numero  9  settembre 2000 Sommario

Università e centri di eccellenza

INNOVARE, NON COPIARE
Salvatore Settis  

Il nodo che vorrei affrontare è quello della formazione universitaria, in particolare nella prospettiva dell'intreccio fra didattica, ricerca e innovazione tecnologica: un tema la cui importanza centrale per il futuro di questo Paese è inutile sottolineare.
Un elemento centrale del dibattito che si svolge oggi intorno a questo tema in Italia è l'insistenza sull'"arretratezza" del sistema universitario italiano, e la conseguente spinta a una rapida "modernizzazione". Sarà dunque bene riflettere che il tema dell' "arretratezza" da recuperare (in questo come in altri campi) ricorre insistentemente nel discorso politico e culturale italiano, a partire dall'unità nazionale, quando si sentì di colpo l'esigenza di raggiungere il più rapidamente possibile livelli comparabili ai Paesi europei di più antica formazione statale, come la Francia e l'Inghilterra, o ancora alla Germania, che anch'essa aveva trovato tardi la propria unità nazionale, ma che s'imponeva a modello nel campo dell'educazione per l'efficienza del sistema prussiano. Il sistema tedesco fu così preso a modello per la scuola e l'università italiana. Sarà qui opportuno ripetere, a commento, una breve citazione da un articolo di Pasquale Villari (più tardi Ministro della P.I.) nella Nuova Antologia del 1872:
"Non bisogna guardare alla luna; non bisogna ragionare come se fossimo diversi da quel che siamo; non bisogna ogni notte sognare la Germania come una volta si sognava la Francia. Bisogna innanzitutto studiare l'Italia. Noi siamo entrati in un'officina, abbiamo preso una ruota che comunicava il suo meccanismo a cento altre, l'abbiamo isolata dal resto e restiamo sorpresi perché non pone in moto più nulla. Un meccanismo, trasferito da un paese all'altro, non porta necessariamente dappertutto i medesimi risultati. La scuola è un'istituzione feconda solo quando stende le sue radici su un suolo fertile, da cui raccoglie la forza che poi trasmette moltiplicata".
È una citazione, questa, che sarebbe oggi (sostituendo gli Stati Uniti alla Germania) di grandissima attualità. Troppo spesso da noi si additano a modello le scuole americane, il cui disastroso fallimento è al contrario elemento ricorrente nel discorso politico e culturale americano. Troppo spesso sentiamo citare come un modello "l'università americana", quasi che esistessero solo Harvard, Princeton o Yale; ma negli Stati Uniti esistono qualcosa come 3400 altre università il cui livello culturale e formativo medio è basso o bassissimo. Lo dico avendo lavorato per sei anni negli Stati Uniti, un grande Paese che amo: ma lo conosco abbastanza per dire che dobbiamo imparare a "pescarvi" non solo astratti e mitici "modelli", ma anche quella capacità di autocritica che della società americana è uno dei tratti più positivi. Al contrario, mi sembra che la tendenza a mitizzare un astratto "modello americano" sia di regola (e non solo in Italia) inversamente proporzionale alla reale conoscenza ed esperienza della società e delle istituzioni americane. Non si tratta solo di ignoranza: i modelli astratti fanno comodo, perché nascondono le reali ragioni del mutamento, trasformando precise scelte politiche in direzioni di sviluppo che si pretende essere ineluttabili. Al contrario, credo che tutti i modelli vadano studiati, ma con piena conoscenza di causa, e nessuno mitizzato; ma, con le parole di Villari, "bisogna innanzitutto studiare l'Italia".
