"New" e "bubble economy"
L'EUROPA NELLA BOLLA
Elmar Altvater
Il calo dell'euro ha provocato profonde depressioni in Europa negli ultimi mesi. La globalizzazione sembra mettere una pietra sulla nuova moneta così come l'avevano immaginata i protagonisti dell'unione monetaria: cioè sull'idea che con l'euro si sarebbe rafforzata la consapevolezza dei cittadini di Eurolandia e la capacità coesiva del progetto di unificazione nel cuore d'Europa. Ma ancora non si può dire; la debolezza dell'euro e la forza del dollaro nei primi sei mesi del 2000 potrebbero capovolgersi nell'ultima parte dell'anno, al più tardi dopo le elezioni presidenziali di novembre. Il sogno della new economy negli USA potrebbe trasformarsi nell'incubo della bubble economy, quando la bolla di sapone dovesse scoppiare. L'economia statunitense infatti non è così robusta, come molti in Europa credono o fanno credere.
Dietro la facciata costruita su dati imbellettati sul mercato del lavoro e tassi di crescita economica più elevati, si scoprono, però, impieghi a basso reddito scarsamente qualificati, il 2% della popolazione attiva maschile composto da detenuti, un'alta produttività limitata ad alcuni settori ma non estesa al complesso dell'economia statunitense e, soprattutto, un enorme debito estero che, se si confermerà la dinamica della fine degli anni '90, potrebbe raggiungere presto la soglia dei duemila miliardi di dollari. Dal 1990 al 1996, il debito estero statunitense è salito da 169 miliardi di dollari a 548 miliardi di dollari. E solo nel 1997 si sono aggiunti 570 miliardi e nel 1998 ancora 470 miliardi. In questa impennata si riflettono le conseguenze della crisi asiatica: alcuni "investitori" hanno portato i loro capitali al riparo nei lidi più sicuri di Wall Street per salvarli dalle turbolenze asiatiche e russe. Da ciò è nata la liquidità inaspettata che ha prodotto un boom azionario e messo in circolazione un esercito di sciacalli: daytraders e trafficanti "all'istante", casalinghe che ordinano rapidamente azioni su Internet mentre cucinano e lavano, (e ne è derivato l'exploit del nuovo mercato su Internet). Questo insieme variegato di giocatori di borsa è stato nobilitato dai media come new economy, quella new economy additata come modello a un'europa indolente, conservatrice e iperprudente.
Ma la new economy è qualcosa di più che una favola legittimata dai media? La montagna di debiti americana ha ancora due stabilizzatori, i quali ne hanno impedito finora il crollo: il primo è la fiducia nella moneta dell'"unica potenza mondiale" (Brzezinski). Gli Stati Uniti, infatti, esercitano questo ruolo sia militarmente sia politicamente; anche per questo la piazza finanziaria americana appare come un "paradiso sicuro" per investitori di tutto il mondo, provenienti tanto dalla old o dalla new economy, quanto dall'economia mafiosa. La lezione delle crisi finanziarie sui mercati "emergenti" in Asia e America Latina insegna che gli "investitori" hanno bisogno di un retroterra sicuro per potersi muovere, con il minimo rischio possibile, a caccia dei migliori guadagni nel breve periodo.
La libertà offerta dalla globalizzazione si gode meglio se c'è la sicurezza di un rifugio, soprattutto se è addolcita da alti rendimenti.
