Sulla diversità
RISPOSTA AI MIEI CRITICI
Marcello Cini
1.È improbabile che chi ha perso la fede riesca a convincere un credente che Dio non esiste. È per questo che quello tra me e il mio vecchio e caro amico Bruno Morandi rischia di essere un dialogo fra sordi. Non capisco, per esempio, come sia possibile motivare razionalmente una fiducia nell'attualità, anzi nella "priorità" del vecchio appello Proletari di tutti i paesi unitevi! Come formula per evocare un soggetto sociale omogeneo, forte abbastanza da poter contrastare il processo di globalizzazione del capitale. Quale modello di società potrebbero avere in comune l'operaio di Detroit e l'agricoltore della Bretagna, il sem-terra brasiliano e l'ambientalista europeo?
Già non si vede chi potrebbe mai ricostruire in carne ed ossa il mitico operaio Fiat, se non riavvolgendo il nastro del film della sua progressiva frammentazione - lucidamente descritta, per esempio, da Loris Campetti nel suo articolo Torino dopo la Fiat (la rivista del manifesto, n.6, maggio 2000) - in un caleidoscopio di figure professionali che non hanno più in comune né condizioni oggettive di lavoro, né aspirazioni soggettive per il futuro. Figuriamoci, dunque, quanto possa essere realistico parlare di proletariato a livello mondiale. Né parlare di "individuo sociale" per aggiornare il vecchio termine di proletario può risolvere il problema. I concetti astratti sono utili quando rappresentano una classe di individui concreti dotati di proprietà oggettive e soggettive comuni, ma non possono certo unificare una variegata molteplicità di soggetti diversi, separati e non comunicanti.
Detto questo a scopo di chiarezza, mi propongo di prendere in considerazione le critiche degli altri miei interlocutori che in qualche modo hanno manifestato interesse per il rovesciamento di punto di vista che ho proposto: in sintesi, la sostituzione del mito dell'omogeneità di una classe che non c'è più con la rivalutazione della concreta diversità dei soggetti reali colpiti nei propri interessi materiali e nella propria identità culturale dall'inesorabile processo di sottomissione alle leggi del mercato di tutti gli aspetti della soggettività e della creatività umana.
2.Voglio soltanto ricordare il punto di partenza del mio discorso. Esso consiste nella constatazione che ci troviamo di fronte a una contraddizione, del tutto nuova nella storia della civiltà, che vede scontrarsi il potere acquisito dalla specie umana di trasformare, oltre all'ecosistema nel quale è andata evolvendosi, anche le sue stesse caratteristiche biologiche e mentali, con la propria incapacità di controllare le forme e i modi di questa trasformazione.
Da un lato infatti assistiamo a un salto qualitativo compiuto dalle nostre conoscenze della struttura e delle funzioni della materia vivente - dalle sue forme più elementari alla complessità del cervello umano - e di conseguenza dal nostro potere di intervenire sul mondo della vita e sull'universo della mente secondo fini determinati. Dall'altro invece registriamo una sostanziale continuità, anzi una estensione e un rafforzamento, dei rapporti sociali che, in una società ormai unificata dal dominio del capitale come quella contemporanea, sostanzialmente subordinano la scelta di quei fini alla perpetuazione e all'estensione di questo dominio. Per il capitale infatti non c'è differenza fra la materia inerte e la materia vivente. Tutto si unifica, molecole, geni e bit, nella categoria della merce. Come ha detto William Tucker: "Il fatto che una cosa abbia natura biologica e si autoriproduca non basta a renderla diversa da un pezzo di macchina costruita con dadi, bulloni e viti."
Tutto questo significa che siamo di fronte a una nuova svolta, dopo quella introdotta dal taylorismo e dal fordismo all'inizio del Novecento nello sviluppo della società capitalistica: l'evoluzione della straordinaria multiformità del mondo della vita e la creazione delle idee che costituiscono l'infinito universo del pensiero umano, fino ad oggi frutto, ognuna nel proprio ambito, di processi storici regolati da varietà molteplici di differenti contesti, vincoli autonomi e intrecci originali di caso e necessità, minacciano infatti d'ora in poi di cadere sotto la giurisdizione unica delle leggi del mercato.
