Il Messico dopo le elezioni
TRANSIZIONE ALL'ITALIANA
Maurizio Matteuzzi
Nel giro di sei mesi il Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti, ha visto andare in frantumi due tabù apparentemente intoccabili ed eterni. A metà del dicembre '99, poco prima dell'arrivo di papa Wojtyla, tre vescovi hanno osato mettere pubblicamente in dubbio il "miracolo" fondativo della fede cattolica messicana, ossia l'apparizione, nel 1531, della Vergine di Guadalupe al povero ragazzino indio Juan Diego, in via di canonizzazione dal Vaticano.
Il 2 luglio 2000 Vicente Fox Quesada ha vinto le elezioni - anzi le ha stravinte: 42.5% contro il 36.1% del suo concorrente priista Francisco Labastida - e, a partire dal primo dicembre, entrerà nel palazzo di Los Pinos quale primo presidente non del PRI da 71 anni.
La caduta di quei tabù è stata l'equivalente di due golpe, anzi tre. Il primo ecclesiastico, il secondo e il terzo politico, sia pure - dopo decenni di frodi e truffe sistematiche - ecclesiastico, democratico e pacifico.
Un golpe politico positivo, la caduta di un dinosauro apparentemente inossidabile qual era il PRI. Ma un golpe politico assai negativo la mancata vittoria - anzi la secca sconfitta - della sinistra. Sia della sinistra istituzionale, ovvero il PRD di Cuauthemoc Cardenas, sia della sinistra, diciamo così per schematizzare, extraparlamentare, ovvero l'ezln del subcoamandante Marcos (che se non ha mai stretto un'alleanza organica con il PRD e aveva dato libertà di voto all'elettorato zapatista, non può certo felicitarsi - a priori - per la vittoria della destra filo-americana e iper-liberista).
Un duplice golpe politico che impone una serie di quesiti irrisolti. La morte del PRI era annunciata. Ma come è potuto accadere che a trarne profitto sia stata la destra-ancora-più-a-destra-del-PRI invece che la sinistra moderata, ma decente, coerente e combattiva di Cardenas? Perché la crisi del Partito-Stato ha buttato nel Foxismo anziché nel Cardenismo? Perché la "dittatura perfetta" (anche se da tempo ormai non era più tanto perfetta") e la "democrazia a partito unico" hanno prodotto quello che Noam Chomsky - parlando della magica parola alternanza e delle sue "illusioni" - ha definito "il risultato di avere due cavalli con un solo fantino"; ovvero ha portato a un bipartitismo (Cardenas e il PRD, almeno per il momento, arrancano ben lontani dalla coppia di testa) alla statunitense o alla colombiana - per dirla ancora con Chomsky - "di un solo partito imprenditoriale con due fazioni"? E come mai se è vero - come a mio giudizio è vero - che uno dei due colpi di grazia assestati al PRI è stata l'insurrezione zapatista del Chiapas, l'appeal, per certi versi straordinario e modernissimo (insorgere per la dignità e non per il potere: dove s'era mai visto prima?) Nonché l'eco del suo appello alla società civile messicana (e mondiale) contro la globalizzazione sono riusciti ad arrivare fino a Seattle ma in Messico non hanno potuto impedire che al tracollo del PRI corrispondesse la vittoria dell'opzione più genuinamente democratica e di sinistra?
Sono tutti interrogativi aperti cui bisognerà dare una risposta adeguata non appena gli effetti della "borrachera foxista" - la sbronza foxista - e del tracollo priista saranno passati e i contorni del nuovo Messico risulteranno più chiari.
La vittoria di Fox - candidato del Partido de Accion Nacional, un partito che si richiama a Dio, al mercato e agli Stati Uniti, e che si è collocato alla destra del PRI fin dalla sua fondazione, nel 1939 - è stata definita, da giornali come il Wall Street e dai crociati del (neo)liberalismo come Vargas Llosa, "il trionfo della democrazia". Altri - come il Financial Times - hanno parlato di "rivoluzione" foxista; altri ancora - come Jorge Castaneda, noto politilogo messicano, un ex di sinistra passato con Fox, professore e commentatore ascoltato in università e settimanali statunitensi - hanno più modestamente parlato di vittoria della "storica voglia di cambio" di un elettorato che dal 1929 non aveva avuto altra opzione reale che quella del PRI.
