesi del mondo a lavorare insieme per eliminare l’epatite virale in quanto “minaccia per la salute pubblica”, entro il 2030. Un futuro libero dall’epatite è realizzabile solamente “con uno sforzo congiunto”, dicono gli esperti.

I numeri dell’Oms

Come detto, esistono cinque ceppi principali del virus dell’epatite: A, B, C, D ed E. Insieme, l’epatite B e C, considerate le più pericolose, provocano 1,1 milioni di decessi e 3 milioni di nuove infezioni all’anno nel mondo, secondo l’Oms. A pesare sono le mancate diagnosi e le mancate cure. Nel mondo, infatti, solo al 10% delle persone che hanno un’infezione cronica da epatite B viene diagnosticata e, di questi, solo il 22% riceve un trattamento. E a 6 bambini su 10, alla nascita, non viene somministrato il vaccino. Dunque, ribadisce l’Oms, “sebbene siano stati compiuti progressi nella risposta all’epatite, c’è ancora molta strada da fare”. In troppi Paesi nel mondo, infatti, gli interventi prioritari contro la malattia che si manifesta attraverso l’infiammazione del fegato, restano inaccessibili alle popolazioni più gravemente colpite o a rischio più elevato. Per quanto riguarda l’epatite C, l’Oms ha fissato l’obiettivo di eliminare il virus che la causa, l’Hcv, come problema di salute pubblica, proprio entro il 2030, con l’obiettivo di diagnosticare il 90% di pazienti con epatite e trattare l’80% di quelli diagnosticati. Stando ai dati, però, nel 2019 solo il 21% dei 58 milioni di persone con infezione cronica da Hcv è stato diagnosticato. E, di questi pazienti, solo 9,4 milioni, pari al 62%, sono stati curati con antivirali ad azione diretta, in gradi di sconfiggere il virus. Ecco perché proprio l’Oms ha voluto stilare nuove guida per promuovere il self-testing per l’epatite C, uno strumento efficace per accelerare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi globali.

L’epatite A

Come spiega l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), “le epatiti virali sono processi infettivi a carico del fegato che, pur avendo quadri clinici simili, differiscono dal punto di vista etiologico, diversi virus responsabili dell’infezione, epidemiologico, diversa distribuzione e frequenza di infezione e malattia ed immuno-patogenetico. Esistono le epatiti autoimmuni che riflettono un disturbo del sistema immunitario che in alcuni soggetti geneticamente predisposti decide di attaccare il fegato, causandone infiammazione acuta e poi cronica. Tra le epatiti virali, invece, il virus responsabile dell’epatite A (Hav) è un “picornavirus classificato come prototipo del nuovo genere degli Hepatovirus”. La malattia ha un periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni e un decorso generalmente benigno. Sono frequenti le forme asintomatiche, soprattutto nel corso di epidemie e nei bambini, spiega l’Iss, anche se a volte si possono verificare forme più gravi e fatali. La malattia è letale in una percentuale di casi che si attesta fra lo 0,1% e lo 0,3%, ma può arrivare fino all’1,8% negli adulti sopra ai 50 anni. In genere il decorso dura 1-2 settimane, si manifesta con febbre, malessere, nausea, dolori addominali e ittero. I pazienti guariscono del tutto senza mai cronicizzare, il virus è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell’esordio dei sintomi e fino a una settimana dopo, mentre è presente nel sangue solo per pochi giorni. Di solito, il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o di alcuni cibi crudi o non cotti adeguatamente.

L’epatite B

Il virus dell’epatite B (Hbv) è “un virus a Dna appartenente alla famiglia degli Hepadnaviridae”, spiega ancora l’Iss. L’infezione è, nella maggior parte dei casi, asintomatica. L’evoluzione dell’infezione in malattia si manifesta all’esordio con disturbi addominali, nausea, vomito e a volte con ittero accompagnato da febbre di live entità. Tuttavia, solo il 30-50% delle infezioni acute negli adulti e il 10% nei bambini, porta ad ittero. Il tasso di letalità è pari a circa l’1%, ma la percentuale aumenta nelle persone di età superiore ai 40 anni. Negli adulti la malattia diventa cronica in circa il 5-10% dei casi, con il rischio che progredisce al diminuire dell’età in cui viene acquisita l’infezione. Infatti, nei neonati contagiati poco dopo la nascita, si verifica circa 9 volte su 10. Nel 20% dei casi l’epatite cronica può progredire in cirrosi epatica nell’arco di circa 5 anni. Il cancro al fegato risulta un’altra complicanza frequente dell’epatite cronica, specie nei pazienti con cirrosi. L’infezione da Hbv nei Paesi a elevata endemia, confermano gli esperti, è responsabile fino al 90% dei carcinomi del fegato. La trasmissione può avvenire attraverso trasfusioni di sangue o emoderivati contaminati dal virus, o per tagli con strumenti infetti, per via sessuale e perinatale. ll periodo di incubazione varia fra 45 e 180 giorni, ma si attesta di solito fra 60 e 90 giorni.