3.La prima cosa che debbo ai miei lettori è una precisazione sulle mie considerazioni sull'opera di Marx. Al contrario di come Alberto Burgio le ha interpretate (la rivista del manifesto, n. 5, aprile 2000) - secondo la sua lettura avrei visto nell'instaurarsi di un dominio capitalistico globale la confutazione della prognosi di Marx - il mio scopo era infatti quello di riaffermarne il ruolo di punto di partenza per ogni tentativo di capire dove va la società contemporanea. Questo era infatti il senso del mio accenno, forse troppo rapido, al carattere "straordinariamente acuto e lungimirante" dell'opera marxiana in quanto "analisi del meccanismo di valorizzazione del capitale, e della sua inarrestabile tendenza a trasformare in merce tutto ciò che tocca".
Ma proprio per questo mi sembra opportuno spiegare meglio, anche se rapidamente, perché ritengo indispensabile collocare l'insieme di questa opera nel suo contesto storico. Non è infatti solo per non correre il rischio di utilizzare come ancora valide e attuali categorie interpretative vecchie di un secolo e mezzo, non più in grado di cogliere la sostanza dei fenomeni sociali contemporanei, che è necessario fare questo, ma anche, e soprattutto, per ragioni metodologiche.
È infatti ormai acquisito, dalla maggioranza degli studiosi delle discipline che hanno per oggetto la natura della conoscenza scientifica, che è necessario, per comprenderne la dinamica di sviluppo, ricostruire il nesso esistente in una data epoca storica tra le idee dominanti all'interno di una determinata area sociale, economica e culturale - il cosiddetto "spirito del tempo" - e i costrutti teorici, le categorie interpretative, i concetti primitivi elaborati dalle comunità delle diverse discipline per costruire spiegazioni "valide" dei fenomeni indagati nei rispettivi domini specialistici.
L'esistenza e l'importanza di questo nesso - componente essenziale del processo di mutamento e di evoluzione di quelli che Kuhn chiama "paradigmi" (e Lakatos "programmi di ricerca", altri ancora con altri nomi) - sono in effetti il motivo del contendere nel dibattito che oppone i fautori della concezione tradizionale della scienza, fra i quali troviamo la maggioranza degli scienziati, e i loro critici.
Alla base di questo dibattito - lo ricordo per chi non l'avesse ben capito o lo avesse dimenticato - c'è la confusione tra il livello del linguaggio formalizzato di una data disciplina scientifica (costituito da relazioni logicamente concatenate che collegano concetti rappresentativi di fatti verificati, nell'ambito dei fenomeni presi in esame e nel quadro delle conoscenze accettate dalla comunità in un dato momento) con il metalinguaggio informale (costituito da premesse epistemologiche, giudizi di congruenza con l'immagine della disciplina, criteri di semplicità, preferenze estetiche e, perché no? Convenienze economiche o interessi di scuola o di gruppo) utilizzato dalla comunità per decidere se accettare o respingere le proposte di nuovi fatti e/o di nuove teorie avanzate dai suoi membri. Il primo fa affermazioni sulla realtà (livello ontologico); il secondo esprime giudizi sulle forme della conoscenza (livello epistemologico).
Gli scientisti negano l'esistenza del secondo e assolutizzano il primo, identificandolo tout court come l'unica "conoscenza scientifica" valida, perché razionale e oggettiva. Ma ci sono anche quelli, e forse fra i miei lettori ce n'è qualcuno, che riducono il primo a semplice traduzione del secondo, dimenticando che la realtà ha una sua autonoma solidità che non si piega facilmente alle idee e ai desideri degli uomini.
4.È in questa ottica dunque che una rilettura della teoria marxiana dei rapporti di produzione capitalistici che tenga conto da un lato del contesto culturale nel quale negli stessi anni si stavano sviluppando i settori di punta delle scienze della natura e della società e dall'altro delle caratteristiche strutturali del processo produttivo oggetto della sua indagine, può aiutare, a livello metodologico, ad analizzare i nuovi fenomeni che caratterizzano la società capitalistica odierna, tenendo conto sia del contesto culturale che trasversalmente connette le premesse epistemologiche delle discipline di punta della scienza di oggi, sia delle forme più avanzate del processo produttivo contemporaneo.
Non ripeterò cose già dette. Per quanto riguarda il contesto non mi pare possibile mettere in dubbio che la cultura più avanzata dell'epoca concepisse la scienza come attività volta alla scoperta delle leggi necessarie e universali che regolerebbero il divenire di tutta la realtà. È dunque difficilmente sostenibile che Marx, in quanto scienziato, e orgoglioso di esserlo, non condividesse questa concezione.
