numero  9  settembre 2000 Sommario

Il futuro del sindacato

CGIL
Claudio Sabattini  

Siamo oggi di fronte a un fatto eccezionale della storia sociale italiana: la brusca interruzione del tentativo di rendere fisiologico, e quindi normale, il conflitto in virtù dell'accordo del '93 che fissa regole e parametri entro i quali il conflitto stesso può esplicitarsi, un accordo capace di condurre il movimento sindacale e il complesso delle relazioni sociali dentro regole certe, come è nella tradizione delle democrazie occidentali. E non è stato interrotto dal movimento sindacale, che pure aveva opinioni diverse rispetto a questa formalizzazione delle relazioni industriali, ma perché uno dei contraenti di quell'accordo - la Confindustria - sta abbandonando questo progetto. Lo sta abbandonando nel momento in cui essa stessa propone per se stessa una caratterizzazione di tipo generale - sia sul piano politico che sociale - quale strumento e soggetto fondamentale della modernizzazione nel nostro paese, che detta le compatibilità dentro cui questa modernizzazione deve muoversi. In questo quadro, la Confindustria punta all'archiviazione della contrattazione collettiva per sostituirla con le cosiddette relazioni d'impresa, in cui il rapporto è diretto fra singolo lavoratore e azienda. Cioè si propone di liquidare il sindacato. O meglio, il sindacato che noi conosciamo.
Una fase come questa pone una varietà di ipotesi sul futuro del sindacato. Innanzitutto un'ipotesi corporativa, che forse deriva più direttamente da una tradizione socialista e socialdemocratica dell'europa occidentale e continentale, una tradizione aziendalista, presente pure in una parte del movimento sindacale italiano ed europeo. L'affermarsi di una simile tendenza è anche legata al tramonto di un modello sociale, quello tedesco, che pareva preminente sia sul piano economico sia su quello delle relazioni: la cogestione. Oggi, quel modello sembra messo anch'esso radicalmente in discussione. E si fa strada, tra certi sindacati, l'idea che la modernizzazione sia una condizione indispensabile per il proprio futuro. In Italia è evidente nelle posizioni della Cisl, che oggi combatte contro di noi proprio sul piano di una diversa valutazione della fase che stiamo attraversando, di che cosa sia il sindacato, di quale sia la sua prospettiva. Esplicitamente, Sergio D'Antoni proclama che il disaccordo sul patto di Milano è un esempio che deve fare il paio con il disaccordo sull'integrativo Zanussi. In sostanza, che così la Cisl prende in mano la situazione e affronta in prima persona la fase di razionalizzazione sociale dentro un quadro di compatibilità capitalistiche.
A me piacciono moltissimo i film di fantascienza. E in questi film trovo un tratto distintivo e unificante: chi non ha memoria di sé è un robot. È una visione che mi trova totalmente d'accordo. Noi, noi abbiamo memoria di noi stessi. Certo, bisognerà pure interrogarsi su alcuni punti essenziali: sul perché, per esempio, la storia sociale e sindacale dei metalmeccanici, che ha avuto un ventennio di lotte d'avanguardia - dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta - sia stata così drasticamente oscurata. E quando si vuol determinare una censura impenetrabile si dice che ciò che è stato è sbagliato. Questa censura è stata in qualche modo determinata anche da noi: era un ventennio che bisognava superare, e il modo migliore per superarlo era quello di negarlo.
Il punto è analizzare come questo periodo, che ha avuto un'importanza così decisiva, sia stato oscurato fino a determinare quella scissione tra le generazioni passate e i giovani che rischiano di non avere e non ricevere nessuna cultura sindacale dentro i luoghi di lavoro. Luoghi di lavoro e di storia sindacale dentro cui collocare la loro provvisoria ma importante identità. Nel riformismo che oggi viene tanto sbandierato, nelle forze di sinistra come nel sindacato, non s'intravvede il tentativo di costruire un consenso intorno a proposte in un processo graduale e democratico, di cui parlava Turati; anzi, si rischia addirittura di fare l'opposto.