Il tema dell'"arretratezza" (e il suo rovescio, la necessità di frettolose "modernizzazioni") ricorre oggi più che mai a causa di due fortissimi impulsi aggiuntivi: la spinta all'innovazione tecnologica e i processi di globalizzazione economica, col loro effetto trascinante. Si può anzi dire che, poiché l'innovazione tecnologica è componente imprescindibile della "globalizzazione", questi due impulsi si congiungono a formarne uno solo, con gli Stati Uniti come punta di diamante di un processo mondiale. Come ha osservato lo studioso americano Bill Readings in un libro molto importante e poco noto in Italia (The University in Ruins , Harvard University Press, 1996), "il processo di americanizzazione oggi (a differenza che durante la guerra fredda e le guerre di Corea e del Vietnam) non significa più il predominio della nazione americana, quanto piuttosto la diffusione e realizzazione globale di un'idea della nazione americana ormai del tutto priva di contenuto e basata sul denaro e su un vuoto concetto di eccellenza". (p.35) Secondo Bill Readings, il "modello americano" è incentrato sostanzialmente sul declino dello Stato-nazione e su una crescente incertezza sul suo ruolo nel definire e garantire le regole del gioco. Noterò di passaggio che, esemplificando il diffondersi di questo modello anche in Europa, Bill Readings usa come esempio massimo il governo Berlusconi e l'alleanza FI-AN-Lega la cui strategia per l'aggregazione del consenso, secondo la sua diagnosi, consiste nel sopprimere ogni discorso sulla natura dell'italia come comunità politica, sostituendovi formule asettiche e fra loro contraddittorie, che vanno da un'astratta nostalgia nazionalistica al separatismo. (p.42) Ma più che il giudizio di Bill Readings sull'italia ci interessa la sua più generale diagnosi sulle conseguenze della globalizzazione sul sistema universitario: secondo la sua diagnosi, il processo può essere descritto come la progressiva eliminazione della "University of Culture" (puntata alla produzione di conoscenza), sostituita da una "University of Excellence", dove l'eccellenza diviene la carta-moneta di uso comune e la parola d'ordine più diffusa precisamente a causa del suo carattere non-ideologico.
"Quello che viene insegnato o studiato importa molto meno del fatto che venga insegnato o studiato in modo "eccellente"" (p.13). Come il denaro, l'eccellenza non olet, in quanto è del tutto priva di contenuto, non è né vera né falsa, ma si presta come formula sulla quale tutti si trovano prontamente d'accordo. È una formula non-ideologica in quanto manca sia di referente esterno che di contenuto; insomma, funziona ("si presenta bene") proprio in quanto autoreferenziale. Lo stesso si può dire di altre parole-chiave, come "modernizzazione". La prima cosa veramente "moderna" che si dovrebbe fare è definire precisamente (cioè in termini di contenuti) che cosa si intende per "modernizzazione". Se la si adotta come uno slogan "neutro", una parola-omnibus che ciascuno riempie poi a suo piacimento di contenuti variabili e non definiti, non solo si accresce la confusione, ma si fa di peggio: si dà una mano agli avversari politici, che avranno la vita fin troppo facile a chiamare "modernizzazione" qualunque cosa vogliano fare, specialmente poi se corrisponde al "modello americano". Basti pensare alla sanità: il punto non è se è più "moderno" il sistema americano o quello italiano, ma quali sono i contenuti dell'uno e dell'altro. Quale sistema garantisce meglio i cittadini, e in particolare i non privilegiati? Si tratta, e almeno qui si spera che tutti lo capiscano, di scelte squisitamente politiche.
Torniamo all'università italiana. Bisogna qui riconoscere senz'altro il forte sforzo di rinnovamento della riforma ora in dirittura di arrivo. Tuttavia, anche senza entrare nel merito dei vari "decreti d'area", è necessario dichiarare subito due forti preoccupazioni:
Prima preoccupazione: la vera natura della riforma, dato il grande ruolo che avranno nell'attuarla le singole Università e Facoltà, sarà chiara solo dopo un periodo di sperimentazione di cinque-dieci anni. Intanto però, anche molti che difendono la riforma "da sinistra" e non la attaccano pubblicamente, sostengono in privato che essa porterà a una "licealizzazione" dell'università italiana: questo vuol dire da un lato che essi non si impegneranno a far funzionare la riforma nelle singole Università garantendo un livello accettabile; e dall'altro che cercheranno (anzi già cercano) di creare dal nulla, e senza regole garantite, delle isole privilegiate, naturalmente con l'inevitabile etichetta di "eccellenza". I "centri di eccellenza" rischiano così di esser concepiti come un meccanismo di mascheramento e di compensazione di un generale declino dell'università, dato per inevitabile.