In realtà, prima di tutto, quella di Fox è stata la vittoria della Coca Cola.
E non è una battuta. A dirlo è lo stesso Fox - cinquantottenne candidato del PAN, ex governatore dello stato di Guanajuato, politico bizzarro alto due metri e sempre con gli stivali da cow-boy, paragonato da qualcuno all'americano Ross Perot - che ha cominciato quale piazzista della Coca Cola per poi arrivare ad esserne - come da copione - direttore generale per il Messico. Dopo essersi lanciato nella politica attiva, il suo destino era scritto fin dal '98, quando il Messico ha sorpassato gli Stati Uniti nel consumo della Coca Cola, divenendone il primo consumatore mondiale pro-capite (412 bicchieri da otto once, contro 395 bicchieri).
Ma non è solo questione di bicchieri. "Non è un caso che Fox sia un ex executive della Coca Cola Co., Una delle aziende più globali", ha scritto in uno dei suoi editoriali il businessweek del 17 luglio. E ancora, e di più: "Governerò il Messico con le lezioni che ho imparato alla Coke", ha dichiarato Fox, dopo la vittoria elettorale, al Wall Street Journal.
In qualche misura la sorte del Partido Revolucionario Institucional era segnata. Fondato nel 1929 dal presidente Plutarco Elias Calles per mettere ordine e dare veste statuale alle diverse e conflittive anime della grande rivoluzione del 1910-'17, il partito ossimoro (rivoluzionario e istituzionale) ha svolto bene il suo compito per almeno 50 dei 70 anni di potere. Nato con la bandiera - che non a caso è lo stesso tricolore del Messico - di un orgoglioso nazionalismo (anti-yankee) e della giustizia sociale, è trasmigrato a partire dall'82 - con la presidenza di Miguel de la Madrid ('82-'88), poi, soprattutto, di Carlos Salinas de Gortari ('88-'94) e di Ernesto Zedillo ('94-'2000) - su posizioni sempre più accentuatamente filo-USA in politica e neo-liberali in economia. Tollerante e violento a seconda del bisogno (la strage di Tlatelolco del '68 è una ferita mai rimarginata), corporativo e onnivoro, truffaldino (lo scippo della vittoria a Cuauthemoc Cardenas nelle presidenziali dell'88 è solo l'ultimo capitolo di una lunga storia) e radicato nelle masse, anti-clericale e cattolico, democratico e totalitario, capace - esempio quasi unico in America latina - di tenere fuori dalla politica i militari e la Chiesa, specialista nell'arte della corruzione (il paese della mordida) e nel cooptare-o-stroncare gli avversari (gli uomini vanno trattati con plomo o plata, piombo o soldi), il PRI ha garantito per decenni stabilità politica, welfare (per quanto minimo in un paese in cui 25 milioni di abitanti su 100 vivono in condizioni di "povertà estrema") e pace sociale, peso e prestigio internazionali al Messico (non allineato e non interventista, l'unico paese a sud del Rio Bravo a non avere mai rotto con Cuba).
Debole sul piano dell'ideologia ma forte nella presa sul potere, ha trasformato il Messico più che nella "dittatura perfetta" di cui parlava Vargas Llosa, in una "democrazia a partito unico". E se stesso, per 71 anni, nel Partito-Stato. Cui sono mancati solo tre anni per eguagliare il record di longevità del PCUS.
Il rischio di una caduta del PRI era quello della caduta del PCUS. Che cadendo il Partito, cadesse anche lo Stato. Effettivamente anche il collasso del PRI può essere visto, in qualche misura, come uno degli effetti secondari della sempre richiamata caduta del muro di Berlino. Una volta venuta meno la divisione bipolare del mondo, ufficialmente chiusa la Guerra fredda nella sua connotazione Est-Ovest, dopo il suicidio rituale dei vari Partiti comunisti dell'occidente, è venuto il turno degli altri: la DC in Italia, il PRI in Messico (e l'accostamento DC-PRI è meno casuale di quel che possa sembrare a prima vista). Così com'erano non servivano più.