Questo non vuol dire che Marx fosse "scientista" - come un mio caro amico mi rimprovera, scrivendomi privatamente, di aver sostenuto - ma semplicemente che quella concezione della scienza faceva parte delle premesse epistemologiche (il metalinguaggio informale) della sua analisi. Non dunque un Marx che trasportava indebitamente nella sfera sociale il linguaggio laplaciano della meccanica, ma pur sempre uno scienziato che sceglieva di porsi come obiettivo la formulazione di una legge generale della dinamica di sviluppo della società capitalistica, ed esprimeva la sua soddisfazione per averne dimostrato il carattere "oggettivo". Attenzione dunque a non confondere indebitamente il linguaggio formalizzato delle diverse discipline con lo "spirito del tempo".
Il secondo elemento costitutivo dell'opera marxiana è la natura stessa del processo produttivo di merci, che è rimasto, fino agli ultimi decenni del Novecento, alla base del processo di valorizzazione del capitale. Si trattava, quasi completamente, di produzione di merci materiali. "Nella produzione non materiale - scriveva a questo proposito Marx - i fenomeni della produzione capitalistica.. Sono così insignificanti, paragonati all'insieme della produzione, che possono essere completamente trascurati."
Nella produzione di merci materiali l'origine del profitto sta nella fabbrica. In questo stadio del capitalismo, la fabbrica - dove i lavoratori costruiscono oggetti materiali per mezzo di macchine e materie prime che a loro volta sono anch'esse frutto del lavoro di altri lavoratori - è il luogo centrale della produzione della ricchezza sociale, e il conflitto di classe che caratterizza la società capitalistica ha per oggetto la ripartizione del surplus tra salari e profitto.
5.In che modo sono cambiati oggi questi due pilastri dell'opera di Marx? Per quanto riguarda il contesto culturale è intervenuto un mutamento sostanziale. È quello che, parafrasando Koyré, ho riassunto, nei miei studi di questi ultimi anni su questo tema, con la formula: Dall'universo delle leggi naturali al mondo dei processi evolutivi. In sintesi, il pensiero evolutivo è diventato componente essenziale dello "spirito del tempo".
Esso consiste, in sostanza, nella individuazione di due momenti concettualmente distinti, entrambi necessari, per spiegare l'evoluzione di un sistema (una popolazione) formato da un insieme di elementi (individui) caratterizzati da tratti comuni, al mutare delle condizioni esterne: da un lato la loro parziale differenziazione per effetto di una molteplicità di eventi casuali o comunque imprevedibili e incontrollabili, e dall'altro la selezione, da parte del filtro rappresentato dai vincoli esterni, di quelli che, per effetto della intervenuta diversificazione, hanno acquistato proprietà più compatibili con l'esistenza dei vincoli stessi.
Si tratta, è essenziale sottolinearlo, di momenti che coinvolgono soggetti diversi. Il momento della differenziazione è il risultato di azioni, casuali o comunque imprevedibili, che modificano in modo diverso ogni singolo elemento, mentre quello della selezione agisce deterministicamente sulla popolazione e la modifica nel suo insieme. Si tratta, direbbe Bateson, di livelli di tipo logico diverso, che non debbono essere confusi.
È evidente dunque il ruolo essenziale che nel processo evolutivo gioca la diversità fra gli individui, che pure hanno in comune alcuni caratteri fondamentali, per la sopravvivenza della popolazione, che sarebbe spazzata via se non fossero presenti al suo interno individui compatibili con i vincoli introdotti dalle nuove condizioni esterne. È chiaro inoltre che le modalità concrete di ogni processo evolutivo cambiano radicalmente a seconda della natura degli elementi dell'insieme, delle loro modalità di riproduzione, dei fattori che sono all'origine della differenziazione e della struttura dei vincoli esterni.
Anche qui, dunque, bisogna distinguere chiaramente fra la varietà dei linguaggi formalizzati delle diverse discipline delle scienze della natura e della società - gli esseri umani non si riproducono come i batteri e le idee non si propagano come gli organismi - e l'univocità del nuovo punto di vista, da esse adottato trasversalmente nell'interpretazione del cambiamento, che sta alla base del pensiero evolutivo e caratterizza lo "spirito del tempo" all'inizio del XXI secolo.