Seconda preoccupazione: visti globalmente, i processi in atto nell'università italiana sono fortemente contraddittori. Da un lato, infatti, si insiste sull'opzione per una scelta curricolare di stampo "europeo" (qualsiasi cosa ciò voglia poi dire) e sui processi di internazionalizzazione, e dall'altro non vengono corretti due elementi cruciali che spingono l'Università italiana in senso assolutamente contrario, verso una crescente provincializzazione. Tutti sanno quali sono questi elementi:
1) la scarsità, starei per dire congenita, dei fondi di ricerca, ben al di sotto della media europea attuale (1,9% del PIL) e lontanissimi dall'obiettivo fissato dalla Comunità (3% del PIL). Il Ministro Zecchino sta conducendo un'azione per correggere questa drammatica situazione, e il Presidente Amato ne è certo ben consapevole. Occorrono su questo fronte segnali precisi, concreti e urgenti. Occorre riflettere sul rapporto fra ricerca pubblica e ricerca privata, e in particolare domandarsi perché proprio quelli che predicano un regime di libera competizione fra ricerca pubblica e privata (p.es. In campo biomedico) lavorano per lo smantellamento e la marginalizzazione della ricerca pubblica: il prevedibile risultato sarebbe di far convergere i residui fondi pubblici sugli istituti privati di ricerca. Chiediamoci se è questo ciò che vogliamo.
2) il meccanismo di reclutamento dei docenti, combinato colla struttura dei bilanci universitari nel quadro dell'autonomia delle Università, sta portando a una crescente "localizzazione" delle carriere : in assoluta controtendenza alla conclamata necessità di rendere la nostra Università competitiva nel quadro europeo, quello che sta succedendo è che gli sviluppi di carriera si fanno quasi solo nella stessa sede. Sono evidenti i vantaggi per i singoli, ma altrettanto evidente il prezzo che pagano le istituzioni: quello di una crescente provincializzazione delle nostre Università. Non solo esse non fanno nulla per attrarre studiosi d'avanguardia da altri Paesi, ma elaborano strategie per impedire l'"invasione" di studiosi italiani che vengano da altre Università; e usano come principio supremo per gli sviluppi di carriera e la creazione di cattedre non il valore scientifico, ma la disponibilità di quote di bilancio. È un processo perverso, del quale pagheremo i costi per decenni.
Occorrono qui scelte forti e mirate, occorre scegliere, per la nostra Università, fra un modello marginalizzato e provinciale e un modello internazionale; e orientare di conseguenza le opzioni normative sul reclutamento dei professori e i finanziamenti della ricerca. Ma correggere le aberrazioni non basta : quello che occorre è molto di più, è costruire un modello italiano di Università, con le proprie specificità, che abbia cittadinanza nel contesto internazionale. Vorrei indicare sommariamente in questa direzione alcune linee maestre.
Prima di tutto, mi sembra essenziale privilegiare lo snodo fra ricerca, didattica e occupazione. È giusto insistere sulla didattica, ma una didattica senza il retroterra della ricerca e la prospettiva dell'occupazione è cosa morta. Lo scopo dell'università non è di produrre più laureati in tempi più brevi, ma di produrre conoscenza e di stimolare l'innovazione. Il successo di un'università (in qualsiasi paese) si misura non sulla base del numero dei laureati, ma sulla base del numero dei laureati che trovano più o meno immediata occupazione, e sulla capacità di disegnare nuovi profili professionali che producano nuova occupazione e abbiano ricadute benefiche sulla società.
L'innovazione produce lavoro, e la fonte primaria dell'innovazione è precisamente la ricerca, e in particolare la ricerca nei campi di frontiera, che può portare a modulare nuovi profili professionali. Questo è tanto più vero nella situazione che stiamo sperimentando, nella quale i tempi della distanza fra ricerca "pura" e ricerca "applicata" si sono drammaticamente contratti e continuano a ridursi in misura crescente: in altri termini, i frutti della ricerca "pura" si traducono rapidissimamente in direzioni applicative, e dunque al tempo stesso producono innovazione e creano occupazione. Basti pensare, per citare solo un esempio, al campo biofisico-biomedico; ma lo stesso è vero anche nell'ambito delle scienze umane: basti ricordare le ricadute "applicative" (la museologia e le mostre) della ricerca in archeologia e in storia dell'arte.
