Donne nel postfordismo
UNA MODESTA COSCIENZA
Dolores Ritti
Nelle più nobili intenzioni dell'utopia borghese la famiglia era servizio ed educazione, custode del sangue come proprietà e ricchezza ma prima di tutto pietas e amore, comunità profondamente umana e civile. Grazie alla parte, sublime nel suo compito, della donna, la famiglia dovrebbe strappare alla morte e alla dispersione i suoi singoli. Protettrice della casa e custode della legge divina, la donna sarebbe l'incarnazione di una spiritualità in via di realizzazione. Specie di risarcimento simbolico: quando la sua esistenza era totalmente nelle mani del suo signore, a lei spettava sollevarlo con qualche astuzia, come nella grande tradizione cristiana e non, verso la cultura e la comunità, dove lei continuava a restare esclusa.
Sarebbe oggi molto difficile spiegare come la donna eserciti questa eticità fattualmente all'interno della famiglia, quando la sua vita non è più sentita come l'insieme degli obblighi e dei servigi nei confronti dell'uomo di famiglia, da cui dipendeva fino a poco tempo fa la sua stessa vita. Ora, col suo lavoro pagato, la donna è in grado di garantirsi da sé la sua sicurezza e il suo futuro, e la rottura della dipendenza economica può diventare il momento di una possibile libertà.
Ma il sistema economico e la società che nel loro sviluppo hanno offerto alle donne l'opportunità di un lavoro le hanno d'altra parte coinvolte in un meccanismo molto rigido e frustrante di prestazioni prive di contenuto. Da qui un rapporto strumentale e provvisorio con l'attività svolta che spiega come mai siano moltissime quelle che, alla prima occasione, lasciano il posto per esercitare ruoli considerati più gratificanti in famiglia. Purtroppo l'accesso a una maggiore libertà ai margini della gerarchia del lavoro, e l'accesso per quanto timido al consumo, non aumentano il senso della vita, senso che non si sa dove trovare se non in una riconferma della propria identità sessuale, la sola che sempre abbia corso all'interno del mondo dei valori costituiti.
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E paradossalmente è proprio il fatto che il lavoro delle donne sia diventato finalmente denaro che pone in maniera ancor più drammatica quella del valore del proprio sesso, sesso "forte" al pari di quello maschile, dove il tradizionale valore simbolico sbiadisce di fronte a quello dei materialissimi scambi delle "merci" che vanno al mercato. (Non era chiaro questo temibile intreccio perfino a Baudelaire, quando definisce lesbiche, cioè dotate di una raddoppiata forza e bellezza sessuale, le donne che nella moderna città industriale si guadagnano da sé la loro vita?).
Se il denaro è legge ed è perciò "il mezzo attuale della comunicazione della violenza sociale", dove ognuno comanda sull'altro e ne dispone nella forma del lavoro e del piacere, le donne sono destinate a dare nuova forza a quella legge e a quella comunicazione. Il denaro infatti è un sistema di simboli, indice sociale, valore, potere, forza. (Ma è anche debito, riguarda il piano del sacro. Di che si sdebita la donna? Il suo rimane un debito morale da pagarsi prima di tutto all'interno della comunità famigliare, all'interno della quale ancora prende senso la sua vita).
Il primo femminismo aveva affrontato la condizione femminile sotto l'aspetto dello sfruttamento e dell'oppressione, di un proletariato sui generis: lì era pensata una coscienza che, fatta luce su una situazione più o meno intollerabile - il padrone era sempre più feroce del marito - l'avrebbe facilmente ribaltata, affermando per sé diverse zone franche all'interno della società. Ma sul farsi di quella coscienza non si trova traccia e fu soltanto l'esperienza breve e lacerante dell'autocoscienza a indagare, grazie agli strumenti della psicoanalisi, i punti di caduta e di confusione, quelli per cui ogni donna fatica a cogliersi se non in un groviglio di parti comandate.
Ma la concezione dell'oppressione e dello sfruttamento già in Marx è legata non tanto all'idea di un'usurpazione di privilegi ma piuttosto a quella di una trasformazione degli uomini in funzioni sociali. Diventando forza produttiva le donne si pongono tra sviluppo e nuova identità sociale in una relazione di reciprocità.
