Il nuovo libro di Giovanni Franzoni
IL CIELO NON E' IN VENDITA
Raniero La Valle
Il mondo sembra come quell'ubriaco che cercava la chiave sotto il lampione, invece di cercarla nel buio dove l'aveva perduta, e poiché non la trovava, concludeva che la chiave non c'era.
Spinte a confrontarsi col problema di tenere in piedi e sfamare un mondo ormai unificato ma flagellato dalla povertà, dallo sfruttamento, dall'ingiusta ripartizione delle risorse, le leadership mondiali si sono illuse di trovare la chiave del problema nello sviluppo promosso e gestito dal mercato; ma preso atto che per tale via il problema non ha soluzione (e anzi ad ogni rapporto annuale dell'onu, della Banca Mondiale, dell'unicef e di innumerevoli altri osservatori internazionali risulta che la situazione si aggrava sempre più, che la povertà cresce più della ricchezza e che il punto di crisi si avvicina rapidamente), hanno concluso che la chiave non c'è: il mondo non può andare a posto, le distanze non possono essere colmate, le risorse non bastano, il mercato non produce equità ma d'altra parte nulla può sottrarsi al mercato, l'unica cosa da fare è accettare la realtà di un mondo diviso, in cui la parte più piccola, ma più ricca ed armata, si fa il mondo a propria misura, e si coalizza per difendersi con ogni mezzo dalla parte più numerosa ed estesa, ma ancora troppo debole e dipendente per ribellarsi.
È una scelta disperata, perché rompe l'unità di destino del mondo, e sconta che solo una parte sopravviva; essa non basterà a garantire la "sicurezza" ai prescelti per tutto il XXI secolo, come promette ai 19 Stati membri la NATO rigenerata dalla guerra iugoslava, ma nel breve termine sembra efficace ed altre ipotesi non sono contemplate.
Il libro di Giovanni Franzoni, "Anche il cielo è di Dio, Il credito dei poveri", or ora uscito nelle Edizioni dell'università Popolare, (edup, pp.119, £ 16.000), rompe questa spirale d'impotenza e di disperazione, e dice che la chiave c'è. Dunque il suo valore dipende tutto dalla verifica di questa tesi, e perciò da una discussione volta ad accertare se questa chiave esista davvero, e se si possano suscitare forze sufficienti ad azionarla per aprire un varco a un'altra prospettiva; una discussione che è dunque insieme di teoria economica e di agibilità politica.
Lasciamo stare per ora tutto il riferimento al giubileo e all'inizio di millennio che costituiscono l'occasione e il contesto in cui il libro si colloca. Diciamo solo che esso riprende un discorso avviato in vista di un altro giubileo, quello del 1975, da Giovanni Franzoni, allora Abate di San Paolo fuori le Mura, con una lettera pastorale intitolata "La terra è di Dio", in cui già si affermava che l'unico senso possibile del giubileo fosse quello biblico del fare giustizia, e si sosteneva la tesi della terra come eredità di Dio per tutti gli uomini e le donne, intendendosi la terra anche come terreni fabbricabili con speciale riguardo alla speculazione edilizia a Roma. Anche dell'attuale giubileo Franzoni scopre "due anime", e naturalmente ne sceglie quella rimossa, del fare giustizia, ma si fa forte di una citazione di papa Wojtyla che, riprendendo un testo del Concilio Vaticano II, aveva indicato come prioritari "gli obblighi di giustizia", i quali comportano che "non si offra come dono di carità ciò che già è dovuto a titolo di giustizia".
Ma la novità del ragionamento di Franzoni, che va ben al di là della passeggera contingenza giubilare, sta nell'estendere ai "cieli" (il che vuol dire, per il futuro, le risorse della luna e dei pianeti, ma intanto le bande elettromagnetiche, le orbite satellitari, l'ossigeno e la fascia dell'ozono) quel regime di pertinenza collettiva e di uso comune che aveva perorato per la terra; con la differenza che mentre la terra è stata appropriata in secoli di conquiste, acquisizioni, spartizioni e dominio proprietario, e quindi i fatti sono largamente compiuti, per i cieli, e per i fondi marini, per l'Antartide, la corsa per l'appropriazione, lo sfruttamento intensivo e la commercializzazione è appena cominciata, ed anzi, dice Franzoni, "mentre siamo invitati a godere lo spettacolo dei fuochi artificiali di fine millennio, una lesta mano si appropria di ciò che è bene comune dell'umanità", ragione per cui occorre guardare, per un "imperativo morale", "dentro i meccanismi di espropriazione della vita e di spoliazione dei poveri che sono attualmente in corso, sotto i nostri occhi, proprio in questo passaggio di millennio".
La questione che mette in movimento la riflessione di Franzoni è quella classica e senza uscita del debito dei Paesi poveri. L'analisi di come si è andato formando questo debito, in forza di prestiti concessi praticamente ad usura, i cui interessi non pagati sono stati via via capitalizzati, per cui un debito totale di 603 miliardi di dollari nel 1980 ha raggiunto la somma di 2465 miliardi di dollari nel 1998, dimostra che per quanto possano essere condonate singole poste del debito (come ha fatto l'Italia), il problema non si risolve; i condoni parziali sono selettivi, privilegiano i meritevoli e puniscono i "discoli" né, con l'aria che tira, si può fare affidamento sulla generosità di tutti i creditori; inoltre un debito condonato, è fonte di nuova sottomissione; occorre perciò un modo di uscire dal debito che sia nello stesso tempo uscita dalla tenaglia della povertà e da quella della dipendenza.
