Legge sui licenziamenti, articolo 18 statuto del lavoro

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Quello che ci ha stupito in questa vicenda è che, a quanto ha dichiarato il Segretario della UIL Angeletti (non smentito da nessuno), il Governo aveva un accordo storico a portata di mano sullarticolo 18 dello Statuto dei lavoratori (la Legge n° 300 del 1970), con l’adozione del modello tedesco[1] (sia pure in versione nostrana) accettato da tutti i sindacati, ma ha mandato tutto a monte puntando tutto su una norma che rende facili, anche se con un certo maggior costo per gli indennizzi, i licenziamenti individuali per motivi economici.

A questo punto, razionalmente, il problema è: cui prodest? Che cosa permette di fare ed a chi giova una norma così congegnata? Per quali motivi il Governo si gioca su di essa il capitale di credibilità faticosamente conquistato finora?

Lasciamo stare i mercati internazionali, è come dire la SPECTREfacciamo un torto allintelligenza di Monti se riteniamo che davvero creda a questa storia che sta provando a propinare allopinione pubblica italiana, così come lui fa un torto all’intelligenza, sia pur modesta, di noi italiani se davvero pensa che ce la beviamo.

Ebbene, l’effetto più importante è che una norma simile permette di far diventare i licenziamenti collettivi per motivi economici dei licenziamenti individuali. Di conseguenza il costo di essi si sposta dallo Stato (Cassa integrazione nelle sue varie forme, Indennità di mobilità, prepensionamenti quando esistevano) alle imprese (indennizzo per il licenziamento[2] e poi Indennità di disoccupazione pagata dallo Stato ma per periodi di tempo molto più brevi di quelli della Cassa integrazione e dellIndennità di mobilità).

Questa norma
, quindi, giova sia alle imprese, che hanno un gran numero di lavoratori di cui si vorrebbero disfare (la Repubblica li quantificava in 130.000 qualche giorno fa, altri hanno fornito numeri un poco diversi, ma non ha importanza), che allo Stato che risparmierebbe grazie ad essa un mucchio di soldi di ammortizzatori sociali (voce del bilancio pubblico che è letteralmente esplosa in questi anni di crisi).

Il guaio è che essa non giova per niente ai lavoratori e non serve a farci uscire dalla crisi economica: da quest’ultima si esce soltanto rivitalizzando la domanda delle famiglie, cioè accrescendo la quota di PIL destinata al lavoro e, conseguentemente, invertendo il trend trentennale di declino di quest’ultima a vantaggio della quota di PIL che va ai profitti ed alle rendite. Uno dei passaggi fondamentali per raggiungere questo obbiettivo è stabilizzare il lavoro precario, mentre precarizzare quello stabile per mezzo di una più facile licenziabilità servirebbe in ultima analisi solo a tenere basse le retribuzioni di chi lavora e, quindi, a perpetuare la crisi.

Non solo, ma vorrei anche ricordare che l’economia italiana, nel periodo in cui l’occupazione è stata più stabile, cioè dal 1970 al 1995, ha avuto una disoccupazione alta (oltre il 10%, e questo era un male), ma anche un alto tasso di incremento della produttività che dal 1980 al 1995 essa è cresciuta mediamente del 2,2% l’anno, mentre dal 1996 al 2007 tale crescita media annua è diminuita allo 0,4%, meno di un quinto del periodo precedente.[3]

La causa di questo fenomeno è facilmente intuibile: se l’impresa non può licenziare facilmente il lavoratore è portata ad investire in impianti, macchinari, formazione, formule organizzative più efficienti, ecc. per far rendere al massimo il lavoro. Se, invece, l’impresa può mandare via quando vuole il lavoratore precario non ha interesse a fare gli stessi investimenti o ce l’ha in misura molto minore, tanto pensa di guadagnare grazie al minor costo del lavoro. Intanto i concorrenti progrediscono e la mandano fuori mercato.

Non è un caso, quindi, che gli anni della precarizzazione del lavoro (dal 1995 in poi, ma soprattutto dal 2003 in poi) siano anche gli anni del crollo della produttività del lavoro e degli investimenti delle imprese[4]. C’è chi dice, e io sono d’accordo, che la precarietà del lavoro ha portato alla precarietà dell’impresa italiana, alla sua bassa innovatività ed al declino complessivo della nostra economia.

Sono molto recenti i dati, davvero impressionanti, di una ricerca del 2011 del Professor Riccardo Gallo secondo cui il periodo di ammortamento medio dei beni strumentali delle imprese italiane è di 26 anni, mentre quello delle imprese europee (Francia, Germania ed altri paesi del nord Europa) è di 13 anni. Ciò significa che questi sono anche i periodi in cui le imprese italiane e tedesche rinnovano i loro beni strumentali, acquisendo nuove e più avanzate tecnologie. E questi ritardi si cumulano nel tempo, spingendo tante nostre imprese fuori mercato. Ma appena 8 anni prima, nel 2003, le imprese italiane erano all’incirca sulla linea delle altre, con un periodo di ammortamento medio dei loro beni strumentali di 16 anni. Guarda caso, questo avveniva prima della grande ondata di precarizzazione del lavoro dovuta alla c.d. Legge “Biagi”, il Decreto Legislativo n° 276 del 2003. E’ solo un caso?