Il secondo stabilizzatore consiste proprio negli alti rendimenti che rendono attraenti gli investimenti finanziari negli USA. Dal 1996 i tassi di interesse e i rendimenti statunitensi sono più elevati di quelli europei, per non parlare di quelli del Giappone. Il "concorso di bellezza" delle valute (John M. Keynes) si basa sui rendimenti ottenibili in dollari, euro e yen. In questo campo il dollaro resta imbattibile. Mentre la bilancia delle partite correnti realizza modesti deficit - nel 1998 220 miliardi di dollari e nel 1999 quasi 300 - la bilancia dei capitali è positiva a causa del debito estero. Non sono dunque i fondamentali dell'economia reale a spiegare la dinamica dell'economia americana e la forza del dollaro, bensì i fattori monetari. La bilancia dei capitali, come spiegò decenni fa l'economista von Stackelberg, è autonoma rispetto alla bilancia commerciale. Finché gli operatori finanziari internazionali continueranno a considerare gli Stati Uniti come un luogo sicuro e a trovare attraenti il livello dei tasi di interesse in confronto alle piazze finanziarie concorrenti, allora questa situazione resterà immutata: continuerà, cioè, a essere basata sul premio derivante dallo squilibrio economico mondiale, che potrà essere annullato solo da una grave crisi. Poiché in presenza di alti tassi di interesse la disponibilità ad investire nell'economia reale si affievolisce e gli investitori si muovono solo per affari capaci di offrire un rendimento a breve periodo, non si creano i posti di lavoro che sarebbero necessari per ridurre la disoccupazione, la sottoccupazione e il lavoro precario.
Molti ritengono che la situazione attuale non sia particolarmente stabile, perciò il Fondo Monetario Internazionale e l'ocse, nelle analisi e nelle previsioni sull'economia mondiale, da tempo denunciano la necessità di preparare un "atterraggio morbido" per il boom economico statunitense. Tuttavia le condizioni non sono ottimali dal momento che troppi attori economici - le istanze politico-economiche e politico-monetarie negli USA, le istituzioni internazionali e soprattutto le imprese private - hanno in mano troppe leve di comando perché si possa evitare il disastro. Questa prospettiva non sembra affatto improbabile, nei prossimi mesi. La new economy potrebbe rivelarsi bubble economy e quindi esplodere.
In questo caso c'è da aspettarsi un rafforzamento del corso dell'euro nei confronti del dollaro, ma è lecito dubitare che questa dinamica sarebbe accolta con entusiasmo, perché le economie europee sono tagliate sull'export, anche nei confronti dell'area del dollaro e perciò un valore basso dell'euro è per loro favorevole. Nella situazione attuale entrambe le economie sulle due rive dell'atlantico godono di vantaggi. L'euro debole rafforza gli esportatori europei e in Eurolandia si evidenzia un avanzo della bilancia commerciale (di circa 125 miliardi di dollari) con effetti positivi sui posti di lavoro, circostanza che è stata rivendicata in Germania come un successo da parte del governo. Certamente il dollaro forte indebolisce gli esportatori americani ma, allo stesso tempo, produce elevati ingressi di capitali nel paese. Con essi viene alimentato il boom della borsa. L'eldorado potrà andare avanti per un certo periodo ma finirà con un disastro, che si ripercuoterà, questa volta sulle due sponde dell'oceano.
La globalizzazione funziona, infatti, come un sistema di canali comunicanti: quando un canale esplode l'aria esce da tutto il sistema. Il temuto effetto "contagio", diagnosticato a partire dalla crisi del Messico e da quella asiatica appare evidente: così come dalla febbre del boom tutte le economie possono essere colpite dalla malattia della crisi. La globalizzazione rende possibile questo effetto, anche se non è la causa della malattia.
Adeguamento politico_alla globalizzazione economica?
La globalizzazione economica è l'altra faccia della deregulation politica. La globalizzazione non è dunque una tendenza economica spontanea, ma anche un progetto politico che può essere configurato come tale. All'inizio, tuttavia, tutti si sono messi a decantare la deregulation e il ritornello di questa melodia contiene l'esplicita rinuncia alla regolazione politica dell'economia globale. Cantano in questo coro soprattutto i rappresentanti della versione atlantica del capitalismo moderno. Oskar Lafontaine si è reso così inviso perché, all'interno del coro, ha cantato la melodia sbagliata e un altro testo.
La politica viene intesa come un semplice processo di adattamento dei "contesti" alle "sfide globali", le quali non vengono messe in discussione. Quest'idea è già espressa nel concetto di riaggiustamento strutturale, per esempio nei programmi del Fondo Monetario Internazionale.
