Pietro Ingrao, "Variazioni serali"
IL CORAGGIO DI ESITARE
Andrea Riccardi
Non so se capisco bene quanto Pietro Ingrao scrive o se sono attrezzato a capire i suoi ritmi. Ma, forse, si può tentare con una consonanza esistenziale a cogliere qualcosa. Non una proposta. Ma una suggestione sì: una suggestione da lui fatta in tempi di fretta produttiva e di crisi di progetti, ma pure di apparizioni di certezze martellanti di ogni tipo. La suggestione che attraversa le tante variazioni è innanzi tutto proprio l'esitazione. Si resta colpiti che è l'esitazione di un politico, di un uomo di lotta, di un militante. Ma questa esitazione non è rinuncia da parte di Pietro Ingrao di quello che è stato e della sua storia, su cui pure egli ha discusso criticamente e ama discutere, proprio in un tempo in cui tanti facilmente mostrano revisioni, pentimenti, dissacrazioni, esibizioni di conversioni. Non è la revisione in un altro tipo di linguaggio che, questa volta, avrebbe avuto un altro titolo da quello del 1978, Masse e potere. È però l'emersione comunicativa di una nota nuova (anche se relativamente nuova, ché la si vede sino dagli anni Ottanta con Il dubbio dei vincitori). L'esitazione di un uomo segnato dalla lotta e dalla decisione politica.
Rivela non solo una nota sconosciuta, forse nuova, ma anche la ricchezza dell'umanità di un politico che non ha bisogno di buttar via una vita per giungere a esitare. "Loro" - scrive - hanno tutto: "lo splendere del consumo", "la sete del mondo" eccetera: "...tutto meno la capacità di esitazione". Non si tratta di una nuova comprensione, ma del senso del limite di quello che si è, che si è stati, un senso del limite che fa vibrare al di là del limite: limite delle proprie certezze, della propria parte politica, delle proprie idee e di quelle degli altri, del mondo che si conosce e di quello che affaccia alla propria vita. Così continua Pietro Ingrao:
"Siete parte:
Solo un angolo di luce,
Con la vostra vittoria
Evocate
L'inesplorata pagina
Che chiede sillaba." (Dare e avere)
Solo un angolo di luce! La vittoria non è tutto. C'è una ricerca al di là dei confini della vittoria e della sconfitta. Non si tratta della ricerca di Cesare Viviani, a cui Pietro Ingrao ha suggerito di inviarmi il suo bellissimo libro di poesie Il silenzio dell'universo. Non conoscevo Viviani e mi è tanto piaciuto. Lì c'è una mistica contemporanea o un sentire apofatico (tutto opposto alla teologia catafatica che ama definire il proprio oggetto). Scrive Viviani:
"Essere niente è più_di qualunque essere,
Più di essere ricchi o di essere santi
È liberare ogni spazio interiore
Che sia presenza piena del Creatore."
Tra Ingrao e Viviani ci sono storie e sentire diversi. Ma c'è il valore o almeno l'ascolto dell'oltre di quello che si dice e si afferma. In Viviani c'è il silenzio delle certezze teologiche con un vena mistica che richiama un filone della poesia italiana. Diverso è il discorso di Ingrao, anche se troviamo pure in lui silenzio, smarrimento, perdersi. In Poteri si legge (per continuare il discorso sull'esitazione):
"E quando siete perduti
Chiedete alla vostra
Lenta immaginazione."
In questo perdersi non c'è solo la paura dello smarrimento, ma pure una qualche fiducia di chi si affida come avviene nel sonno: "Nel limitare morbido del sonno/inaudita s'alza/una speranza di calma" - scrive in Variazioni serali, che dà il titolo all'intero libro (Il Saggiatore, 95 pp. Lire 22.000).
E continua con l'intelligenza dell'esitazione, che non è una nuova chiave ideologica, ma un sentire personale e umile, una percezione misteriosa e tattile della realtà:
"Cercate in comune
La fallacia degli ordini
Declinati
Nella pupilla secreta del vincitore.
Senza giurare
Quando il chiaro dorme,
Spalancate le fonti,
Ponete i nomi."
Senza giurare: è l'esitazione. L'esitazione viene dopo la delusione. È possibile e finanche ovvio. Ma non è solo il dopo della delusione, ma anche l'intelligenza in un mondo così complesso e affrettato in cui si smarrisce spesso il contatto con la realtà, con i nuovi scenari o semplicemente con le persone. C'è bisogno di contatto nuovo. Le stagioni della vita passano. Qui l'esitazione. Ma l'esitazione è anche la ricerca di nomi, nuovi nomi, nomi veri o solo nomi diversi, nomi propri per sé e per pochi. Un modo di rinominare la vita e le cose. Quella pagina sull'imposizione del nome, del proprio nome, ci offre una chiave per comprendere la ben più incerta ricerca d'imposizione di nomi o di ricerca di nomi. Quell'imposizione del nome
"...che non vedemmo
Come ci stringe
Lusinga
Ci riconosce e annette
Senza dubbi e domande:
Carezza dell'umido sbarco
Alla vita
Di chi non si legge..."