L’epatite C

L’agente infettivo che la provoca è un “hepacavirus (Hcv), appartenente alla famiglia dei Flaviviridae, di cui sono stati identificati sei diversi genotipi e oltre 90 sottotipi”. L’infezione acuta iniziale da Hcv risulta di solito asintomatica ma nei pazienti che manifestano clinicamente la malattia, l’esordio si presenta con anoressia, nausea, vomito, febbre, dolori addominali e ittero. Mentre un decorso fatale si osserva molto raramente con un’elevata percentuale dei casi, stimata fino all’85%, che può andare incontro a cronicizzazione. “Il 20-30% dei pazienti con epatite cronica C sviluppa, nell’arco di 10-20 anni, cirrosi e, in circa l’1-4%, successivo epatocarcinoma. Il periodo di incubazione va da 2 settimane a 6 mesi, per lo più è compreso fra 6 e 9 settimane”, riferiscono gli esperti. La trasmissione avviene principalmente per via parenterale, ma sono stati rilevati anche casi di contagio per via sessuale.

L’epatite D

L’agente infettivo dell’epatite Delta è conosciuto come Hdv. “Viene classificato tra i virus cosiddetti satelliti, o subvirioni, che necessitano della presenza di un altro virus per potersi replicare”, dicono i medici. Il virus dell’epatite D, tra l’altro, per infettare le cellule epatiche richiede in particolare la “collaborazione” del virus dell’epatite B, quindi l’infezione si manifesta in soggetti colpiti anche da Hbv. In caso di infezione simultanea da virus B e D, si manifesta una patologia clinicamente simile all’epatite B, nel caso invece di infezione di virus D in un portatore cronico di Hbv si verifica una nuova epatite acuta a volte fatale. In entrambi i casi l’infezione può diventare cronica e in questo caso ha solitamente un decorso più severo rispetto a quella da virus B. La modalità di trasmissione è la medesima dell’epatite B e il periodo di incubazione va da 2 a 8 settimane.

L’Epatite E

L’agente infettivo dell’epatite E, “il virus Hev, è stato provvisoriamente classificato nella famiglia dei Caliciviridae”, dice l’Iss. Provoca una malattia acuta, molto simile all’epatite A, anche se raramente l’epatite E può risultare fulminante e condurre al decesso. Le forme fulminanti, secondo gli esperti, si presentano con più frequenza nelle donne in gravidanza, specialmente nel terzo trimestre di gestazione, con letalità che arriva fino al 20%. Come per l’epatite A, la trasmissione avviene per via oro-fecale, e l’acqua contaminata da feci è il veicolo principale dell’infezione. Il periodo di incubazione va da 15 a 64 giorni.

Cure e vaccini

Come sottolinea l’istituto Humanitas, la terapia per la cura dell’epatite cambia a seconda del tipo e della fase clinica della patologia stessa. Nel caso delle epatiti virali B e C, in pratica solo le forme croniche richiedono terapia antivirale con farmaci antivirali diretti. Le epatiti A ed E, invece, tendono a regredire in maniera spontanea nel giro di alcuni mesi, senza lasciare danni al fegato. Per quanto riguarda l’epatite A è disponibile in Italia un vaccino somministrato in due dosi, a distanza di sei mesi l’una dell’altra, consigliato a tutti i soggetti a rischio, tra cui i malati cronici di fegato e i conviventi di soggetti con epatite acuta A. “L’epatite virale B, invece, è stata aggredita con successo dalla vaccinazione dei nuovi nati garantita per legge dal 1991”, spiegano gli esperti. Ad oggi, infatti, tutti gli italiani di età compresa tra 3 mesi e 38 anni sono protetti contro l’infezione. Il vaccino è offerto gratuitamente dal SSN ai soggetti a rischio per motivi professionali, stile di vita o per un viaggio nei Paesi endemici. Per i vaccinati, un classico esame del sangue può sottolineare la quantità di anticorpi anti-epatite B circolanti e qualora risulti bassa, indica di sottoporsi al richiamo vaccinale. Per l’epatite C, invece, da qualche anno sono disponibili farmaci ad azione antivirale diretta capaci di debellare il virus in più del 90% dei soggetti trattati. Test rapidi per la diagnosi sono disponibili in Italia, dove però l’allarme per lo stallo negli sforzi preoccupa gli esperti. “Dopo la pandemia il nostro Paese non è più in linea con l’obiettivo di eliminare l’epatite C entro il 2030. Serve un rilancio per la diffusione di vaccini, screening e trattamenti”, ha detto il Direttore Scientifico della Società Italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), Massimo Andreoni.