La proposta di Franzoni è di riconoscere ai Paesi debitori un credito non puramente "morale", ma reale, equivalente alla loro quota di partecipazione ai beni comuni dell'umanità (cielo, fondi marini, atmosfera, ecc.), Non più lasciati all'appropriazione dei primi che se ne impossessano (governi, compagnie telefoniche ed informatiche, imprese multinazionali), ma mantenuti indivisi per l'uso comune, ed il cui uso venga pagato dai concessionari con dei canoni, delle tasse, delle royalties. In tal modo debiti e crediti dei Paesi indebitati si compenserebbero; i crediti verrebbero in parte trasferiti su un Fondo internazionale comune, nel quale confluirebbero anche i canoni e le tasse legati all'uso dei beni comuni, e le stesse banche sarebbero ben contente di essere pagate da debitori solvibili.
Benché congegnato in funzione della soluzione del problema del debito, il sistema proposto, dietro il quale ci sono numerosi studi elaborati in diverse parti del mondo dalla cultura alternativa, ha una portata assai più generale.
Il presupposto teorico è che il "il cielo è di Dio" e perciò, non senza solidi fondamenti biblici, pontifici e conciliari, o di testi appartenenti alle altre tradizioni religiose, è da considerare eredità comune di tutta l'umanità, common heritage, come dicono gli anglosassoni, ovvero, in termini non dipendenti da visioni religiose, "bene comune", inteso come "massa di risorse convertibile in ricchezza da fruire in forma egualitaria da parte di tutti i titolari di questa preziosa eredità"; viene invece evitata l'espressione "proprietà comune", per non ricadere nella gabbia del diritto proprietario e delle sue aberrazioni.
Una di tali aberrazioni è il principio che finora ha presieduto all'estensione universale della proprietà e all'appropriazione dei beni comuni. È il principio che dal diritto romano si è trasmesso immutato fino ad ora, secondo il quale le cose "di nessuno" (cioè, rovesciando il punto di vista, le cose di tutti), sono del "primo occupante". In pratica è lo "ius predae" che è stato invocato per legittimare l'acquisto spagnolo delle Americhe (in base al concetto che le terre degli Indios fossero res nullius) come le conquiste nelle Indie e nell'africa; uno sviluppo di tale dottrina è stato formulato da Locke con l'affermazione che "quando uno trae qualcosa dallo stato naturale con il proprio lavoro", acquisisce, salve alcune condizioni di equità, la proprietà delle cose; e una singolare modernissima filiazione di questa dottrina si trova nel principio in base a cui la UIT (International Communication Union), agenzia dell'onu incaricata di assegnare le orbite satellitari e le bande di frequenza, distribuisce tali risorse agli Stati e alle imprese, il principio cioè che "il primo arrivato è il primo servito" (first come, first served), che non è che una variante dello "ius primi occupantis".
Contro questa filosofia e questa prassi si tratterebbe di far emergere, sviluppandone i semi già presenti nell'attuale diritto internazionale, un nuovo diritto del patrimonio comune dell'umanità, non suscettibile di alienazione e di appropriazione da parte di alcuno.
Di questo patrimonio farebbero parte i beni già citati (il cielo, con tutte le sue pertinenze materiali e immateriali, risorse minerarie dei corpi celesti, vie di comunicazione, bande di frequenza, orbite ecc., I fondi marini, le piattaforme glaciali) ma pure altri beni essenziali come l'acqua (contro la sete che avanza), le fonti energetiche alternative e anche, secondo alcuni, le conoscenze scientifiche e le relative realizzazioni tecnologiche prodotte dalle generazioni precedenti e lasciate in eredità alle future, e così via.
L'uso di tali risorse, da chiunque messe a frutto, produrrebbe un gettito finanziario che, convogliato in un Fondo internazionale comune, dovrebbe assicurare a tutta la popolazione della terra almeno quei beni vitali e quei servizi essenziali che nei Paesi sviluppati sono (o erano) garantiti dal welfare. E questa, appunto, sarebbe la "chiave": Alla politica naturalmente toccherebbe il compito difficilissimo di girare questa chiave nella toppa, ma sarebbe una politica finalmente tornata a misurarsi con il problemi dei bisogni reali dell'umanità e del suo destino.
Ma c'è un aspetto di più lungo periodo e di portata più generale di questa proposta. Essa ha il valore di rompere, almeno in un punto, il sistema d'appropriabilità universale che ha governato il corso storico fino ad ora, ed ha condotto all'attuale crisi. E non si allude solo alla crisi economica, all'impossibilità ormai di provvedere ai bisogni materiali dell'intera umanità, ma alla crisi di universale alienazione a cui l'universale appropriazione ha condotto. È il tema lungamente analizzato da Claudio Napoleoni nella fase finale della sua vita, soprattutto a partire dal "Discorso sull'economia politica". Napoleoni collocava la causa dell'alienazione, ben oltre Marx, nel rapporto dell'uomo con le cose, con la natura, con le altre persone, come con ciò che può essere prodotto, che è "producibile", sì che in questa producibilità generale lo stesso soggetto diventa prodotto e perciò perde la sua soggettività. Ma questa alienazione interviene in forza del fatto che ciò che è producibile è anche appropriabile, e perciò il soggetto, divenuto prodotto, è anche appropriato, perde la sua identità; tutto è prodotto, è appropriato, e perciò negato nella sua identità e irriducibile alterità, divenuto fungibile; e così è dell'umanità stessa. Rompere questo cerchio, non attraverso il mero passaggio dalla proprietà privata alla proprietà collettiva, che non muta la natura del rapporto, ma affermando che c'è ciò che non è appropriabile, cose, beni, natura e persone, è il punto di fuga teorico, e non solo materiale, dalla crisi profonda a cui tutto il corso storico è pervenuto.