Il riaggiustamento è l'imperativo del momento e poiché il dollaro mostra tutta la sua forza, ciò che viene richiesto è l'adattamento alla versione americana della new economy. Guardare dietro questa facciata è proibito. (Si confronti il singolare elogio formulato dal membro della direzione della Banca Federale Tedesca Hermann Remsperger - rassegna stampa del 20.3.2000). La globalizzazione come una felice circostanza (l'autore francese Alain Minc ha dato al suo libro sulla globalizzazione il titolo La mondialisation heureuse), la globalizzazione come un'opportunità da cogliere. Non bisogna avere paura della globalizzazione, così sostengono anche Oskar Lafontaine e Christa Müller.
Anche "il liberalismo di sinistra" (Sami Nair), cioè la retorica socialdemocratica sulla new economy, sul nuovo centro e sulla Terza via, vede delle chances nella globalizzazione: l'adattamento politico alle nuove sfide, in caso di successo, viene interpretato come modernizzazione. Norman Birnbaum ha caratterizzato questa posizione di adattamento come una "onorevole capitolazione" di fronte alle forze del mercato. Le pretese del mercato - cioè liberalizzazione, privatizzazione, flessibilizzazione - vengono accettate senza troppi indugi ed estese persino a quell'unico mercato che, a causa di diverse limitazioni, non è completamente globalizzato: il mercato del lavoro. I sistemi di sicurezza sociale e le istanze di uguaglianza, i contrappesi sociali alla libertà individuale divengono come minimo ideologici, ma più spesso sono smantellati anche nella pratica. In fondo alla Terza via verdeggia la speranza di un'accresciuta competitività delle imprese dei diversi contesti produttivi all'interno della concorrenza globale - almeno finché i rapporti di cambio restano questi. Ma il progetto socialdemocratico di uguaglianza sociale nelle società nazionali e nel mondo globalizzato è perduto.
Quando tutti i contesti si saranno adeguati all'idea di sfruttare le chances della globalizzazione attraverso la riduzione del costo del lavoro, l'aumento della produttività e un'elevata capacità di attrazione finanziaria, allora semplicemente sarà stato fischiato l'inizio di una "gara senza vincitori", una sorta di competizione pubblica tra i contesti produttivi, un "concorso di bellezza" (J.M. Keynes) tra le valute. La capacità di attrazione di ciascun contesto è l'obiettivo principale al quale sono subordinati gli altri obiettivi, la giustizia e l'equilibrio sociale.
Non sarebbe problematico giustificare, persino dal punto di vista normativo, il processo di adattamento della politica all'economia, se non esistessero almeno tre blocchi che potrebbero indurre al fallimento una dinamica di adattamento così ben architettata. In primo luogo, la probabilità di crisi dell'economia globale; in secondo luogo, i poteri extracostituzionali che in questo momento tendono a mettere in discussione la legittimazione della politica e ad attaccare i processi democratici; in terzo luogo la trasformazione di una sovranità nazionale territorialmente definita in una "fuzzy sovereignty" (Dahrendorf), cioè in una sovranità spaccata e diffusa, sezionata in blocchi e parcellizzata su diversi piani, con diversi attori, che nell'ambito della partnership pubblico-privato possono anche essere soltanto "privato". La vecchia concezione dell'"alta politica" in tempi di globalizzazione appartiene, dunque, al passato.
Per quanto riguarda la probabilità di crisi dell'economia globale, va ricordato che i mercati globali non sono affatto immuni da crisi. Le crisi finanziarie degli anni Novanta sono solo l'espressione più spettacolare di tendenze profonde, legate a una superproduzione globale in rapporto alla domanda effettiva. Non è possibile limitare in tutti i contesti i redditi da lavoro e aumentare la produttività senza dare luogo a una crisi di superproduzione. Se il patrimonio monetario globale solo nel 1999 è aumentato di circa un quarto, mentre il prodotto sociale mondiale è cresciuto al massimo del 2-3%, allora i claims monetari (le aspettative sui tassi di interesse e sui rendimenti) un giorno non potranno più essere soddisfatti. Diviene allora impossibile evitare un ridimensionamento di queste aspettative. Ciò può avere luogo attraverso lo scatenamento di quelle spinte inflazionistiche che negli anni scorsi sono state vincolate, oppure in caso di crisi dei debitori. Nei decenni passati tale ridimensionamento si è manifestato generalmente sotto forma di una svalutazione monetaria, che ha avuto come conseguenza l'impoverimento di intere società, con l'eccezione di quei cittadini che avevano potuto salvare i loro patrimoni convertendoli in moneta forte. La contrapposizione tra ricchezza e povertà diviene dunque più acuta; ogni rapporto della UNDP ne fornisce nuove prove.