È chiaro, ad esempio, che introdurre i "memi" come fa Richard Dawkins, per caratterizzare le unità evolutive delle idee, in analogia con i geni che sarebbero le unità evolutive degli organismi biologici, è una proposta insensata - che è stata criticata a fondo, per esempio, da Stephen Gould - perché confonde appunto i meccanismi riproduttivi, la natura dei vincoli, le cause di differenziazione, insomma i linguaggi disciplinari diversi dei due processi. Sulla stessa indebita confusione si fondava - e non a caso ho cercato di spiegarlo nel mio articolo precedente - il socialdarwinismo di Galton e compagni, inteso come lotta feroce per la vita di tutti contro tutti, che somiglia molto di più allo hobbesiano homo homini lupus che all'evoluzione darwiniana.
Analoga confusione hanno fatto alcuni miei critici. Da Rina Gagliardi, che mi accusa di proporre una spiegazione naturalistica della società, a un altro mio interlocutore che non ritiene necessario decidere fra "assumere che una descrizione di tipo caotico della realtà, oppure ritenere che una più accurata conoscenza dei fenomeni potrebbe rivelare un nesso di causa-effetto". Entrambi scambiano una premessa epistemologica per una affermazione ontologica.
6.Anche il secondo pilastro è radicalmente mutato. È la smaterializzazione dell'universo delle merci che caratterizza la svolta fondamentale del capitalismo del ventunesimo secolo. Con essa muta profondamente il processo produttivo. Non è più necessario, come quando si produce un oggetto materiale da immettere sul mercato, impiegare un lavoratore che lo fabbrica, né disporre di materie prime, macchine, componenti che a loro volta erano state prodotte da altri lavoratori.
Certo, la produzione di beni materiali rimarrà pur sempre una componente fondamentale del processo di produzione di merci, ma essa aveva fino ad oggi necessariamente un limite fisico insuperabile. Anch'essa, tuttavia, con la riduzione a merce del mondo della vita e dell'universo della mente tende a smaterializzarsi. Enormi impianti chimici e metallurgici potranno essere sostituiti dall'opera di batteri costruiti per sostituirli. La produzione agricola sarà sempre più delegata a organismi viventi. Se si aggiunge a questo la tendenza alla sostituzione del lavoro umano, fisico e mentale, con i robot e i computers, è facile concludere che la produzione di merci, materiali e immateriali, diventa potenzialmente illimitata, perché senza limiti è la nuova informazione che la mente umana può creare.
La caratteristica radicalmente nuova della produzione di informazione in forma di merce è rappresentata dalla possibilità, una volta realizzato il prototipo, di farne un numero illimitato di copie, praticamente senza costi aggiuntivi. Mentre ogni nuova auto venduta ha un costo che non può essere ridotto al disotto di quanto il produttore deve sborsare per pagare i lavoratori che l'hanno costruita e i fornitori che gli hanno venduto le materie prime e le componenti necessarie, duplicare un software non costa praticamente nulla: il prezzo di vendita è tutto profitto. Così come basta brevettare un procedimento, depositare un'idea, inventare un logo, per riscuotere i diritti da chiunque voglia utilizzarli.
Nel vecchio capitalismo erano le relazioni sociali fra le classi della società che stavano nascoste nell'involucro delle merci materiali: il possesso degli oggetti da utilizzare per uno scopo preciso - il loro valore d'uso - era subordinato al loro valore di scambio, che era a sua volta determinato dal rapporto fra capitalisti e lavoratori. I rapporti individuali, tuttavia, non avevano, in genere, valore di scambio. Nel nuovo capitalismo sono invece le stesse relazioni fra gli individui singoli che diventano merce: il capitale infatti ha gradualmente trasformato in merce tutti i messaggi di qualunque natura che gli individui si scambiano tra loro. Invece di dirsi con parole loro che si amano, i ragazzi si scambiano icone di cuoricini trafitti attraverso il telefonino, e così consumano merce.
Nessuno dunque può più comunicare con gli altri se non paga un pedaggio al capitale che ha ridotto a merce tutti i mezzi indispensabili per mettere in relazione reciproca i membri della società. Senza queste merci l'individuo non può sopravvivere come individuo sociale. Diventa rifiuto, spazzatura, scompare.
Questo spiega come Bill Gates sia diventato l'uomo più ricco del mondo, o, se volete, come sia stato possibile che in pochi mesi le azioni di un piccolo gestore di telefonini come Tiscali abbiano accumulato un valore di borsa superiore a quello della Fiat.