Non è un caso che i metalmeccanici conducano una battaglia per avere una rappresentanza dei lavoratori in tutti i luoghi di lavoro, e contemporaneamente per avere una rappresentanza generale. Se non fosse così, non esisterebbe la democrazia e saremmo uno dei tanti sindacati corporativi che si occupano e possono solo occuparsi degli interessi immediati. Ma noi, che non siamo un sindacato corporativo, dobbiamo affrontare le tensioni forti nella società italiana verso una prospettiva di quel genere o, peggio, verso una prospettiva aziendalistica. Non dimentichiamo che, secondo D'Antoni, il contratto nazionale deve diventare una cornice che definisce i minimi mentre la vera contrattazione deve avvenire nell'impresa, sapendo che tutte le imprese tra di loro sono ovviamente diverse e che, quindi, ogni impresa avrà i suoi salari, le sue differenze. Secondo questa logica, le gabbie salariali possono essere considerate d'ancien regime.
Siamo dunque di fronte a un attacco culturale, oltre che politico: se noi non avessimo un rapporto diretto con i lavoratori, attraverso le procedure democratiche, come faremmo a reggere un confronto così duro e difficile, avendo il coraggio, per convinzione, di dire anche no oltre che sì, in determinate situazioni? Avere la consapevolezza di poter dire no, non è semplicemente come dire no; il poterlo dire è sempre un fatto preciso, concreto, che determina inevitabilmente una situazione diversa. Proprio per questo il presente deve essere saldamente analizzato, per tentare di dare un contributo a una storia di cento anni, che avrà, nelle generazioni future, altri contributi, altre discussioni e altre valutazioni.
L'ambizione dei metalmeccanici e della Fiom è sempre stata quella di avere un progetto generale rispetto a cui misurare la concretezza della propria iniziativa. Questo vuol dire avere la capacità di intravedere un diverso modello sociale, come punto di riferimento per la critica del presente. Il progetto - come tanti altri, si chiamava generalmente socialismo - ha avuto varie forme nella storia sociale italiana. Io mi chiedo: oggi è possibile davvero conquistare questa nuova generazione - pur con tutte le sue contraddizioni e problemi - senza che il movimento sindacale - la Cgil e la Fiom - abbia un progetto sociale di trasformazione e sia in grado quindi di prospettare un'ipotesi per il futuro? Questo è il punto su cui si misura la crisi della sinistra italiana. L'esistenza di quel progetto è stato uno degli assi essenziali che ha permesso alla Fiom di essere sindacato generale, e insieme sindacato legato alle condizioni concrete di chi rappresentava.
Non c'è dubbio che oggi ci sono molti contratti, molte condizioni, molte situazioni tra loro profondamente diverse. Non è paragonabile la lavoratrice del call-center che lavora sei ore perché non ne può lavorare otto - dice la stessa l'impresa - perché le altre due non sarebbe in grado di farle data l'intensità della prestazione, con i lavoratori della fabbrica del software che hanno un alto livello di professionalità, un alto livello di creazione e quindi di progettazione e un altissimo livello di consapevolezza di sé e delle proprie capacità professionali. Per definire un progetto di trasformazione della società e quindi per riannodare i fili del passato, del presente e del futuro è necessario capire se - così come è stata la nostra storia che ha puntato sempre all'unificazione del lavoro dipendente - anche con le diversità radicali che ormai ci sono, non vi siano punti di riferimento comuni che permettano di chiarire che il lavoro dipendente ha una base comune, sia esso nei call-center, in un'impresa manifatturiera o nella fabbrica di software. Nella descrizione corrente, invece, la frantumazione è considerata quasi necessaria, inevitabile, e quindi perfino fonte di difficoltà di comunicazione tra gli uni e gli altri. Proprio per questo, se non vi è una base comune di valutazione che in una certa misura determini le condizioni preliminari e decisive per una riunificazione del mondo del lavoro dipendente, è ben difficile pensare alla costruzione di un'ipotesi critica e alternativa alla cultura oltreché alla prassi del liberismo internazionale.