Sono cambiati i termini del problema. Globalizzazione in economia, alternanza in politica. "La globalizzazione politica ha attraversato il Rio Grande", scriveva compiaciuto il Washington Post del 6 luglio scorso.
Il Messico del PRI era già pienamente globalizzato almeno dal '94, anno in cui entrò in vigore il NAFTA, l'Accordo di libero commercio con USA e Canada. Mancava l'alternanza perché la "transizione alla democrazia pluralista" fosse completa.
I rischi erano - o sembravano - tanto grossi e reali che Washington, dopo aver per anni premuto sul PRI perché, compiuta l'apertura economica, mettesse mano anche a quella politica, ha a lungo esitato prima di mollare il Partito-Stato. Fox si è lamentato ripetutamente, durante la campagna, dell'appoggio dato da Clinton a Zedillo - e di conseguenza al suo candidato Labastida - e per essere stato snobbato dai due concorrenti alla Casa bianca, il repubblicano George Bush jr e il democratico Al Gore.
Gli americani, come molti altri, erano convinti che alla fine il "dinosauro priista", anche se sull'onda del New Labour di Blair si presentava nell'improbabile veste di Nuevo PRI, ce l'avrebbe fatta ancora una volta, nonostante le garanzie di Zedillo per elezioni free and fair rendessero difficile, adesso, l'uso dei vecchi e sperimentati metodi.
Come dice un proverbio diffuso in America latina, il diavolo conosciuto è meglio dell'angelo sconosciuto. E ammesso che Fox sia un angelo - viene da un partito cattolico e beghino, lui stesso è un devoto osservante che nel settembre scorso lanciò la sua campagna elettorale portando in pacchiana processione l'immagine della Vegine di Guadalupe - il vecchio diavolo priista, ben lavorato ai fianchi, destava meno incognite sul futuro. E a capire le ansie del grande fratello del nord bastano una cifra e, per schematizzare, quattro parole. La cifra sono i 40-50 miliardi di dollari elargiti in tutta fretta da Clinton per salvare il Messico dalla bancarotta economica (e politica) dopo la catastrofica crisi finanziaria esplosa fra il dicembre '94 e il gennaio '95; le quattro parole sono petrolio, NAFTA, immigranti, narco-traffico.
Il Messico è il quarto produttore mondiale di petrolio e, con il Venezuela dell'inaffidabile presidente Hugo Chavez, il principale fornitore degli Stati Uniti. L'oro nero fu nazionalizzato nel '38 dal mitico presidente Lazaro Cardenas ma il Messico non è mai entrato nell'opec per preciso volere degli americani; e la PEMEX (Petroleos Mexicanos) è praticamente l'ultima vacca sacra finora sfuggita all'ondata di privatizzazioni selvagge che in 20 anni ha smantellato l'apparato statale (nell'82 lo Stato controllava 1300 imprese che andavano dalle biciclette alle tortillas, dai telefoni alle strade; ora ne controlla poco più di un centinaio e cerca di disfarsi anche di quelle). Una vacca molto ricca e ambita che, con i suoi 15 miliardi di dollari l'anno, copre ancora un terzo delle entrate fiscali messicane. E Fox in campagna ha accennato all'idea di privatizzarla, salvo dover fare una precipitosa marcia indietro giurando che "la PEMEX non è in vendita".