7.La creazione della ricchezza si sposta dunque dalla produzione al consumo. Se infatti la produzione di un messaggio contenente qualcosa di nuovo (idea, procedura, software, gioco, progetto, opera d'arte, spettacolo, notizia ecc.) Non dipende più sostanzialmente dal tempo impiegato ma dalla creatività dell'individuo o del gruppo che l'hanno inventato, e se la sua successiva clonazione in milioni di esemplari non costa praticamente nulla, il profitto non si produce più nella produzione, ma nel consumo. Questo cambiamento mette in crisi non solo le basi teoriche dell'analisi marxiana (da dove viene il profitto dei capitalisti se non c'è qualcuno che produce plusvalore?), Ma addirittura l'impianto dello schema (Sraffa) di riproduzione allargata del capitale nel processo di produzione di merci a mezzo di merci (come fa a crescere un capitale prima che possa eventualmente produrre profitti?).
Il carattere della "società dei consumi" del capitalismo odierno, che lo distingue dalla fase precedente, nella quale la ricchezza aveva origine nel processo di produzione, è bene individuato in alcuni studi recenti del fenomeno della globalizzazione. Per esempio, Zygmunt Bauman scrive, nel suo recente libro Dentro la globalizzazione:
La nostra "società dei consumi" lo è nello stesso senso profondo e fondamentale in cui la società dei nostri predecessori, la società moderna nella sua fase di fondazione, industriale, era una "società della produzione, dei produtori". Quel tipo più vecchio di società moderna occupava i suoi membri principalmente come produttori.... Ma nel suo attuale stadio tardomoderno (Giddens) o secondo-moderno (Beck), o postmoderno, la società ha scarso bisogno di una massa di manodopera industriale; ha invece bisogno di impegnare i suoi membri nel ruolo di consumatori. Ai propri membri la nostra società impone una norma: sapere e voler consumare.
8.Veniamo ora al nocciolo della questione. La domanda è questa: interpretare i nuovi fenomeni della società capitalistica alla luce delle premesse epistemologiche del pensiero evolutivo può suggerire - vista l'inefficacia degli strumenti di analisi elaborati per spiegare quelli della sua fase precedente - il modo per identificare i soggetti e le azioni in grado di contrastarne gli effetti più dannosi per miliardi di uomini e donne, presenti e futuri? La mia risposta, come ho già cercato di spiegare, è affermativa. Cercherò di argomentarla meglio.
La prima cosa che un approccio evolutivo ci permette di fare è di cogliere l'essenza dello sviluppo della società capitalistica al quale assistiamo, distinguendo i due momenti diversi che ne sono alla base: quello della differenziazione e quello della selezione. Come ho già detto, fino a ieri la straordinaria multiformità del mondo della vita e l'infinita varietà delle idee che costituiscono l'universo del pensiero umano, erano il frutto, ognuna nel proprio ambito, di processi storici regolati da fattori naturali (geografici, climatici, catastrofici) e sociali (culturali, economici, tecnologici) diversissimi, derivanti da un ampio spettro di nicchie differenti, vincoli autonomi e intrecci originali di caso e necessità. Il risultato è stato una tendenza storica all'accrescimento della diversità biologica e culturale.
È pur vero che, con la nascita del capitalismo e con la mercificazione crescente dei beni materiali, sia l'evoluzione biologica che quella culturale sono state sottoposte a forti vincoli da parte del mercato tendenti a produrre una diminuzione della diversità. Si è finora trattato, tuttavia, di influenze indirette, mediate dal tessuto sociale, mai di vincoli agenti direttamente sugli organismi viventi e sui cervelli umani.
Con l'acquisizione della capacità di trasformare gli uni e gli altri in merce il capitalismo ha compiuto un salto di qualità. Anche se la crescita impetuosa delle conoscenze e della loro potenzialità di generare novità - di dare cioè origine a una varietà di beni in grado di soddisfare vecchi e nuovi bisogni umani, di strumenti per modificare uomini e cose e di mezzi per realizzare i fini più disparati - potrebbe di per sé contribuire a generare diversità, il momento della selezione subisce un mutamento radicale.
La sostituzione della pluralità di vincoli naturali e sociali che hanno fino ad ora regolato l'evoluzione delle molteplici forme della vita e del pensiero, con il vincolo unico derivante dall'obiettivo della massima valorizzazione del capitale, è una semplificazione drastica le cui conseguenze non sono ancora nemmeno lontanamente immaginabili.
Un approccio evolutivo ci permette dunque di individuare l'obiettivo strategico di una azione sociale che intenda opporsi a questa devastante semplificazione: reintrodurre una pluralità di vincoli allo sviluppo, diversi da quello dominante della legge del mercato, che, se non deve essere demonizzato, deve essere detronizzato dal suo attuale ruolo di vincolo universale per venire ridimensionato in quello originario di mezzo per equilibrare, evitando sprechi, appropriazioni indebite e distribuzioni cervellotiche, la domanda e l'offerta di beni necessari e intrinsecamente scarsi in una società complessa e articolata.