Circa i poteri extracostituzionali, è stato notato (Narr/Schubert) come sui mercati globali intervengano poteri economici extracostituzionali: i gruppi transnazionali, le banche che operano globalmente. Il loro peso economico è così forte che essi non possono essere richiamati alla responsabilità del loro operato. Mentre nel 1999 in Germania si è accesa una vivace discussione politica per un pacchetto di risparmi da 30 miliardi di marchi, un'impresa ha messo in campo una somma circa otto volte superiore - 240 miliardi di marchi - per mangiarsene un'altra. Nella contrapposizione per l'acquisizione della Mannesmann da parte di Vodafone, diventa chiarissimo il capovolgimento tra economia e politica. I 30 miliardi di marchi del ministro delle finanze Eichel sono oggetto di disputa politica nell'ambito parlamentare ed extraparlamentare. I 240 miliardi dell'acquisizione vengono messi in moto sui mercati con l'aiuto delle innovazioni finanziarie: garanzie e capitalizzazione di borsa. Attraverso l'emissione di proprie azioni Vodafone è in grado quasi da sola di procurarsi il denaro con il quale strappare la Mannesmann agli azionisti. Il denaro come mezzo per comprare, come aveva previsto l'utopia dell'ultraliberale F. A. Von Hayek, è del tutto privato, non è più un bene pubblico del quale è responsabile l'istituzione pubblica, cioè la Banca Centrale. Un'autorità sovrana in questo affare non ha nulla da cercare né da trovare. L'affare avviene in uno spazio extracostituzionale. A questo punto potrebbe apparire semplicemente logico adeguare le costituzioni alle condizioni della globalizzazione (accelerazione degli scambi e limitazione della sovranità) come viene richiesto in diversi paesi.
Infine, per quanto concerne la trasformazione della sovranità nazionale, (la diffusione della sovranità concentrata nei limiti nazional-statali) nello spazio globale ha portato alla formazione di nuovi centri di sovranità parziale. Della presenza di attori privati con un peso politico se n'era già parlato. Forse più importanti sono però le istituzioni politiche subnazionali e sovranazionali che sono state costituite negli ultimi decenni. Non solo in Europa è nato un blocco economico; nel Nord America, nel 1994, è stata istituita la zona di libero scambio NAFTA, nel sud del continente nel 1991 è nato il MERCOSUR, del quale fanno parte Brasile, Argentina e altri stati sudamericani più piccoli. In Asia, i paesi dell'asean hanno in progetto una zona di libero scambio. Gli Stati del Pacifico, con l'apec, si sono dati un'istituzione simile all'ocse. Le Unioni macroregionali ottengono, a causa della globalizzazione, un aumento del loro valore nei confronti dello Stato nazionale che, come dice un bon mot, è troppo grande per le piccole decisioni e troppo piccolo per quelle grandi. Di conseguenza, anche le regioni si fanno avanti nella concorrenza globale. La concorrenza non avviene soltanto tra Stati nazionali ma anche tra regioni interne a questi e ai blocchi economici sovranazionali (cioè più o meno all'interno della cosiddetta "triade"). La formazione di blocchi micro e macro regionali è tutt'altro che una tendenza contraria alla globalizzazione: è un elemento del processo di adattamento della politica alle condizioni della globalizzazione, che avviene proprio attraverso la diffusione della sovranità politica.
La formazione di blocchi nel segno della globalizzazione avviene anche sui mercati monetari. L'Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO) ha contato 140 valute. Alcuni paesi non hanno una propria divisa, oppure vi circola soltanto la moneta metallica, come nel caso della Balboa di Panama, mentre per il resto è il dollaro a funzionare come mezzo di scambio. In Kosovo, formalmente ancora parte della Jugoslavia con il suo Dinaro, l'amministrazione delle Nazioni Unite UNMIK, ha introdotto il marco tedesco come mezzo di pagamento legale. In Argentina ed Ecuador i parlamenti hanno approvato l'introduzione del dollaro come mezzo di pagamento e in alcuni paesi dell'europa centro orientale i prezzi di alcune merci di livello elevato (dalle auto fino ai terreni) non sono espressi nella moneta nazionale, ma in dollari o in marchi. Avviene qualcosa di simile a Cuba, nel Salvador, o al confine settentrionale del Messico dove nella stipula dei contratti il dollaro è accettato più facilmente della moneta locale. Soltanto in Russia sembra che i cittadini detengano qualcosa come 40 miliardi di dollari in banconote; si tratterebbe di una somma superiore al valore del rublo circolante.
