numero  9  settembre 2000 Sommario

Sulla proposta di Pintor

E' TEMPO DI MUOVERSI
Sergio Garavini  

Pochi mesi sono passati dalla sconfitta nelle elezioni regionali e dai referendum, ma il dibattito nella sinistra e nel centro-sinistra si limita a ribadire le idee di prima, nel merito e nella stessa forma (commento politologico, dialogo giornalistico). Dramma concluso?
Il leader che ha pagato con il posto, D'Alema, è tornato, fra gli ossequi, a riproporre la sua linea. Tutti i maggiori leaders della sinistra, sconfitti ma rimasti al proprio posto, hanno riproposto i loro orientamenti, salvo qualche sconcertante aggiornamento, come il passaggio in tema elettorale dal modello anglosassone a quello tedesco. Si ripete la scena del 1999, dopo la sconfitta nelle elezioni europee e a Bologna: rapido accantonamento della gravità dell'evento. Credo invece che si debba tornare a ragionare sul distacco dalla società e sul vuoto di partecipazione politica che sono emersi.
Il distacco dalla società. La sinistra, DS e Rifondazione, nell'ultimo decennio del secolo ha, nel suo complesso, perduto più di tre milioni di voti. I DS nelle elezioni del 1999 e del 2000, sul totale degli aventi diritto al voto, hanno ottenuto l'undici per cento, rispetto al ventuno per cento di dieci anni prima e al trentuno per cento del Pci nel 1976. PRC e pdci, nel 2000, stentano insieme a raggiungere la percentuale di voto e in cifra assoluta prendono molti meno voti di quelli presi da Rifondazione appena fondata, nel 1992. E molto meno della metà dei voti che aveva avuto Rifondazione nel 1993, (quando superò i DS nelle elezioni comunali a Torino e Milano). Sono, quindi, relegati a un ruolo minoritario, mentre l'impresa dei DS è un fallimento altrettanto evidente.
Il vuoto di partecipazione politica e il disfacimento del partito. Guardiamo a questo secondo punto, da valutare in tutta la sua portata. Memoria storica: all'inizio del secolo scorso si svolse una viva polemica nel partito socialista sui suoi limiti. Il partito era costituito dai gruppi parlamentari e dagli eletti nelle amministrazioni locali; da adesioni elettorali intorno a "personalità" collegio per collegio (virtù dell'uninominale); da un giornale e dal suo direttore; dal sostegno offerto da organizzazioni sindacali e cooperative. La rivendicazione di un sistema elettorale proporzionale da parte dei socialisti corrispondeva anche all'intento di costruire un vero partito. Oggi diremmo un soggetto democratico, organo di partecipazione articolato nel territorio e nei diversi settori della società e della cultura, guida dialettica degli eletti e degli organi di stampa.
L'intento fu realizzato dal Pci dopo la seconda guerra: il partito "nuovo"; la maggiore prova, a mio parere, della genialità politica di Togliatti. Partito diverso, se non alternativo, al partito pensato da Lenin; vicino, anche se in forme originali, ad alcune delle grandi socialdemocrazie occidentali. Di questo partito non vi è quasi più traccia. I DS sono tornati ad essere il Psi dell'inizio del secolo, meno l'autorevolezza del giornale: comitati elettorali e gruppi di eletti nelle istituzioni, particolarmente legati a ruoli di governo, laddove li hanno, a tutti i livelli. Gli iscritti sono un quarto di quelli del Pci venti anni or sono. Il PRC, più strutturato del pdci, ha le caratteristiche di un soggetto minoritario, che si legittima con una vivace iniziativa nelle istituzioni e con momenti di manifestazione popolare, non in grado però di realizzare una permanente partecipazione democratica articolata nella società.