Questo vuol dire che non è affatto il momento di ridurre la presenza della ricerca "pura" nell'università, ma al contrario di potenziarla come fonte primaria dell'innovazione, in grado di creare nuova occupazione per le nuove generazioni. In questo senso, anziché piangere sui difetti della riforma dell'insegnamento universitario, è possibile USARE le nuove strutture curricolari per disegnare nuovi profili professionali fortemente raccordati con linee di ricerca e sbocchi occupazionali; e, dato il margine di autonomia delle singole sedi, è essenziale che le sperimentazioni più pensate e avanzate vengano opportunamente analizzate e rese note, perché siano "modellizzabili". Non meno essenziale è, in questo contesto, battere la retorica dell'eccellenza senza contenuti, per privilegiare, al contrario, linee di ricerca determinate (il che implica il coraggio e la responsabilità di fare delle scelte e di concentrarvi finanziamenti sostanziosi): l'eccellenza, se c'è, non va proclamata (e magari autoproclamata) al principio, ma riconosciuta semmai alla fine, a partire dai risultati, e rispetto a ben definiti standard internazionali. Se al contrario si favorisse la proliferazione di sedicenti "centri di eccellenza", non si farebbe che innescare un processo inflazionistico, con tutte le conseguenze del caso.
È invece importante individuare centri di formazione superiore e laboratori di avanguardia già consolidati e con alta reputazione internazionale (in Italia non mancano), la cui vocazione sia prima di tutto di sperimentare al massimo livello, e con l'ambizione di creare dei modelli, quello snodo ricerca-didattica-occupazione (anche nel senso di: creazione di nuovi profili professionali) sul quale ho sopra insistito. Se l'ambizione di creare modelli ripetibili potrà realizzarsi, queste sperimentazioni di avanguardia non saranno isolate dal resto, ma al contrario potranno avere un effetto trainante dell'intero sistema formativo.
Perché un progetto di questo segno non fallisca, è essenziale che, piuttosto che appiattire l'università del futuro su un preteso "modello europeo" che è esso stesso da creare, si studi bene (secondo quella raccomandazione di Pasquale Villari) il sistema italiano prima di buttarlo via : in altri termini, chiedersi se non esistano specificità da salvaguardare non come sopravvivenze del passato in una sorta di malinconica "riserva protetta", ma anzi, al contrario, perché modellizzabili; perché proponibili nel quadro di un modello europeo che è, lo ripeto, tutto da inventare, e nel quale vorrei sperare che l'Italia riuscisse ad avere una voce propria.
Vorrei concludere con un esempio in questo senso, i Beni Culturali: un esempio opportuno non solo perché tratto dal mio ambito di competenza, ma specialmente perché in quest'ambito esiste una specificità italiana, e precisamente in termini di ricerca pubblica. In questo campo, il discorso politico-culturale è oggi fortemente dominato dall'impulso al decentramento e dalla spinta alla privatizzazione; e dato che i Beni Culturali si rivelano sempre di più un buon affare, molti tendono a vedere nelle forme di decentramento un primo passo verso la privatizzazione attraverso lo smantellamento della macchina statale. Il linguaggio aziendalistico sempre più spesso usato dagli addetti ai lavori è una spia importante: la gestione dei Beni Culturali deve farsi, si ripete, "in un'ottica di mercato" (titolo di un convegno all'auditorium della Confindustria a Roma, maggio 1998); bisogna pensare ai "clienti", ai "consumatori" dei Beni Culturali, che vanno intesi come una "merce" da "vendere" mediante opportune strategie (dalle mostre ai cdrom, ai siti Web); e così via.
Ora, si dà il caso che proprio in questo ambito esista una specificità italiana, di cui possiamo a giusto titolo essere orgogliosi: perché il sistema inaugurato dallo Stato unitario italiano, di soprintendenze territoriali, fu assolutamente all'avanguardia, ed ebbe il merito indiscusso di legare l'opera d'arte individuale al contesto fisico, geografico, storico e culturale da cui essa nacque. Ora, anche se oggi le strutture amministrative delle nostre soprintendenze sono invecchiate, il modello vincente sul piano planetario è proprio quello che lega il patrimonio all'identità, e l'uno e l'altra al contesto territoriale: ed è, questo, un modello nato in Italia. A questa filosofia è ispirata la riforma in corso di elaborazione in questi mesi in Francia, dopo un grande dibattito che ha contrapposto un modello privato a un modello pubblico di gestione: la scelta finale è stata netta, in favore del modello pubblico. Se davvero vogliamo tanto essere "europei", perché non ci fermiamo un momento a riflettere su questo? La vera urgenza nel campo dei Beni culturali in Italia è di solidificare, ridefinire e rilanciare il sistema pubblico di conservazione, tutela e conoscenza del patrimonio artistico-culturale. L' unicità della tradizione nazionale italiana nella gestione pubblica dei beni culturali, proprio perché mirata non agli oggetti singoli ma al loro tessuto connettivo (del quale noi stessi, come cittadini, facciamo parte) è essa stessa un potente fattore di attrazione e di competitività, e richiede specifiche strategie di conoscenza e di ricerca.
