La Rivista Del Manifesto
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Conflitto arabo – israeliano

È, per definizione, uno dei conflitti più complessi del mondo contemporaneo. Difficile da comprendere, complicato nelle sue dinamiche storiche e mai risolto per davvero. Ha coinvolto tutti gli attori internazionali possibili nel tempo, ma la guerra arabo israeliana, declinata in forme diverse tra loro, ha origini lontane e non ha mai trovato una soluzione effettiva. Nonostante ci abbiano provato in molti, per interessi economici o coinvolgimenti geopolitici.

L’ultimo, almeno ufficialmente, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che nel gennaio 2020 ha reso pubblico il piano “Peace to prosperity“, una proposta di pace in un documento di 181 pagine che si pone l’obiettivo di risolvere una guerra iniziata, di fatto, nei primi anni del Novecento e che non ha mai accennato a spegnersi (nonostante qualche isolato momento di tregua) e che vede contrapporsi Israele e Palestina.

Mentre le due principali identità di Palestina, quella araba e quella ebraica, si consolidavano sul territorio, nell’estate del 1914, il governo turco (che controllava, di fatto, il Paese) impose delle misure per contenere la migrazione ebraica dall’Europa, perché la popolazione araba dimostrava una certa insofferenza verso questo fenomeno. La Palestina, infatti, apparteneva all’impero Ottomano e la regione, all’epoca, risultava divisa in due distretti amministrativi: Gerusalemme e Beirut. L’arrivo degli ebrei, paradossalmente, contribuì (e coincise) con la rinascita della cultura e del sentimento nazionale arabo. E proprio per questo motivo, il generale turco Ahmed Djemal Pasha vietò a entrambe le comunità slanci nazionalistici. E lo fece con una certa forza, visto che diversi leader arabi vennero impiccati, mentre numerosi ebrei vennero espulsi dal Paese.

Del ritorno del popolo ebraico in Palestina (dopo la diaspora storica tra il 70 e il 135 dopo Cristo) si parlò ufficialmente a metà Ottocento circa, quando i primi ebrei tentarono un rientro nella cosiddetta Terra promessa. I fattori che li spinsero a questa iniziativa sono da ricondurre al clima di antisemitismo, al susseguirsi dei pogrom (parola di origine russa che indica forme di sommosse popolari contro minoranze religiose) e alla conseguente emigrazione di ebrei più poveri che dalla Russia si spostava verso l’Europa centro-orientale e occidentale. Tra il 1882 e il 1903, furono circa 25mila quelli che fecero ritorno in Palestina. Quel tipo di fenomeno prese il nome di aliyah (la prima di una serie), parola che significa “salita”, “ascesa” verso un luogo che, per definizione, è ritenuto d’appartenenza. Per la storia dello Stato d’Israele, quel primo avvenimento segnò l’origine di tutto.