L'obiettivo è dunque di ricreare un variegato arco di nicchie naturali e sociali protette dallo strapotere dei padroni del commercio internazionale; di far nascere e rivitalizzare vecchie e nuove relazioni tra individui e gruppi; insomma di ripristinare le mille sorgenti del flusso locale di creatività, di iniziativa e di attività umane che rende fertile il tessuto della società, erigendo argini contro l'alluvione del capitale globale, che, trasformando tutto in merce, deforma la diversità, ricchezza della vita, fino a ridurla a quella sua orrida caricatura che è la disuguaglianza.
Se questo è l'obiettivo strategico, da un lato appaiono allora chiare le ragioni dell'attuale crisi della sinistra, in entrambi i suoi tronconi, e dall'altro cominciano ad essere visibili alcuni tenui barlumi di luce sulla direzione della lunga marcia da intraprendere. Sulle prime non mi soffermo, e cercherò invece di concentrarmi sia pure brevemente sui secondi.
9.Alla luce di queste considerazioni cercherò di rispondere brevemente ad alcune domande che mi sono state rivolte. Alberto Burgio, pur riconoscendo che "un soggetto sociale "unico e omogeneo" non può incarnare il progetto di una nuova società polimorfa", osserva però che "la formazione [di questo meta-soggetto] non potrebbe essere se non il risultato di un lavoro politico, capace di ricondurre la molteplicità al denominatore comune della lotta anticapitalistica e di una progettualità condivisa". Si domanda dunque: "può la cura per la diversità costituire una premessa sufficiente, o non abbiamo invece bisogno ancora (anzi oggi più che mai..) Di forme organizzate e di strutture organiche, in grado di dare consistenza a soggettività coese e a una prassi politica coerente?"
È una domanda opportuna, ma temo che riveli, del resto coerentemente con le premesse del discorso di Burgio, una scarsa sensibilità a cogliere la profonda differenza che corre fra una concezione dello sviluppo sociale come manifestazione di un progetto finalizzato a un obiettivo predeterminato (che si tratti di una meta raggiungibile in virtù di una "legge" più o meno deterministica o di "teleonomia" non fa differenza a questo proposito) e una concezione processuale. È proprio la confusione fra "lotta anticapitalistica" e "progettualità condivisa" che rivela questa incomprensione.
I soggetti minacciati nella loro stessa sopravvivenza, in senso letterale o metaforico, dal rullo compressore della globalizzazione, hanno ognuno infatti per obiettivo quello - e inizialmente soltanto quello - di salvaguardare i propri interessi materiali e/o la propria identità culturale. Non hanno, né possono avere, per la loro diversità, alcuna "progettualità condivisa". (Per fortuna, aggiungo io, perché progettare la diversità è un'impresa impossibile). Possono però, se si rendono conto che l'avversario è comune, individuare momenti di azioni coordinate che risultano molto più efficaci di quelle intraprese isolatamente nel contrastare il disegno complessivo del capitale. Vedi, ad esempio, Seattle, Genova e chissà quale altra città in futuro.
Questo non significa che i soggetti non abbiano nulla in comune se non l'avversario e dunque che il meta-soggetto sia una parola astratta che si concretizza solo negli scontri con la polizia. La differenza fra "progetto" e "processo" è appunto che nel primo c'è un soggetto che lo formula e successivamente cerca di realizzarlo, mentre nel secondo il (meta)soggetto si costruisce via via che l'azione si sviluppa. Non è necessario che tutti i soggetti singoli condividano tutti gli obiettivi che di volta in volta vengono identificati. Certo, l'avversario è uno, ma gli obiettivi vengono individuati e precisati nel corso dello sviluppo del movimento. È come una partita a scacchi: le mosse di ogni giocatore dipendono dalle contromosse dell'avversario. Con la differenza, importante, che rende ancora più complicata la strategia di gioco, che anche le regole possono cambiare nel corso della partita, a seconda dei rapporti di forza. Insomma, non si può prefigurare la meta finale. Si può solo, ad ogni passo, sapere ciò che non si vuole, e battersi per evitare che accada.
