numero  9  settembre 2000 Sommario

Sulla proposta di Pintor

FUGHE IN AVANTI
Sandro Valentini  

Dopo il 21 maggio tutti a sinistra concordano che si è conclusa una fase, ma non per questo si indicano le stesse prospettive. Per una ragione evidente: non si è svolta unitariamente una battaglia contro il maggioritario e quindi non vi è un ripensamento comune sul da farsi. Il dibattito procede su binari paralleli con il risultato che alla fine sarà tutta la sinistra a perdere, anche se ci saranno perdite e incassi differenziati.
In assenza di una prospettiva da tutti condivisa diviene allora luogo comune l'idea che l'impotenza della sinistra sia causata dalla sua vocazione a dividersi in tante formazioni. Da qui il passo per fughe in avanti e astrazioni è breve. Non si ragiona più di politica e di processi, ma attorno a proposte di natura organizzativa o legate al sistema elettorale, come se per unire tutta la sinistra fosse sufficiente predisporre un partito contenitore.
Si assiste a una baraonda di proposte. Come quella di Pintor di una nuova formazione della sinistra anticapitalistica; come quella di Diliberto di una confederazione tra SDI, DS, pdci, Verdi e PRC; come quella di Veltroni di una federazione della sinistra riformista; come quella di Boselli che avanza a sua volta a Veltroni la proposta di sciogliere i DS per dar vita insieme allo SDI ad un'aggregazione socialdemocratica. Occorre invece una discussione vera per uscire dalle attuali difficoltà, ma con molta probabilità i tempi di questo confronto non necessariamente corrisponderanno ai tempi della preparazione delle elezioni politiche.
Il mio pessimismo scaturisce dalla difficoltà di trovare un'intesa tra la sinistra di governo e quella di opposizione, ma anche dalla constatazione che permangono strategie diverse nell'ambito sia della prima sia della seconda.
Intanto è più corretta la distinzione tra sinistra moderata e sinistra antagonista o critica perché vi sono componenti della sinistra collocate nel governo che sarebbe sbagliato definire moderate. Ad esempio, la sinistra DS, i Verdi e il pdci. Non c'è ombra di dubbio che queste tre componenti siano subalterne alla sinistra moderata, incapaci pertanto di condurre un'autonoma iniziativa.
Proprio per via di questa loro subalternità non sono state in grado di svolgere un ruolo propositivo per favorire una svolta riformatrice del centro-sinistra. Né vanno taciute le loro posizioni contraddittorie, sostanzialmente di accettazione della guerra della NATO nei Balcani. Ma sarebbe errato, nonostante queste loro enormi responsabilità, definirle parti integranti della sinistra moderata.
In presenza dunque di innumerevoli distinzioni e differenziazioni l'unità della sinistra si costruisce solo con una proposta programmatica e politica che abbia un respiro strategico.
Il principale snodo della discussione passa nei DS. Il futuro della sinistra non può prescindere da come evolverà il loro dibattito interno. Finché s'insisterà però a voler costringere l'intera sinistra a indossare una camicia di forza con l'assunto che vi è un legame indissolubile tra bipolarismo e nascita del PDS-DS il dibattito resterà compresso, con il risultato che perdurerà la contrapposizione tra due modi incompatibili di intendere il ruolo della sinistra.
È quindi pretestuoso e fuorviante insistere, dopo la batosta del 21 maggio, con la strategia della democrazia dell'alternanza, cioè con l'idea che l'unico modo possibile per la sinistra riformista di affermare un ruolo di governo sia il sistema bipolare. La storia della sinistra europea non ci dice questo.