Ora, è proprio qui, in uno snodo ben progettato fra enti pubblici di tutela e sistema pubblico della formazione, che si può creare, costruendo sull'esperienza del passato senza rinnegarla ma anzi rinnovandola alla luce delle esigenze del futuro, un "sistema" specificamente italiano. Soprintendenze e Università hanno di fatto un terreno comune, ed è quello della ricerca e delle competenze indispensabili alla conoscenza, alla tutela, alla conservazione. Superando tutte le divisioni e le rivalità artificiose, compresa quella fra due diversi Ministeri, sarebbe dunque ora che si progettassero aggregazioni sperimentali fra enti pubblici di tutela e università su progetti specifici, tanto di ricerca quanto di formazione.
Qui come altrove, la cosiddetta "mondializzazione e massificazione del consumo culturale", su cui tanto si insiste analizzandola poi così poco, non va assunta come orizzonte assoluto che imponga scelte prefissate. Essa va invece vista come lo scenario internazionale entro il quale l'Italia deve occupare una posizione specifica, se nient'altro perché puntare sui fattori di "unicità" è comunque una strategia vincente. Se faremo interagire le competenze storiche e artistiche con le discipline progettuali, intrecciando le istanze istituzionali e coinvolgendo competenze architettoniche e urbanistiche, discipline paesaggistiche e ambientali, ne risulterà valorizzato il patrimonio culturale italiano, con quel tessuto connettivo che lo rende incomparabile. Al tempo stesso, verranno a modularsi nuove professionalità, una cultura progettuale intrisa al tempo stesso di saperi tecnologici e di conoscenza storica: sarà dunque determinante articolare con intelligenza e flessibilità, tenendo ben chiaro questo quadro d'insieme e le sue enormi potenzialità, i percorsi formativi della nuova Università in tutto quest'ambito.
Anche in questo campo, infine, la frontiera delle nuove tecnologie e della nuova economia impone scelte coraggiose e immediate: e mentre le strutture museali sono in genere impreparate a costruire nuovi modelli, nelle nostre Università molto si è mosso in tal senso, con proposte talora molto avanzate. Va dunque respinta la tentazione di "recuperare" l'"arretratezza" acquistando prodotti informatici già pronti e "riempiendoli" con "contenuti" specificamente italiani. Al contrario, la rivoluzione tecnologica in atto comporta che i contenuti sono inseparabili dal modo come sono strutturati; non ha quindi nessun senso proporre progetti in cui la "cornice" informatica venga sussunta pari pari (pescandola in prodotti preconfezionati offerti sul mercato), per poi versarci dentro "i nostri contenuti": essi sarebbero fatalmente impoveriti dal forzato ingabbiamento entro cornici create per qualcos'altro. È solo l'insieme di informazione e struttura che costituisce, genera, diffonde (o non diffonde) CONOSCENZA. Framework e contenuto vanno progettati insieme, ed è possibile, anzi indispensabile, saperlo e volerlo fare in Italia.
Che è come dire: in questo campo, la tecnologia è cosa morta se non s'intreccia con la conoscenza storica. Questo intreccio è un traguardo più avanzato, che se perseguito correttamente avrà ricadute produttive e conoscitive molto importanti: chiedendo di più e di meglio, si stimola la flessibilità e il progresso delle nuove tecnologie, si gioca una carta più difficile sui tempi brevi, ma vincente su tempi lunghi. Si aprirebbe così un campo sperimentale vastissimo per un lavoro in cui contenuti sempre più complessi vengano strutturati e articolati secondo tecnologie sempre più avanzate. Inutile aggiungerlo: un approccio come questo comporterebbe la creazione di nuovi profili professionali e di nuova occupazione.
È questo un esempio in cui l'Università italiana, a patto di "mordere" sui problemi della società, è in grado di creare un modello proprio, basato su specificità italiane, e di esportarlo. Sono sicuro che ce ne sono altri: la sfida è non solo di farne il censimento, ma di tradurlo in progetto.

Salvatore Settis è direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa._l'articolo è l'elaborazione del suo intervento al seminario della Fondazione Italiani/Europei (Frascati 29/30 giugno 2000)




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