Nel "concorso di bellezza" delle valute ci sono già state molte eliminazioni e c'è da aspettarsi che altre monete ancora spariranno. Alla fine resteranno due o tre blocchi monetari: l'area del dollaro, l'area dell'euro e l'area dello yen. L'euro è ormai un fatto che s'impone malgrado l'attuale debolezza sul mercato delle monete. La dollarizzazione dei paesi dell'america Latina non è stata ancora completata, malgrado il presidente del Joint Economic Committee del senato americano, il senatore Connie Mack, si stia impegnando a fondo per portarla a termine. Da questo processo deriverebbero notevoli vantaggi per gli Stati Uniti: mercati più sicuri e minori costi di transazione, abbattimento del rischio di crisi valutarie e guadagni di signoraggio che, seppur limitati, derivano dall'emissione di ulteriori banconote in dollari.
Di qui nascerebbe un blocco del dollaro completamente diverso dal blocco dell'euro. Nel blocco dell'euro le valute sono rappresentate in modo paritetico ed è stata costituita una banca centrale comune. Il blocco del dollaro legherebbe alla divisa americana altre valute sottoponendole così alla politica della Banca Centrale USA, cioè al sistema della Federal Reserve. La sovranità sarebbe limitata. Non vi sarebbe influenza sulla politica valutaria. L'esperienza compiuta con l'unificazione monetaria delle due Germanie potrebbe essere di grande aiuto per stimare realisticamente le conseguenze di una dollarizzazione.
Un blocco dello yen per ora non è visibile. Ma non è per nulla improbabile che possa essere creato, dal momento che il "concorso di bellezza" tra le valute è una gara ad esclusione e diverse monete sono già rimaste al palo. Tutto tenderà a concentrarsi sulle valute della "triade" e le crisi monetarie del futuro si giocheranno tra dollaro, euro e yen. La globalizzazione diventa dunque più chiara. Sono già nati il single price (prezzo unico dei prodotti sul mercato mondiale), la pensée unique (pensiero unico), il modello della good governance (le regole generali del buon governo), i like products e i like places (i contesti tra loro in concorrenza divengono sempre più simili), ed ora arriva la moneta unica, nella quale vengono denominati gli standard globali e trasferiti i capitali.
Questa costellazione ha naturalmente conseguenze per la politica economica. Di fronte a strumenti insufficienti essa può essere concepita come "politica frazionaria" cioè essa deve giocare su diversi piani e coinvolgere diversi attori. La sovranità perduta sui tassi non può essere recuperata a livello di Stati nazionali. Ma è possibile influenzare la formazione dei tassi in determinate concentrazioni internazionali, oppure determinare delle zone target per i tassi di cambio.
La resistenza della società civile contro i movimenti di capitale selvaggi e di brevissimo periodo è in crescita; si considerino per esempio le iniziative per la tassazione delle speculazioni a breve termine (come l'iniziativa di ATTAC per l'introduzione di un'imposta sui trasferimenti di valuta). L'obiettivo è arrivare a calmare e rendere più lenti i mercati dei capitali. Proprio le crisi finanziarie degli anni scorsi hanno fatto sentire più forte l'esigenza di una "nuova architettura finanziaria". Le proposte annoverano una più alta trasparenza del sistema finanziario, un migliore controllo interno ed esterno dei rischi, un monitoraggio competente da parte di autorità di supervisione, soprattutto nei confronti di business rischiosi e orientati al breve periodo (Hedge Funds), il controllo delle centrali bancarie off shore, passando per la già nominata tassa sui trasferimenti di valuta (Tobin tax) oppure per le zone target, fino all'introduzione di controlli sul movimento dei capitali, cioè di limitazioni alla convertibilità delle monete.