Come corollario di ciò che ho detto mi preme sottolineare quest'ultimo aspetto della differenza tra "progetto" e "processo". È la differenza tra norme prescrittive e vincoli. Nel progetto si prescrive ciò che deve essere fatto. Nel processo agiscono vincoli che vietano ciò che non deve accadere. Il primo uccide sempre un sistema complesso. Il secondo può - ma non c'è garanzia che ci riesca - farlo evolvere in modo da fargli acquistare proprietà diverse da quelle che avrebbe avuto in assenza dei vincoli. Questo punto è fondamentale. È indispensabile fissare i vincoli, ma è assolutamente necessario lasciare spazio al libero dispiegarsi, all'interno di questi vincoli, delle diverse individualità dei soggetti sociali e individuali.
Anch'io ho un ideale di società, ma non è un modello utopistico di come dovrebbe essere: è piuttosto la formulazione di cosa non deve essere. Non deve essere una società ridotta a un immenso supermercato dove la pubblicità ti assicura che potrai trovare qualunque kit per rendere felice la tua vita, purché tu abbia i soldi necessari per acquistarlo. Non deve essere una società dove tutti sono obbligati a correre senza sapere dove, e chi arranca perché non riesce a tenere il passo resta indietro, e viene travolto e calpestato. Anche chi va piano deve essere rispettato come chi è in testa a tutti; anzi, il pensiero evolutivo ci insegna che entrambi sono indispensabili per la sopravvivenza di ogni specie. Insomma, non deve essere una società dove il valore di ogni persona è rigidamente misurato da quello che ha in tasca.
10.Un commento più articolato e positivo alla mia proposta è venuto da Lucio Magri (la rivista del manifesto, n. 5, aprile 2000). Nell'ambito di un discorso complesso e pieno di spunti interessanti sulla riforma della scuola, Magri la ritiene un utile contributo all'elaborazione di un asse formativo in grado di riempire di nuovi contenuti la struttura organizzativa che è stata recentemente avviata.
Due chiarimenti mi vengono chiesti. Il primo "riguarda la "difesa delle diversità", individuali e sociali, oltreché naturali, come valore che Marx - secondo me - avrebbe oscurato", e che, invece, sarebbe stato ben presente alla sua mente. Ad esso mi sembra di aver risposto con le mie precisazioni sui miei riferimenti a Marx.
Il secondo chiarimento riguarda "il senso che si può dare alla diversità, quando si passa da un ordine naturale - prevalentemente casuale e deterministico - ad un ordine umano." Nel primo caso - specifica Magri - "a regolarle e a deciderne presiede una logica che, al massimo, si può chiedere all'uomo di non violentare distruggendone l'equilibrio. Ma nel secondo caso le diversità, più che essere garantite, devono entrare in comunicazione, reagire reciprocamente, produrre un avanzamento del patrimonio comune e riprodursi in forma nuova, a un livello superiore."
La sua preoccupazione è fondata, anche perché, come abbiamo visto, il "darwinismo" è tradizionalmente interpretato, in particolare dalla cultura della sinistra, come trasposizione sul terreno sociale di una visione dell'evoluzione delle specie come lotta feroce per la vita che porta alla sopravvivenza del più forte e alla morte del più debole. Una concezione dunque assai più vicina al liberismo sfrenato che al solidarismo di classe del movimento operaio.
Questa interpretazione del pensiero evoluzionista è errata per due ragioni. La prima è che, anche per quanto riguarda l'evoluzione biologica, dal punto di vista strettamente scientifico essa appiattisce su un unico livello i meccanismi evolutivi dei diversi livelli (genoma, organismo, popolazione, specie, nicchia, ecosistema) nei quali si articola il mondo vivente, dimenticando altresì che accanto alla competizione c'è sempre anche il momento della cooperazione, sia a livello interspecifico, che all'interno della specie e delle loro suddivisioni.
La seconda è che - e a maggior ragione questo vale per quanto riguarda l'evoluzione culturale - è essenziale sempre distinguere tra regole e meta-regole. È giusto dunque affermare, come fa Magri, che "in un processo educativo deve esistere contemporaneamente un pluralismo e un tessuto comune, la competizione tra diversi e la sintesi provvisoria, autonomie e asse culturale comune", purché si insista che sintesi non vuol dire mescolanza, diluizione, snaturamento di differenze identitarie importanti, ma accordo su meta-regole di rispetto reciproco e di impegno per cogliere quanto di fondamentale ci sia nei rispettivi punti di vista. Lasciando poi, ovviamente, all'autonomia dei singoli anche la libertà di cambiare opinione. Una meta-regola che sancisca la diversità come ricchezza di tutti, e impedisca di prenderla a pretesto per imporre una scala di disuguaglianza culturale che si traduce poi, inevitabilmente, in disuguaglianza sociale ed economica.