Finisce, se mai è realmente esistita, la famiglia virtuosa, fondata sul senso del dovere, la famiglia come servizio ed educazione, perché essa diventa suo malgrado dovere, servizio ed educazione rivolti agli "spiriti animali" dell'economia e del mercato. Sulla scena del teatro famigliare che continua a vivere e a ripetersi secondo antichi ruoli a cui si sovrappongono i nuovi, le donne non sentono più torti, né vedono privilegi arbitrariamente esercitati come sentivano e vedevano fino a poco tempo fa (cercando poi le vie per sopravvivere), in parte perché li condividono e ne condividono la funzione sociale.
E tuttavia continua ad esistere all'interno della famiglia, e proprio per tramite delle donne (ancora "ironia della comunità", secondo Hegel e per una certa ideologia femminista?), L'idea di una sua estraneità alla società, se non un'irrimediabile avversione per la sfera pubblica, contro la quale la comunità famigliare è comunque salva, benché al suo interno l'arbitrio sia esattamente lo stesso che domina la società. Ma poiché l'arbitrio è velato dai sentimenti del cuore, e perciò sottratto ad ogni critica della ragione, per le donne diventa quasi impossibile immaginarsi forme diverse di convivenza umana e contemporaneamente di organizzazione del lavoro e della vita.
Così dentro e contro la stessa emancipazione, si ricostituisce sotto altre vesti una nuova condizione servile, diversa ma molto vicina a quella in cui le donne si ritrovavano quando erano esposte alla piena autorità dell'uomo e ne dipendevano totalmente. Viene a maturazione una forma paradossale di emancipazione, dove le donne hanno perso il senso della diseguaglianza sociale e di gerarchia sessuale e continuano a riconoscere un ruolo indiscusso all'uomo che dispone di loro, a sua discrezione, nella vita e nell'organizzazione del quotidiano. Al padre dispotico si è sostituito un altro modello di sopraffazione più astratto e violento, legato alla nuova dimensione che hanno assunto la proprietà e il consumo.
Questo sistema emancipa le donne solo come forze produttive, anche se provvidenziale è stato considerato il suo sviluppo che ha allargato prodigiosamente la fascia del benessere e della libertà sociale. Basti pensare al Nordest, dove il processo di accumulazione è sempre stato accompagnato dall'idea di un'economia buona proprio perché fondata e religiosamente accolta all'interno della famiglia che si trasforma in impresa e impone alle donne di servirla al meglio, famiglia e impresa.
Ma possiamo chiederci, oggi che il processo di emancipazione è dato per acquisito, quali strumenti del sapere non domestico hanno effettivamente conseguito le donne? E quali sono effettivamente a loro disposizione? Come si pone oggi il problema del potere, qualora questo non significhi solo la forza di garantirsi la sopravvivenza o al più qualche privilegio octroyé? E la libertà, come se l'immaginano? Ancora proprietaria ed esasperata estensione di forme già fruste anche per gli uomini? Ora che molte donne sono uscite dalla necessità, sembrano cadere in un nuovo ordine di costrizioni rappresentato dai modelli sociali, per cui anche la stessa idea di libertà s'irrigidisce in stereotipi che le vedono ancor più legate alla figura maschile in coppia indissolubile. E pur restando la vita delle donne ancora segreta, essa lo è in un continuo rimando o allusività a ruoli, in specie sessuali, dimostrando che non c'è maggiore e peggiore forza di quella che si trova nella propria debolezza.
All'origine del movimento femminista libertà significava trovare un'espressione di sé nella cultura, in un serio e doloroso lavoro di separazione dalla natura, là dov'era impigliata la vita delle donne con la sua disgraziata rete simbolica. Quali sono le costellazioni o le figure attorno a cui si costituisce oggi la coscienza femminile?
Finché le donne non riconoscono una sovradeterminazione al sistema, e sanno di essere quindi "cosa d'altri" (altro che regine dello scambio e indifferenti al denaro!), Proprietà all'interno di una dimensione servile non saranno in grado di trasformare quelle stesse strutture che sostengono con tanta energia e sotto le quali soccombono nel quotidiano.
Il passaggio, vero e proprio experimentum crucis della libertà femminile, che le donne si guadagnino il pane quotidiano, può avere per il momento il senso di una rottura della dipendenza dall'uomo, mostrare i vantaggi di una certa razionalizzazione della vita, costruita al di fuori del tempo dettato dalle attività domestiche, che presentano finalmente la loro faccia di insensatezza e di spreco. Ma è accaduto che l'impatto con un sistema economico così violento e pervasivo ha portato ad esaltare più che mai il momento organizzativo della comunità parentale (la famiglia reticolare). I valori dell'efficienza e del calcolo vengono assolutizzati e introdotti nella cura di sé e dei figli e tende a sparire il senso della gratuità. (d'altra parte, però, come si può negare che la gratuità abbia mostrato la sua faccia crudele nel sacrificio, nel modello inimitabile del dono materno della vita?).