Io credo che questa base ci sia, e non è una base ideologica - che pure m'interessa e mi ha interessato tanto - perché tratta del rapporto tra autonomia e dipendenza, che pure è qualcosa di considerevole da affrontare nell'impresa moderna. Penso che non esista più un lavoro tradizionale, perché anche i lavori tradizionali sono stati ampiamente modificati da questa fase impetuosa d'innovazione tecnologico-organizzativa e d'intervento radicale anche nelle condizioni delle stesse imprese, nelle loro possibilità di multinazionalità.
Ma c'è un punto, però, che connota la condizione attuale come condizione per tutti, alla fine, precaria, priva cioé di quel senso della sicurezza del lavoro, che pure ha attraversato una fase importante di questo secolo. I lavoratori del software non hanno tempi prefissati nel lavoro che svolgono; hanno però un tempo determinato: il 15 giugno, per fare un esempio, devono presentare l'oggetto che è stato loro commissionato, comunque, così com'è venuto. E la direzione strategica di queste imprese - prendiamo Bill Gates: di lui stiamo parlando - proprio per questo indica solo a che cosa servirà il nuovo oggetto da costruire, a che cosa deve servire e qual è il tempo entro il quale deve essere fatto. Così quei lavoratori lavorano dodici-quattordici ore al giorno, sono in perenne conflitto tra loro pur stando in team. Nel momento in cui si fa l'assemblaggio quotidiano, tutti vedono il prodotto di tutti, nella sua progressione, e si generano conflitti tra lavoratori, tra team, tanto che i manager di questa fabbrica del software hanno la funzione di attenuare questi conflitti tra i lavoratori, di regolarli in qualche modo, di farli procedere. Il manager non è più una funzione di comando, ma d'intervento per permettere la fluidità del processo.
Nessuno di noi, credo, ritiene che questa sia una buona condizione. Anche perché, il 15 giugno, terminato l'oggetto, ce ne vuole subito dopo un altro, ancora un altro e un altro ancora: in una situazione così, si è inseguiti dal tempo in modo radicale. Cioé questa condizione di lavoro subisce un intervento drastico dall'alto, rispetto alle compatibilità e alle necessità dell'impresa; l'autonomia è data da un altissimo livello di creatività, ma dentro il comando delle imprese. Oltre a ciò, naturalmente il fluire del processo industriale è molto simile alla catena di montaggio, ma questo aprirebbe un'altra discussione.
Quando si è in queste condizioni non si è in condizioni molto diverse dalla lavoratrice del call-center, che può fare solo sei ore perché le altre non è in grado di poterle svolgere; si è, in entrambi i casi, sotto una pressione permanente, il tempo incalza continuamente e vi sono fasi vere e proprie di angoscia e di difficoltà che devono essere recuperate, perché c'è un principio fondamentale: chi non è in grado di farli, questi lavori, viene espulso. La precarietà è proprio la mannaia che permette di dire: "Se non fai bene questo tipo di lavoro, se non sei al massimo della tua performance, esci".
Non c'è dubbio che, in questi ultimi anni, l'attenzione alla condizione di lavoro è venuta meno e hanno prevalso le esigenze dei processi di ristrutturazione, che hanno determinato l'esodo di intere generazioni dalle imprese - soprattutto le vecchie generazioni, i malati, i più sindacalizzati, perché è sempre questa triade l'oggetto delle espulsioni. Se precarietà e pressione sul tempo costituiscono una condizione comune che può essere analizzata, costruita e interiorizzata criticamente, allora vuol dire che è possibile pensare a una nuova fase del movimento sindacale in termini politici generali, che sia in grado di rappresentare, per chi lavora, non solo il presente, ma anche il futuro. Da lì nasce l'alternatività radicale a una società che fa del tempo e della pressione sulle persone la condizione fondamentale perché tra loro avvenga quello scontro quotidiano che permette di indebolirli fino all'individualismo più sfrenato, che sarà compensato esclusivamente dai prodotti che sono stati costruiti perché poi vengano consumati. Questi sono elementi chiave, e per essere veramente capiti, hanno bisogno del riconoscimento delle diversità come non necessariamente nemiche ma come componibili, non sommabili, in un progetto comune.
La storia di cento anni della Fiom lascia a noi un impegno e una necessità: di essere cioè all'altezza del presente e del futuro.





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