La Rivista Del Manifesto
Nero Su Bianco

Bravo Michetti, lasciali soli a litigare. Roma Capitale non merita risse

Ma veramente per governare Roma bisogna fare a botte? Lo scontro fratricida a sinistra deve oscurare il dibattito sulla città? Ha fatto mille volte bene Enrico Michetti a sottrarsi ieri pomeriggio alla rissa indecorosa fra tre politici di antichissimo conio, che fanno dell’insulto e della denigrazione dell’avversario la loro bandiera. Certo che al ballottaggio Virginia Raggi, Roberto Gualtieri e Carlo Calenda potrebbero trovarsi sullo stesso fronte contro Michetti; ma non sarà facile far dimenticare le legnate che hanno cominciato a darsi addosso nel primo confronto tra i candidati a sindaco di Roma.

 

Altro che Michetti chi? L’alfiere del centrodestra fa bene a stare distante dal dibattito su una città da ricostruire se le fondamenta della discussione sono urla e schiamazzi. Sembrava incredibile: farfugliava Gualtieri, gli parlava sulla voce Calenda, si infilava come in un vecchio mangiadischi la Raggi. Degna di un signore l’uscita di scena di Michetti, davvero estraneo a questo tipo di politica.

Se si continua così, si capisce perché il grillismo vinse cinque anni fa. Ma quei toni li abbiamo pagati tutti con altrettanti anni di disastri amministrativi. E nei commenti del dopo dibattito non è casuale l’assalto proprio a Michetti. Lo rimproverano su contenuti che non ha potuto esprimere di fronte alla volgarità delle risatine, degli sbadigli artefatti, dei campioni della maleducazione con cui era chiamato a fronteggiarsi. E la dice lunga sul clima un tweet di uno degli sfidanti di Gualtieri alle primarie del Pd, Tobia Zevi: «Se vince Enrico Michetti prenderò la residenza a Trevignano Romano, paese da me amatissimo che da sempre ospita le mie estati. Proprio nel senso di andare a viverci, sul lago». Ma la democrazia è al seggio. Se però non vincono loro, non vale. Emigrano.

 

Sì, Michetti farà bene a lasciarli soli a litigare e pensare a Roma, anche con la sua storia imperiale che non è un dettaglio per una città che deve campare pure, se non soprattutto, di cultura e turismo. Di fronte avrà una sindaca che ormai intona sempre il ritornello «dipende dalla Regione» e chiunque si chiede allora che ci sta a fare il sindaco. Oppure, quei due, Calenda e Gualtieri, che se le danno di santa ragione ogni volta che si incontrano.

Sì, è un candidato strano Michetti, che cala nelle liturgie della politica politicante una drammatica semplicità, quella delle persone normali che vogliono restituire decoro alla Capitale d’Italia.

 

Autobus che si incendiano. Cinghiali che banchettano per strada. Immondizia sparsa dappertutto. I campi rom ovunque. È questa la Roma dei tre che si azzuffano per un pugno di voti di sinistra. Ovvio che non sopportino l’alternativa a tutti loro.

 

Si credono superiori perché col popolo non parlano più. È una sinistra elitaria a tre facce che deve continuare a litigare prima e dopo la campagna elettorale. Ma Roma non può pagare ancora i loro stravizi.
Michetti vuole semplificare. Loro complicano tutto. E la chiave sta proprio qui.