La politica economica_nel "trilemma" della globalizzazione
La politica economica nell'epoca della globalizzazione si trova di fronte a un "trilemma": i tassi di interesse reali sono da due decenni al di sopra delle percentuali reali di incremento del prodotto sociale lordo, non ultimo a causa della politica di sostegno monetario al dollaro praticata dagli USA; gli incrementi di produttività dei settori sono già superiori al prodotto sociale lordo a causa della ricerca di capacità competitive sempre più elevate. Ragioni economiche e soprattutto ecologiche impediscono un aumento dei tassi di crescita. Perciò è tanto più sorprendente che la Banca mondiale e il Fondo monetario, il governo federale e i sindacati, gli ecologisti e le imprese transnazionali chiedano impazientemente più crescita, quando le percentuali di incremento scendono, e salutino con un sospiro di sollievo la crescita quando le percentuali di incremento aumentano. La crescita sembra risolvere i problemi. Tuttavia nei paesi industrializzati a economia matura non si capisce come possono essere ottenute percentuali reali di incremento del prodotto interno lordo, che possano uguagliare i tassi reali e la crescita della produttività nel lungo periodo. Per questo sono inevitabili la disoccupazione strutturale e una crescente ingiustizia nel mondo; in questa costellazione esse vengono inevitabilmente prodotte.
Possiamo ora trarre una conclusione in quattro punti. La globalizzazione è anzitutto un fatto, e sarebbe oggigiorno poco intelligente e politicamente pericoloso negarlo o cercare di toglierlo di mezzo. Anche negare le tendenze della concorrenza tra le monete e tenere ferma la fedeltà nibelungica al marco forte in contrasto con il "tradimento dell'euro" non sarebbe particolarmente lungimirante.
In secondo luogo l'adattamento dei contesti così come lo pretendono gli adepti della nuova economia, con il modello americano davanti agli occhi, è privo di prospettive, dal momento che l'economia globale "a ping pong" tra gli USA e l'Europa non può proseguire immune da crisi. Gli adattamenti dunque non si ripagano o si ripagano solo temporaneamente.
In terzo luogo i rappresentanti della dottrina del libero scambio promettono che da un'estensione della globalizzazione deriverà una maggiore distribuzione del lavoro nel mondo e conseguentemente un più elevato benessere per le nazioni; dimenticano però la capacità dei mercati finanziari mondiali di generare ingiustizia e di provocare crisi. Questa posizione è dunque lacunosa oppure menzognera.
Resta dunque in quarto luogo una considerazione finale: la globalizzazione deve essere completata e assestata attraverso una globalizzazione della politica, cioè attraverso una regolazione globale. Espresso in un concetto di politica economica ciò significa che i tassi reali devono essere ridotti, e quest'obiettivo richiede un consenso internazionale. Gli aumenti di produttività devono essere limitati (l'imposta sull'energia può essere un passo giusto in questa direzione); anche questo progetto di politica economica richiede un coordinamento internazionale tra i diversi piani e i diversi attori della politica frazionaria. E quando si parla della necessità di un atterraggio morbido per il volo ad alta quota dell'economia americana, allora il coordinamento e la regolazione della politica monetaria e finanziaria sono indispensabili, in misura maggiore di quanto già avvenga nell'ambito del G8. Non è sufficiente mandare segnali ai mercati. In questo modo non si riesce a determinarli sul piano politico. Questo è un compito non soltanto economico, finalizzato a prevenire o ad affrontare le crisi, ma un imperativo della democrazia. In una società democratica non si può permettere a vincoli materiali esterni di restringere lo spazio politico. L'Europa, la sinistra europea, con le sue ricche tradizioni politiche e culturali potrebbe prendere in mano l'iniziativa e congedarsi dai ritornelli di moda della new economy, della Terza via, del nuovo centro, ecc. Un progetto serio e critico, un progetto europeo politico per la globalizzazione deve ancora essere sviluppato.
Elmar Altvater è docente alla Libera Università_di Berlino ed è presidente della Fondazione_Internazionale Lelio e Lisli Basso
(traduzione di Alessandra Barberis)