È chiaro in Nominazioni quanto sia invece più incerta e faticosa la ricerca di un nome, nome nuovo o rinnovato, in un universo che si percepisce in maniera diversa, per una nuova situazione personale, politica e umana, per un oltre l'abituale vedere e sentire e, forse, anche per l'età:
"Si smorzano i denti
Delle tempeste, gli scontri
Delle epifanie.
Sgorga l'ingenuo
Interrogarsi sui segni."
Ma si trova questo motivo anche altrove come "un brullo pensiero che bussa - scrive in Vocabolari - in cerca di un nome". Questa lettura non ha alcuna pretesa di universalità, ma è come un discorso aperto a chi lo vuol cogliere, entrare in sintonia, lasciando la libertà di chi non impone evidenze e non reclama attenzione. È una poesia che chiede - come lui dice - di chinarsi. Per questo trovo interessante, quasi un esercizio di interiorità entrare in contatto con queste Variazioni serali. E anche trovare questo linguaggio di nomi, sentimenti, visioni appena prospettate, proprio in questa stagione di idoli infranti con un esibito gusto iconoclasta, come richiede la pubblicità di chi non può starsene mai in ombra, oppure in questo tempo di nuove o riemergenti certezze. È un esercizio dell'io che non ha nulla del narcisismo esibito del politico o di quello più modesto del reduce, pure spesso opprimente. Un esercizio dell'io che è richiamo all'interiorità a cui non posso non essere sensibile. È il linguaggio del cuore. Ecco: Ingrao non ha paura del cuore.
Ma anche mi pare di percepire la riflessione di un uomo che ha molto vissuto e che è avanti con gli anni. Viviamo tutti di più. L'età media si alza. Ma com'è difficile vivere da anziani, tanto che spesso sembra che il dono di una vita più lunga, prodotto di questa nostra società, divenga in tante esistenze di anziani quasi una condanna o una maledizione: che cioè la benedizione, per così dire, si volga in maledizione. Nelle Variazioni serali c'è l'uomo anziano che cerca e trova un modo diverso di parlare, che non fa pesare la propria lunga storia (ce ne sia motivo o non ce ne sia):
"Sono amico e distante - si legge proprio nel testo intitolato Variazioni serali - anni luce. Scruto.
In qualche modo fuggo."
Forse sono quelle "transumananze" che portano il segno degli anni:
"Addio fogliame di pensieri
Serali, oscillo di mondi
Nel rotto scalino del buio,
Allora che smagriti
Dileguano fumi di relazioni,
Cedono troni, perduti
Nelle lande grige
Dei desideri scomunicati
Si distillano codici derelitti."
C'è quel distacco dell'età, quello spegnersi di relazioni, di passioni, di socialità. Ma non c'è solo nostalgia, ma la ripresa di un modo diverso di guardarsi intorno dal vicino, al corpo, al mondo più lontano. C'è anche nostalgia o almeno il senso di un passato che non torna, quello dei "cenci lisi della mia vita, gli unici spesi per un oltre...". Non c'è ripiegamento solo, ma "fra memoria e promessa/ lenta goccia di uno sparire"... Vorrei sottolineare come queste poesie siano il frutto di una ricerca di un contatto e di un linguaggio nuovo: c'è come una giovinezza in Pietro Ingrao, anziano, quella di percorrere un linguaggio, di cercare nomi, in una stagione in cui è più facile ripetere o ripetersi. È un'operazione non facile, che richiede un'agilità interiore non comune.
In questo modo di parlare e di ascoltare Ingrao parla di più la debolezza. Forse la propria debolezza, quella degli anni e del corpo. Spesso però la propria debolezza non spinge a chinarsi, ma anzi stimola a difendersi dall'altrui debolezza quasi temendone il contagio o sentendosi già troppo segnati per entrare a contatto con altre fragilità. Ingrao parla invece anche la debolezza degli altri, dei vinti, di quelli che non sanno dare nomi alle cose, dei più insomma.
Non si tratta finalmente d'un canto di vittoria dei sempre vinti, ma di un atteggiamento personale forse nuovo o solo più profondo. Ritorna qui il discorso sull'esitazione o sul sospendere. Infatti Pietro Ingrao in Ipotesi scrive:
"Non è la quiete
La fine dei disordini
La liquidazione dei confini,
Delle vittorie inique
E vincitori superbi
E fallaci
Non l'indifferenza dei ranghi
La dissoluzione delle lacrime
Il trono dei deboli
Ai candidi
Oscurati dalla verginità dei desideri.