Oltre a tutto questo, ogni giorno che passa è sempre più chiaro che la riforma dellarticolo 18 proposta dal Governo è, prima di tutto, un pastrocchio giuridico: come scriveva Gianluigi Pellegrino su la Repubblica del 28 Marzo la nuova norma è quasi certamente illegittima costituzionalmente (perché tratta in maniera diversa situazioni simili di licenziamento).

Ma, aggiungiamo noi, anche se non lo fosse essa rischierebbe di moltiplicare esponenzialmente la conflittualità giudiziale fra datori di lavoro e lavoratori in quanto i primi avranno tutto l’interesse a motivare il licenziamento con i motivi economici (per usufruire del trattamento a loro più favorevole[5]) ed i secondi a fare causa per ottenere dal Giudice il disconoscimento di tali motivi (sempre per usufruire del trattamento per loro migliore) ed, in tutti i casi, per ottenere (almeno) l’indennizzo dal datore di lavoro che non è automatico (come in Germania), ma che verrà stabilito dal Giudice soltanto se il lavoratore vince la causa e dimostra l’illegittimità del licenziamento. Insomma, come ha detto qualcuno, i veri vantaggi della riforma dell’articolo 18 li avranno gli avvocati giuslavoristi.

E’ poi una sciocchezza colossale, da parte del Governo, dire che il Giudice non potrà sindacare la natura del licenziamento, se il datore di lavoro dichiarerà che esso si fonda su un motivo economico o che questa possibilità dovrà essere prevista espressamente dal nuovo articolo 18.

Possibile che dei Professori Ordinari (di diritto, di economia, ecc.) e i loro megaconsulenti, spesso professori a loro volta, non abbiano mai sentito parlare del 1° comma dell’articolo 24 della Costituzione Italiana che dice: “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti”? O che l’essenza della funzione del Giudice è quella di accertare la fattispecie giuridica in cui rientra il caso concreto? Due cose che si studiano al primo anno di Giurisprudenza?

Insomma, in questo modo, una riforma che nasce per dare più certezze alle imprese
, soprattutto ai mitici investitori esteri, rischia di tradursi nel suo contrario. Non solo, ma introducendo la sanzionabilità del licenziamento discriminatorio anche per le imprese con meno di 15 dipendenti, la nuova norma estenderà la conflittualità processuale sui licenziamenti anche per queste, con i maggiori costi che ciò comporterà.

Concludendo, a mio giudizio sarebbe di gran lunga meglio lasciare l’articolo 18 come sta (e come aveva promesso Monti nel suo discorso di insediamento da Primo Ministro) e concentrare la riforma del mercato del lavoro su tre obbiettivi: eliminare il precariato con un contratto unico a tutele crescenti nel tempo (la c.d. “proposta Boeri”), creare un sistema universalistico di tutela dalla disoccupazione e degli efficaci strumenti di politica attiva del lavoro che aiutino una persona licenziata a riconvertire la propria professionalità ed a trovare un altro impiego. Tre cose che, per giunta, farebbero diminuire l’importanza della tutela contro i licenziamenti illegittimi contenuta nell’articolo 18 e lo renderebbero riformabile senza traumi.

La guerra, che molti ritengono ideologica sull’articolo 18, ma che io, come ho cercato di dimostrare in questo articolo, penso sia basata su motivi ed interessi estremamente concreti, non porta a nulla, come già insegnavano i dieci anni di tentativi infruttuosi di Berlusconi di cambiare questa norma. Ma forse i professori, in quel periodo, erano all’estero (beati loro!).


[1] Esso si basa, essenzialmente, sulla conciliazione obbligatoria e, se questa non funziona, sulla sindacabilità del licenziamento da parte del Giudice che, se lo ritiene illegittimo, può disporre un indennizzo per il lavoratore od il suo reintegro sul posto di lavoro. Esso vale per le imprese con più di dieci dipendenti (in Italia l’articolo 18 si applica alle imprese con più di 15 addetti).

[2] Che andrà da 15 a 27 mensilità di retribuzione globale (retribuzione netta più tasse sul reddito, più contributi previdenziali e sociali), contro le attuali 15 mensilità. Segnaliamo che l’aumento dell’indennizzo per il licenziamento non piace per nulla alle imprese che, ricordiamo, al lavoratore licenziato devono pure pagare il TFR maturato, con un impegno finanziario notevole.

[3] Fonte: presentazione degli studi di Saltari e Travaglini sulla produttività del lavoro in Italia.

[4] Invece, gli investimenti pubblici sono diminuiti in Italia come quota sul PIL dal 1992 in poi perché sono stata la prima voce del bilancio pubblico ad essere tagliata per tentare di contenere o ridurre il debito pubblico, anche se ci sono pure altri fattori quali l’inefficienza (e la corruzione diffusa) della Pubblica Amministrazione nella realizzazione delle opere pubbliche che a sua volta è causata in grande misura dalla farraginosità della legislazione in materia.

[5] E poi nessuno è così stupido da motivare esplicitamente il licenziamento con la tessera sindacale o il colore della pelle o la religione professata, ecc., del licenziato.

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