11.Per non lasciare nell'indeterminatezza e nell'astratto la proposta metodologica ed epistemologica che mi sono sforzato di delineare, mi piacerebbe concludere con qualche esempio di come in concreto essa potrebbe aiutare a orientare una ipotetica - e per il momento inesistente - sinistra nelle scelte da fare nel prossimo futuro. È ovvio tuttavia che, data la mia incompetenza, non potrei spacciare questi esempi per idee originali. Preferisco perciò dire piuttosto che nella abbondante letteratura recentemente dedicata alla globalizzazione, ho trovato suggerimenti che confermano le mie convinzioni generali - ho già usato le idee di Zygmunt Bauman in questo senso - e mettono a fuoco ipotesi di azione che mi sembrano andare nella stessa direzione.
Un testo particolarmente adatto a questo scopo è il libro di Ulrich Beck Cos'è la globalizzazione. Questo libro è importante perché sostiene la tesi "che con l'epoca della globalità non scocca l'ora della fine della politica, ma si apre per quest'ultima una nuova era". Coerentemente con questa impostazione il libro si conclude con un elenco di dieci risposte possibili a questo fenomeno, che spaziano in un arco che va dalla cooperazione internazionale all'esclusione, dalle nuove forme del lavoro ai mercati di nicchia.
Non è il caso di entrare in dettagli, ma mi sembra utile concludere sottolineando che esse riflettono le due facce del dualismo locale-globale di tutti i problemi della società contemporanea. A sua volta ognuna di queste due facce può essere visto da due prospettive, a seconda dei soggetti diversi - dall'alto, ossia dalle istituzioni oppure dal basso, ossia dai cittadini - in grado di promuovere le azioni pertinenti.
Per quanto riguarda la prima, quella della globalità, il problema istituzionale è di trovare i modi per imporre vincoli transnazionali al potere delle imprese globali di sottrarsi al controllo e alla fiscalità degli stati nazionali, scaricando al tempo stesso su di essi gli oneri sociali e i problemi politici derivanti dalle loro scelte economiche. A questo scopo una politica di cooperazione internazionale che abbia come obiettivo una specie di federalismo tra stati nazionali - in cui il potere non viene delegato a un organismo sovrastatale ma viene esercitato orizzontalmente da forme di controllo reciproco - può aprire prospettive concrete di azione efficace.
Dal basso invece, il problema può essere affrontato tenendo conto del ruolo fondamentale assunto dal consumo nella nuova economia. "Fino a che punto - si domanda Beck - il consumatore politicamente accorto e organizzato, che non si lascia raggirare dal potere simbolico-politico dei media, può sostituire o integrare il lavoratore organizzato contro l'illimitata "affermazione del capitale"?". La sua risposta è che ci sono modi semplici per far sì che il peso politico dei movimenti dei consumatori aumenti. L'esempio tipico è la richiesta di etichettare i prodotti con tutte le informazioni che riguardino non solo le caratteristiche del prodotto ma anche le modalità di carattere sociale, ambientale e tecnologico del processo di produzione.
La seconda faccia è quella locale, e anche qui sono possibili interventi dall'alto e dal basso. Dall'alto occorre un mutamento nella formulazione degli obiettivi di sviluppo economico da perseguire. Dal modello fondato sulla competizione nel mercato globale che punta sullo sviluppo delle tecnologie del futuro - informatica, ingegneria genetica, nanotecnologie - tutte tecnologie nelle quali è difficile competere con le grandi multinazionali, occorre passare a un modello nel quale sia incentivata e stimolata l'innovazione per fare quello che gli altri non fanno. Prodotti ecologici, prodotti individualizzati, prodotti sicuri rispetto al rischio (dalla mucca pazza agli ogm), possono essere tutti obiettivi di una nuova politica economica in grado di porre argini alla globalizzazione dei mercati e alle sue devastanti conseguenze. Dal basso, ovviamente, questo mutamento di politica economica significa lo sviluppo di mercati di nicchia, fondati su una produzione che stimola l'inventiva e l'auto-organizzazione. Insomma, ancora una volta la diversità come obiettivo da raggiungere e al tempo stesso come strumento per realizzarlo.
Basterà tutto questo per sopravvivere all'alluvione? Nessuno lo sa, ma bisogna provarci.
"Elogio della diversità" di Marcello Cini è apparso_sul n. 3, febbraio 2000 della rivista del manifesto