Solo un sospendere..."
Appaiono le assenze e il nulla degli "inapparenti", dei "senza lingua": non si tratta di una nuova militanza, di una nuova chiave di lettura sociologica, ma dello sforzo o solo della disponibilità a cogliere "la musica grave/ dei taciturni, così sperduta/ prossima alla polvere" (Auspicio). Così si coglie il loro parlare o il loro tacere: per questo mi sembra Ingrao parla con la poesia e non potrebbe altrimenti se vuole restare attento al mondo degli inapparenti e dei senza lingua: "s'aprono/ dissidenze:/ sporgono al dilatarsi/ del soggetto/ nel dubbio che lo ferisce:/limitare di linguaggio/insegue curioso una chiave...".
Deriva individualista? Indubbiamente c'è un modo diverso dal suo passato politico - ma pur sentito - di parlare del "noi": "trepida combinazione di vite/nel mantello sdrucito dell'accadere/o illuso aggrapparsi/mano di naufraghi/ a naufraghi, nella selva/dei duomi che fissano/inclusi e banditi;/o gli ultimi che non si dicono,/ grigi/resti della mattanza...". C'è la dissoluzione di un noi, un soggetto politico e storico, con le sue frontiere. Ma c'è anche la volontà di un noi, di un intreccio di comprensione larga, d'impegno e di soggettività non narcisistica. In questo atteggiamento verso gli "inapparenti" non si manifesta un nuovo discorso solidaristico - anche se un tale atteggiamento non viene rinnegato - ma una sensibilità e un'apertura ai "senza lingua", fatta di contatto personale e di ascolto. In fondo - mi viene da pensare - tante volte si lotta o ci s'impegna per un mondo con cui non si parla e che non si ascolta.
Mi sembra che in Ingrao, fatto più leggero e non più pesante dagli anni, ci sia la volontà di non correre, soprattutto di non calpestare quelle tante cose che, purtroppo necessariamente, talvolta stoltamente, si calpestano in una vita attiva, politica, impegnata, che sa dove andare e che dice di sapere dove vuole arrivare. E qui, allora, la scelta della poesia ma anche quella del linguaggio dei classici, come Ungaretti, Saba e Montale.
Ho trovato qualcosa che ritorna di un personaggio tanto diverso da Pietro Ingrao. L'ho trovato nell'atteggiamento del cardinal Carlo Maria Martini che ha dedicato la sua riflessione annuale a un tema inconsueto, quello della bellezza. Scrive: "diventa allora bello, vivere questa fine secolo, questo nostro tempo, che pur ci appare così pieno di cose brutte e laceranti, cercando di interpretarlo nei suoi enigmi dolorosi e laceranti". Martini, che tanti anni fa parlò del mondo dei senza voce, accenna a un discorso che i cristiani dovrebbero sviluppare di più, anche per evitare le ideologie solidaristiche: quello della bellezza delle beatitudini. In fondo le beatitudini, introducono a questo senso della bellezza dei miti, degli afflitti. Ma qui bisogna trovare anche per un mondo di cristiani un linguaggio che non è facile, che non è solo quello delle inchieste (rispettabilissime) sulla povertà o quello di un'operatività, ma il linguaggio del contatto personale con il debole come dicevo. Ed è il limite - lo dico facendone parte - di un certo impegno solidaristico che non è capace di declinare l'amicizia con quelli che non hanno voce e dire che sono belli. Non è quello che Ingrao vuol dire nelle sue poesie, ma lo dico io anche stimolato da quello che Ingrao dice. Infatti gli inapparenti di Ingrao sono i deboli in tanti modi e non solo i marginali. Il debole che si affaccia nell'universo di Ingrao è anche altro rispetto al povero.
In questo senso di debolezza, di simpatia per la debolezza o almeno di non fuga da essa, c'è a mio avviso un senso di forza: è quella "forza debole" su cui amo spesso insistere, quella forza biblica di cui sta scritto: "quando sono debole è allora che sono forte". Non è in Ingrao solo la forza di una visione o di alcune idee chiave, ma è la forza di un atteggiamento di fondo con cui vivere, parlare, ascoltare e far parlare: è una forza - in un certo senso - giovanile, una forza fragile. È insomma un atteggiamento con cui, entrando in simpatia e contatto lungo le pagine di questo libro, ci si trova non solo e non tanto d'accordo ma stimolati a un atteggiamento più fine verso la realtà, come se non si conoscessero i nomi e i valori di tutto. Per questo ho gustato queste pagine di Ingrao e mi piace discuterne, come ne sono capace. Sono quelle discussioni e quelle letture che allargano il cuore.