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Proporre allora, come fa Veltroni, in nome della democrazia dell'alternanza, una federazione dai democratici al pdci, significa perseverare in modo diabolico in una scelta perdente. Il suo ragionamento non è distante dall'immagine della carovana evocata da Occhetto: un partito che fa della scelta di non essere un partito la sua ragione d'essere. Occorre invece prendere atto del fallimento di questa strategia.
Il paradosso è che, mentre Berlusconi ha fatto la scelta di costruire un robusto partito di massa, i DS hanno fatto esattamente l'opposto. Forza Italia è oggi un partito ideologicamente coeso e proprio per questo sa praticare molto bene la lotta di classe a differenza di una sinistra che non ha gli strumenti per condurre una lotta politica efficace.
Questo è il maggior guasto prodotto dalle concezioni liberaldemocratiche, financo a disarmare un po' tutta la sinistra; per questa via non solo si è tentato di emarginare la sinistra antagonista, ma anche di mettere in mora la stessa sinistra moderata di ispirazione socialdemocratica.
Questo sarà nei prossimi mesi il nodo cruciale del confronto nei DS: o la componente socialdemocratica riuscirà a prevalere su quella liberaldemocratica, dopo un decennio di compromessi al ribasso, o il partito sarà destinato ad un inesorabile declino, con rischi d'implosione, con tutte le conseguenze negative che ne deriverebbero sul sistema politico italiano.
Con la strategia della democrazia dell'alternanza si è operata una cesura con la storia del movimento operaio. Non è vero che tutta questa storia sia stata travolta con la caduta dell'urss e del socialismo reale. I fatti hanno dimostrato che il socialismo resta un'idea aggregativa di forze, anche diverse, in Europa. La Francia ci dice che socialisti e comunisti possono governare insieme, non in nome della stabilità ma per condurre una possibile azione di trasformazione, per portare avanti obiettivi come quelli del lavoro e della riqualificazione e sviluppo dello stato sociale. Nella scelta di un partito democratico, sul modello americano, tutta questa storia viene invece elusa. Si perde così ogni contatto con la propria area sociale di riferimento, con il risultato di essere degli ex e dei post, non in senso cronologico, ma proprio come identità. È questa la lettura più corretta della crisi dei DS, che prima ancora di essere politica e strategica è appunto di identità.
Anche la sinistra antagonista è a sua volta articolata tra una sinistra di alternativa o radicale e quella comunista. Nella prima confluiscono l'insieme delle culture antagoniste non comuniste. La distinzione non è un sottile distinguo teorico, ma molto pratico. L'antagonismo di per sé non è un tratto distintivo dei soli partiti comunisti. Si può infatti essere antagonisti ma non comunisti. Infatti, l'antagonismo in quanto tale non realizza un'azione volta al superamento del sistema capitalistico, azione che è una prerogativa invece dell'antagonismo rivoluzionario dei comunisti, della loro capacità di mettere in relazione dialettica il momento sovrastrutturale, il soggetto rivoluzionario, con il momento strutturale, cioè il conflitto di classe. Ma questo non vuol dire che l'una e l'altra sinistra non possano collaborare; anzi proprio perché entrambe antagoniste, sia pur con una diversa priorità della centralità dei conflitti - i comunisti, come si sa, pongono come contraddizione fondamentale quella tra capitale-lavoro - sono molto attigue. Possono, per questa ragione, trovare un'intesa non congiunturale. E nell'attuale fase uno dei loro compiti comuni è di favorire un dibattito vero nei DS. Ma la sinistra antagonista è divisa e oscilla tra due strategie. La proposta di una federazione della sinistra alternativa che superi il PRC conduce, semmai possa essere dal PRC stesso condivisa, alla costituzione, di fatto, di un terzo polo. Su questo punto sono ragionevoli le critiche di Tortorella e di Chiarante che considerano questa proposta inopportuna per rimettere in comunicazione pezzi diversi della sinistra.
Del resto, non è immaginabile un'alternativa politica e ideale al progetto di modernizzazione capitalista del Paese del centro-destra mettendo in campo la sola sinistra d'opposizione. Attorno a questo progetto devono convergere un insieme di componenti della sinistra di governo, Verdi e pdci prima di tutto. Ma tutto ciò non è sufficiente. Occorre il formarsi di un robusto e radicato partito socialdemocratico.
Il progetto di un'alternativa di governo al blocco moderato non è oggi all'ordine del giorno. È un processo non di breve periodo. Ma all'ordine del giorno vi è la necessità di costruire una politica per l'alternativa, che può prendere corpo solo se si concretizza una rottura nel centro-sinistra, cioè la messa in discussione di una strategia che si è rivelata fallimentare, che aveva come obiettivo la conquista del centro dello schieramento politico e sociale attraverso una formazione (Ulivo) che muovendosi da sinistra occupasse progressivamente il centro medesimo. Non nego la necessità del dialogo con il centro cattolico e democratico. L'accordo di desistenza del 1996 tra Ulivo e PRC aveva alla base anche questa esigenza. Del resto la sinistra italiana non è mai stata maggioranza. Non lo è stata nei decenni passati, ancor di più non può sperare di esserlo ora. Pertanto, il confronto con il centro cattolico e democratico è una condizione essenziale per realizzare l'alternativa.
La nascita di un eventuale terzo polo, cioè quello della sinistra antagonista, sarebbe invece una scelta elitaria, piombo nelle ali al progetto di costruire un ampio schieramento per l'alternativa. Il problema vero è come liberare da questo centro-sinistra forze ed energie e non di inibire un processo pur di unire forzatamente un insieme di diverse esperienze critiche.
Con l'insieme di questa sinistra critica il PRC deve stabilire una forte interlocuzione, ricercare convergenze e rapporti di collaborazione. Sarebbe però una riesumazione di un partito contenitore come DP credere che, con l'insieme di queste esperienze minoritarie e così diverse e frastagliate tra loro, si possa costruire un soggetto politico nuovo, addirittura un'aggregazione più ampia dello stesso PRC. Sul terreno più propriamente politico poi questa ipotesi porterebbe irrimediabilmente il PRC a fuoriuscire dalla tradizione comunista, per collocarlo su un versante protestatario e minoritario.
Dall'insieme delle riflessioni fin qui svolte emerge con chiarezza il dato che non vi sono le condizioni, per l'oggi e per il domani, di riaggregare in un unico partito l'insieme della sinistra italiana, e neppure di semplificare la situazione dando vita a due formazioni: quella della sinistra moderata, quella della sinistra alternativa. Per questa ragione si parla di "sinistra plurale".
Se effettivamente si concorda sull'analisi secondo cui si è chiusa una stagione politica allora bisogna prendere atto che un confronto produttivo a sinistra può e deve svilupparsi non prescindendo dalla politica e dai contenuti programmatici. Il dibattito quindi sulle soluzioni organizzative non è di nessuna utilità. L'urgenza vera, la prima priorità, è mettere ordine a sinistra dopo un decennio di gran confusione politica e ideologica.
Quattro sono le grandi famiglie della sinistra italiana che hanno in Europa una rete di rapporti e di collegamenti. La loro autonomia politica, culturale e organizzativa non deve essere considerata una debolezza, ma un valore aggiunto.
La prima famiglia è quella liberaldemocratica che ha nel Paese solide radici culturali. La seconda famiglia è quella socialdemocratica e anche questa è profondamente intrecciata con la storia dell'italia moderna. La terza famiglia è rappresentata dall'insieme delle culture antagoniste non comuniste e abbraccia un mondo variegato e composito. Probabilmente questa famiglia, come quella liberaldemocratica, non pensa a un partito strutturato, ma crede di più a formazioni leggere, al cosiddetto sistema a rete, con momenti centrali di coordinamento tramite forme federative. La quarta famiglia è quella comunista, che ha anch'essa una storia gloriosa nel nostro Paese, che s'ispira al marxismo, specificatamente al leninismo di Gramsci e di Togliatti.
Con il fallimento della strategia della democrazia dell'alternanza la riaggregazione della sinistra attorno a queste quattro grandi famiglie è un processo oggettivo, anche se non di breve periodo. D'altronde solo su queste basi è possibile realizzare una convergenza unitaria vera della sinistra, senza per questo rinunciare alla legittima competizione per l'egemonia.
Al PRC Ingrao propone di mettersi in discussione aprendosi alle altre, diverse, minoranze della sinistra antagonista. Proprio invece per dare una spinta al processo di ricomposizione della sinistra, che rifletta le diverse tendenze, occorre fare esattamente il contrario: rilanciare il processo rifondativo di un partito comunista dalle caratteristiche di massa. Per questo il lavoro di costruzione del partito è questione centrale, dirimente. Oggi dunque più che ieri il PRC non può essere considerato una formazione transitoria che possa essere superata o compresa in una federazione della sinistra antagonista.