Il NAFTA è un disastro o una manna a seconda da che parte lo si guardi. Visto da sopra, mostra che l'80-85% delle esportazioni messicane finiscono negli USA, di cui il Messico è diventato il secondo partner commerciale dopo il Canada. L'interscambio è passato da 80 miliardi di dollari a 200 miliardi. L'export messicano è triplicato e i posti di lavoro legati all'esportazione nelle fetide maquiladoras della frontiera nord, raddoppiati. Prima del NAFTA gli USA registravano un surplus di 1.3 miliardi di dollari sul Messico, rovesciatosi nel '99 in un deficit di 22.8 miliardi. Visto da sotto il NAFTA appare diverso. Prodotti da Primo mondo ma salari e condizioni di lavoro da Terzo mondo nelle maquiladoras; diritti umani e sindacali violati; devastazioni ambientali (dai 7 ai 9 milioni l'anno di residui tossici, secondo la Commissione messicana per l'ambiente); distruzione dell'apparato produttivo interno e boom dell'economia sommersa che rappresenta ormai (secondo The Economist del 28 agosto '99) il 40% del PIL ufficiale.
L'immigrazione, legale e clandestina, dei messicani nell'eldorado che si apre a nord del Rio Bravo è un fenomeno grandioso e tragico insieme. Nei sei stati meridionali di confine - soprattutto California, Texas, Illinois, Arizona - vivono fra 7 e 10 milioni di messicani (di cui l'80% indocumentados), che mandano a casa rimesse per 3.5 miliardi di dollari l'anno (più di quanto fruttano le esportazioni agropecuarie del Messico), e 300-350 mila nuovi immigranti riescono a passare ogni anno, mentre decine di migliaia vengono rispediti indietro o braccati come cani (è il caso recente delle squadre di rancheros dell'arizona) e migliaia ci lasciano la pelle (solo fra il '93 e il '96 , secondo una ricerca dell'università texana di Houston, "almeno 1185" messicani sono morti nel tentativo di entrare clandestinamente, "e probabilmente molti di più"). Fox, nel suo programma di "ampliamento" del NAFTA dice di voler "aprire la frontiera" USA-Messico anche alle persone e non solo alle merci. Scenario da incubo per gli americani ma perché non si risolva solo in grossolana demagogia elettorale bisognerebbe che il PIL messicano crescesse almeno del 7% l'anno, anziché del 3-4%, quando va bene come nel '99 e, secondo le previsioni, nel 2000 (e lui ha promesso una crescita economica del 7% a partire dalla metà del suo mandato, ossia in tre anni); che l'inflazione messicana scendesse ai livelli di quella americana: dal 40% del '95, al 13% del '99 fino al lontanissimo 3% (che lui non ha esistato a promettere); che si stringesse la forbice fra i salari americani e quelli messicani, che hanno perso oltre il 30% del loro valore reale solo nel sessennio di Zedillo e che nelle maquiladoras di Ciudad Juarez non raggiungono i cinque dollari al giorno: meno di quanto a El Paso, dall'altra parte della frontiera, si paga per un'ora di lavoro.
Il narco-traffico, infine, è l'ultimo dei quattro cavalieri messicani dell'apocalisse che spaventavano, e spaventano, gli americani. Secondo la DEA, l'agenzia anti-narcotici USA, ormai i cartelli messicani sono più potenti e pericolosi di quelli colombiani, e dai 3200 chilometri di frontiera comune passa oltre la metà della cocaina, eroina e marijuana consumata sul mercato nordamericano. L'ambasciatore Jeffrey Davidow ha suscitato un vespaio diplomatico, lo scorso febbraio, affermando pubblicamente che "il paese è nelle mani del narco-traffico" e anche se poi, a marzo, il Messico ha ottenuto l'annuale (e umiliante) "certificazione" di buona condotta nella guerra alla droga rilasciata dal Dipartimento di Stato, il problema resta più che mai aperto, con tutti gli annessi e connessi. Scandali, corruzione sempre più diffusa, violenza in crescita esponenziale, morti eccellenti e irrisolte (il candidato presidenziale Colosio, il cardinale Posada, il suicidio del segretario del PRI Massieu...).
Eppure gli Stati Uniti, il presidente Clinton e il suo successore - che sia Gore o Bush - non potevano augurarsi una morte più dolce per il Sistema-PRI, una transizione più promettente verso "la democrazia piena" e un'alternanza più indolore e più vicina all'immagine data da Chomsky dei "due cavalli con un solo fantino" Come ha scritto il politologo messicano Lorenzo Meyer, il PRI-dinosauro "fondamentalmente è morto per le stesse ragioni per cui morirono i veri dinosauri: l'ambiente è cambiato e loro non hanno potuto resistere al mutamento di habitat".