Assumendo il privilegio dell'uomo di famiglia che dispone di loro a sua discrezione nel lavoro e nell'organizzazione del quotidiano, senza discuterne l'autorità, significa giustificare l'economico come fondamento dell'esistenza.
E allora che dire di quell'organizzazione del lavoro che vede le donne del quartiere o del paese, nelle zone più industrializzate del Veneto (ma sicuramente anche altrove), addette ai servizi, commesse e operaie, occupare immigrate come donne di servizio, a loro volta costrette a cercare giovani studentesse per la cura dei loro piccoli che nonni o asili non curano? Non è questa una gerarchia assurda dove nessuna razionalità è possibile se non quella creata dal denaro che accompagna la compravendita di lavoro?
Dell'immaterialità del capitale come di un vento infernale si può parlare, ma non di queste vite, che passano in silenzio con stracci e pannolini in mano. Sicuramente il fordismo è finito, ma che dire della sua ombra? Non è questa una catena forse più crudele che lega delle vite che non s'incontrano mai se non per quel solo tramite che è la merce del lavoro e del denaro? Dove sarebbe il valore comunicativo e quindi sociale di queste relazioni, dove gli spazi di libertà se non quelli di allargare indefinitamente la natura dello scambio?
Ha scritto Revelli: "Il postfordismo introduce forti elementi di femminilizzazione nei processi di lavoro, a cominciare dalla messa a lavoro dei sentimenti, dell'affettività, della soggettività; tanto il fordismo desoggettivizzava e rendeva impersonale il lavoro, tanto il postfordismo lo ripersonalizza ed è la dimensione del lavoro riproduttivo tradizionalmente affidato alla donna che torna in gioco... Il lavoro postfordista è fortemente relazionale e...molto più congruente con l'egemonia femminile" (Liberismo e libertà, Editori Riuniti, 1998, pp.186-187). L'approccio così poco problematico alla questione mi lascia interdetta, come se il femminismo non fosse mai esistito e il femminile rimanesse pervicacemente, per gli uomini di fede, puro spirito.
Il tentativo di spiritualizzare le donne, divinizzarne il linguaggio in certe ideologie generose che sono diventate vere e proprie posizioni politiche, se non altro ha mostrato quanto fosse acuta e drammatica la percezione di sé come scarto, luogo incolto da portare alla civiltà, attraverso una rappresentazione simbolica, in mancanza di meglio, che apparentava le donne, tradizionalmente più prossime al demonio, con il divino. "La donna ha in un certo senso un compito religioso, dove il corporeo e il religioso coincidono, se la donna riesce a vivere il suo corpo come casa/tempio, potrà forse fare un passo avanti nel tentativo di essere se stessa": così Irigaray quasi vent'anni fa (Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, 1985). Chi direbbe che questo non sia successo? Che il biologico, per quel tanto di fatalità che sempre l'accompagna, diventi l'origine della vita spirituale e perda la sua problematicità, è un fatto che si ripete. Che cosa custodisca la donna in quella casa/tempio se non ancora la specie, cioè il sangue, tabù su cui è fondata la famiglia, e il sesso, altro tabù, non saprei dire. E questo attraverso la valorizzazione estrema del proprio corpo, grazie anche al denaro, che si esprime in una ritualità fanatica della cura di sé e nello stesso tempo in una maggiore disponibilità ai comandi interiorizzati, ivi compreso quello di comandare.
Finché le donne restano simboli e cose lo scambio va da sé. E senza troppa pena. Pensarsi ancora e soprattutto nelle proprie qualità simboliche che sono quelle attraverso cui esercitano il loro potere, e pensarsi d'altra parte come cose di cui gli uomini sanno meravigliosamente fruire, non è sempre stato gratificante?
E paradossalmente l'emancipazione, lungi dal fare pulizia e separare gli elementi di confusione all'interno dei nuovi soggetti, sembra svelare un mai sopito desiderio di dipendenza e sembra attingere a vecchi ruoli con rinnovata fiducia. Come se a una possibile libertà che s'incomincia a intravedere solo da qualche decennio, dovesse corrispondere un radicamento ancor più in profondità nell'arcaico.
Che il dominio sia cosa accettabile e perfino piacevole non è solo l'incubo di Freud e di Bourdieu.