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Certamente, l'avvio di un processo di ricomposizione della sinistra potrà subire accelerazioni o brusche frenate. Il diverso giudizio sul governo Amato è sicuramente un impedimento al suo pieno dispiegarsi. Nessun fraintendimento: netta e forte deve continuare ad essere l'opposizione del PRC ad un governo che sposta ulteriormente il centro-sinistra verso una deriva neocentrista. Ma occorre guardare agli scenari prossimi futuri. Non c'è da essere molto ottimisti sulla capacità dei DS e del governo Amato di tentare la riscossa dopo i pesanti errori che hanno aperto la via della vittoria a Berlusconi. Questo sembra essere il punto d'approdo di un decennio. Allora la sinistra avrà dinnanzi a sé due possibilità: o andare verso una disfatta di proporzioni gigantesche o dovrà tentare di qualificare la sua opposizione al blocco moderato. In particolare su tre questioni fortemente intrecciate tra loro: quale opposizione alla politica economica e sociale del centro-destra; quale opposizione per contrastare il tipo di Stato che con l'intesa sulla devolution tra Berlusconi e Bossi si cercherà di ridisegnare; infine, come atteggiarsi rispetto al progetto di riorganizzazione del centro cattolico che si svilupperà in modo autonomo da quello della riorganizzazione della sinistra.
Dal tipo di opposizione che si condurrà dipenderà il futuro della sinistra. In queste considerazioni non vi è sottovalutazione dell'appuntamento elettorale delle politiche. Tutt'altro. Infatti, c'è modo e modo di arrivare allo scontro elettorale e c'è modo e modo di impostare la battaglia, pur avendo la consapevolezza di poterla perdere. Proprio per questo i prossimi mesi saranno decisivi per le prospettive della sinistra; serviranno a capire se avrà gli strumenti per lanciare al centro-destra una sfida, per una pronta rivincita; per non trasformare la vittoria di Berlusconi alle politiche in un consolidamento strategico di fase.

Sandro Valentini è segretario regionale_del PRC in Sardegna




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