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Dunque, distacco dalle masse e separazione da istanze essenziali nella società, che segnano la mancanza di autonomia culturale e di prestigio ideologico. E disfacimento del partito, che travolge i successori del Pci e ancora più radicalmente il Psi, con un riscontro nella irrisolta difficoltà ad esistere del soggetto "verde". Il travaglio della sinistra è duplice. È crisi di linea politica e istituzionale, di analisi e di radicamento sociale, di ideologia. Ma anche crisi di concezione della politica, del modo di promuovere e rendere protagonista la partecipazione.
Nella sede in cui scrivo non è difficile convenire su questi punti e particolarmente sull'origine della crisi, che richiama il prevalere nella sinistra del liberismo e del modernismo, di una concezione che assume come priorità la stabilità del governo, della personalizzazione della politica, del rovesciamento delle idealità provenienti dal movimento operaio, del rifiuto delle nuove contraddizioni di classe emergenti nella società, della contrapposizione di logiche di profitto alla vivibilità dell'ambiente. Ma come aggredire questa crisi?
La formula che viene ora proposta è quella di una sinistra alternativa, di un ripensamento profondo politico ma anche ideale. E molti ritengono anche che questa sinistra alternativa dovrebbe per ora, come un fiume carsico, immergersi in un lavoro di rielaborazione delle proprie interpretazioni della società e delle proprie proposte riformatrici, da cui più tardi uscire alla luce delle lotte reali. Può darsi che a ciò si sarà costretti: ma ripensare non significa necessariamente appartarsi.
Io penso, invece, che una rinnovata riflessione e un nuovo confronto di idee possono dare all'ipotesi della alternativa il carattere di una linea che mobiliti, che conti, per modificare gli orientamenti oggi prevalenti nella sinistra e nelle sue alleanze. E possono tradursi in un impegno di lunga lena per costruire un soggetto politico di così ampia partecipazione da acquisire organicamente tale forza e tale capacità. Ma per farlo vi sono difficili problemi da risolvere, interrogativi che quanto meno vanno proposti esplicitamente.
Il primo quesito è se una battaglia politica e ideale di tale impegno sia possibile nell'ambito della dialettica interna alle singole forze che costituiscono la sinistra nella maggioranza e nel governo (DS ad esempio) e fra di loro. Oppure se, per imporre un cambiamento di linea e di concezione della politica, non ci sia bisogno che i soggetti di tale dialettica si impegnino su una posizione più esplicita e autonoma pur nell'ambito della sinistra e della alleanza di centro-sinistra. Quesito che riguarda particolarmente il ruolo della sinistra DS e il carattere dell' Associazione per il rinnovamento della sinistra, ma che si riflette anche nelle difficoltà di una nuova caratterizzazione dei Verdi.
E che, ancora, implica inevitabilmente il rapporto fra tali forze e Rifondazione. Se questo rapporto debba restare nel limite di una pura comunicazione e collaborazione, e spesso di una polemica fra insediamenti politici diversi anche in prospettiva, e realizzandosi, quando possibile, solo nell'ambito di specifici impegni e obbiettivi determinati. Oppure, se questa attuale diversità non è fissata come discriminante pregiudiziale, ma impegni e obiettivi comuni possono via via diventare una piattaforma organica, se si lavora per porre le basi reali di una comune autonomia di soggetto politico, di una sinistra alternativa reale, per produrre una nuova partecipazione nel paese.
Ma altre domande riguardano specificamente Rifondazione: in particolare, se si può sciogliere, o resta come discriminante, il nodo costituito dalla pregiudiziale del PRC contro il centro-sinistra quale alleanza e maggioranza di governo. Ci si può chiedere se questa pregiudiziale, sommata alla visione invero realistica di una sinistra plurale, non restringa talmente l'area politica della sinistra "alternativa" da limitarne lo stesso obiettivo. In altri termini, la domanda è se la battaglia per cambiare linea e concezione della politica, da impegnare nella sinistra e nelle sue alleanze, non comporti, per avere successo, la promozione su questa linea del più ampio schieramento di forze e tendenze e della più ampia partecipazione sociale e politica, senza le attuali pregiudiziali. Si può rilevare che sul piano regionale, provinciale e comunale, in gran parte delle situazioni, Rifondazione abbia collaborato e collabori con la "sinistra di governo" e con il centro-sinistra. Scelte che non invalidano l'opposizione del PRC alla maggioranza parlamentare e al Governo, ma dimostrano almeno la problematicità della questione.
D'altra parte proprio l'evoluzione della situazione sembra rendere necessaria e urgente una iniziativa politica coraggiosa, che sciolga questi nodi e si apra alla più ampia mobilitazione per il cambiamento delle politiche "moderate", cui sono certamente interessati, e in parte almeno coinvolti, il movimento sindacale, la cooperazione, le attività associative e solidaristiche.
Da un lato, il fatto che le destre sociali e politiche si muovano in una contrapposizione sempre più netta al centro-sinistra e al suo governo esige evidentemente una risposta efficace. Una sinistra alternativa deve lanciare l'appello a una mobilitazione unitaria che non sia la replica delle politiche che hanno portato alla sconfitta. Una mobilitazione che critichi questa continuità per rivendicare una risposta alle destre rinnovata su una linea di valorizzazione delle esigenze sociali e civili, dei diritti democratici, della partecipazione democratica, aprendo in questo senso un confronto nella sinistra e nel centro-sinistra.
Dall'altro lato, una tale iniziativa può corrispondere ai problemi che avanzano senza trovare risposte nelle politiche tradizionali delle sinistre moderate: si pensi al carattere che deve assumere l'Europa; alle esigenze di soluzione per la pace e per la salvaguardia dei diritti dei popoli nelle situazioni di tensione acuite dalle guerre, dai Balcani all'iraq; alle regole da imporre ai processi di globalizzazione; al riproporsi di temi ambientali di importanza fondamentale; al cadere di vecchi discorsi contro il Welfare e al ripresentarsi dell'efficacia ed efficienza delle strutture pubbliche sociali e culturali.
Nello scontro con le destre può essere vincente proprio una linea di sinistra alternativa. Ma non si può sperare che avanzi una reale sinistra alternativa se nessuno si mette in discussione. Non devono essere proposti scioglimenti, ma non si deve usare questa ipotetica minaccia per rassegnarsi allo status quo organizzativo e politico.
Non si vogliono immediate operazioni organizzative? Giusto, ma purché ciò non porti soltanto alla convalida degli attuali insediamenti di partito e di gruppo, di una scusa per eludere l'enorme problema del disfacimento del partito originato dal movimento operaio. Non sciogliersi, ma muoversi.





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