Gli americani temevano e in molti speravano che fosse il centro-sinistra di Cuauthemoc Cardenas e del PRD - il Partido de la Revolucion Democratica - a raccogliere il frutto rancido del PRI. Non è stato così. Cardenas, nonostante il buon disimpegno come primo sindaco eletto di Città del Messico (nel '97), è stato penalizzato (staccatissimo terzo con poco più del 16%, rispetto al 40-50% del voto di ancora pochi anni fa)) dai contrasti interni al PRD e dalla trappola del "voto utile" che vedeva il testa-a-testa fra Labastida e Fox. Anche per il Congresso - in cui il PRI aveva già perso la maggioranza assoluta nelle elezioni di mediotermine del '97 - la sconfitta del PRD è stata pesante:da 125 a 53 deputati, con il PAN balzato da 121 a 208 e il PRI sceso da 239 a 209. La riconquista di Città del Messico, dove il neo-sindaco Andres Manuel Lopez Obrador - promettente ex segretario generale del PRD - può sperare nella carta presidenziale del 2006, non riesce a mitigare la delusione per un'occasione perduta e un penoso dejà vu: la sinistra che più coerentemente si è battuta contro il sistema dominante (pagando anche un pesantissimo prezzo di sangue), la destra - in larga misura complice e connivente del PRI - che raccoglie i frutti.
I programmi di Fox e Labastida erano sostanzialmente simili (crescita economica sostenuta, neo-liberalismo "dal volto umano" ma a oltranza. Lotta dura alla corruzione, alla violenza, ai narcos, chiusura rapida e definitiva della ferita aperta del Chiapas). Ma Fox, senza una maggioranza assoluta, per governare avrà bisogno di alleati, in Congresso e nella società, ed è tutto da vedere se si alleerà (e come) con il PRI (e se il PRI saprà riciclarsi in partito di opposizione) o con il PRD (e se il PRD, dopo l'inevitabile resa dei conti interna già cominciata, ci starà).
Dopo aver vinto 12 elezioni filate dal 1929, il 13 ha portato male al PRI, di cui Zedillo è stato solo un buon esecutore testamentario. Ma la sua sorte era segnata. Almeno a partire dal primo gennaio del '94. Quel giorno due eventi di segno opposto ma dagli effetti convergenti annunciarono la fine imminente del Partito-Stato, che allora aveva alla testa il presidente Salinas, poi costretto a un affrettato e inglorioso auto-esilio. L'entrata in vigore del NAFTA, ossia l'aggancio del Messico al Primo mondo, e l'insurrezione indiana guidata dall'ezln nel Chiapas, ossia il richiamo alla realtà del Quarto mondo. Una contraddizione lacerante e che tende, anziché a risolversi, a farsi insanabile. Anche se a San Cristobal de las Casas non c'è più il vescovo Samuel Ruiz, precipitosamente pensionato dal papa polacco allo scoccare dei 75 anni; anche se il "mito" del subcomandante Marcos, accerchiato da 40 mila uomini dell'esercito federale e intrappolato nella selva Lacandona in una usurante guerra sporca di bassa intensità, non è più quello dei primi anni; anche se i ripetuti appelli lanciati dagli zapatisti alla società civile messicana perché si svegliasse e prendesse nelle sue mani la morte annunciata del PRI e dirigesse la transizione verso sbocchi meno iniqui, più democratici (e più di sinistra), non sono stati raccolti come dovevano, Fox si troverà di fronte a molte brutte gatte da pelare, la più brutta probabilmente proprio quella del Chiapas. E sarà difficile che riesca a pelarla "in un quarto d'ora di colloquio a quattr'occhi" con Marcos, come ha fanfaroneggiato in campagna elettorale. A meno che la Vergine di Guadalupe non faccia miracoli.