numero  8  luglio-agosto 2000 Sommario

Biotecnologie: una risposta a Buiatti

PROBLEMATICI SÌ, NEUTRALI NO
Vittorio Bigliazzi,* Pietro Canova,* Chiara Cassurino,* Paola Letardi,* Alberto Zoratti*  

È difficile se non impossibile discutere in modo solo accademico sulle nuove frontiere delle biotecnologie avanzate e sulla diffusione incontrollata di organismi geneticamente modificati (Ogm) quando ci troviamo a combattere una guerra sporca il cui terreno di confronto è imposto dal cartello dei colossi del biotech (Monsanto, Novartis - risultato della fusione tra Ciba Geigy e Sandoz -, Pioneer Hi Bred - Du Pont - e AgrEvo). Cartello che chiede l'assenza di ogni limite alla brevettazione della materia vivente, di violare apertamente la convenzione e i protocolli internazionali sulla biosicurezza e di non informare i consumatori. Per questi motivi ci rende perplessi il pensiero espresso da Marcello Buiatti dell'Università di Firenze che, nello scorso numero della Rivista del manifesto, pur partendo da considerazioni condivisibili, parla di "processo di virtualizzazione" in cui si agiterebbero vanamente e inspiegabilmente "opposte fazioni".
Se vogliamo capire, almeno per accenni, quali siano le forze in campo e chi conduca il gioco, vale la pena di ricordare che gli Stati Uniti, capofila di una coalizione di cui fanno parte il Canada, l'Australia e l'Argentina (nel solo Nord America si concentrano il 78% degli 80 milioni di ettari coltivati con piante transgeniche) si erano presentati a Seattle al vertice mondiale della WTO (organizzazione mondiale del commercio) con soli tre obiettivi, uno dei quali era: dichiarare illegali le restrizioni all'importazione di Ogm. Su questo punto avevano trovato sensibili i due Commissari europei presenti alla conferenza e solo il movimento dei diritti civili bloccò quel tentativo di liberalizzazione incontrollata. Ma l'oligopolio delle multinazionali non si è dato per vinto, sulla partita Ogm sta investendo in comunicazione 50 milioni di dollari in ambito globale e sta continuando la pressione sull'Unione Europea, rea di essere nel Nord del mondo il pallido difensore del principio precauzionale lanciato nell'Earth Summit di Rio de Janeiro 1992 e ribadito a Montreal nel 2000. Ma alcune afasie, non casuali, pervadono anche il Vecchio Continente che oggi si trova alle prese con due direttive pericolosissime sulla quantità di ogm tollerabili nei prodotti alimentari e sulla brevettazione dei geni. Contro quest'ultima direttiva Italia, Olanda e Norvegia hanno presentato ricorso alla Corte Europea ed è stata avviata una campagna, promossa da noi e dal Comitato Scientifico Antivivisezionista, affinché venga ritirata, bloccando l'iter di recepimento, che si dovrebbe concludere il prossimo 31 luglio.
Bisognerebbe che, in questo come in altri casi, fossero tenuti nella giusta considerazione i diritti dei consumatori e degli agricoltori, che rischiano di rimanere schiacciati da pesanti interessi economici. Infatti, per più di diecimila anni, le tecniche di selezione sono state applicate su piante e animali strettamente correlati, che potessero incrociarsi sessualmente. Oggi - grazie alle nuove frontiere aperte dalle biotecnologie avanzate nella sperimentazione e produzione su scala industriale di specie transgeniche animali e vegetali - si pensa di consolidare le basi di una reinvenzione in laboratorio della biosfera. E il mondo della ricerca farebbe bene a sviluppare un serio dibattito sui successi e sulle delusioni del passato: come nel caso dei gravissimi danni provocati alla salute e all'ambiente dall'industria chimica.
Bisogna chiarire al pubblico che nel caso degli Ogm non ci troviamo di fronte a semplici tecniche di ricombinazione e selezione naturale. Lo dicono chiaramente la FAO e l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che nella Codex Alimentarius Commission dell'1 luglio 1991 hanno stabilito che gli organismi geneticamente modificati "sono prodotti attraverso tecniche in cui il materiale genetico è stato alterato in modo da non prodursi naturalmente tramite accoppiamento e/o ricombinazione naturale". L'introduzione degli Ogm in natura è un fatto senza precedenti che obbliga la comunità scientifica a fare riferimento a quel principio precauzionale che stabilisce: "dove vi siano minacce di danno serio e irreversibile, la mancanza di piena certezza scientifica non potrà essere utilizzata come motivo per posporre interventi efficaci di prevenzione della degradazione ambientale" (Earth Summit di Rio de Janeiro - 1992).
E i pericoli di inquinamento genetico e di perdita della biodiversità, introdotti dall'ingegneria genetica, non sono sottovalutati nemmeno dalle istituzioni italiane. Tanto che nel nostro paese è stato istituito un apposito Comitato Interministeriale. Il Ministero dell'Ambiente ha costituito un comitato tecnico per definire gli indirizzi, i criteri e le modalità operative per la valutazione dei protocolli di ricerca. Il Consiglio Superiore della Sanità il 16 dicembre 1999 ha contestato la documentazione presentata a sostegno della commercializzazione di nove varietà alimentari geneticamente modificate (mais e colza) invocando: la massima precauzione, come metodologia di valutazione del rischio; l'onere di dimostrare l'affidabilità del prodotto a carico dell'impresa; la completa revisione della legislazione che disciplina la produzione e commercializzazione di prodotti configurabili come Ogm.
Le forti pressioni economiche anche sulla ricerca (uno studio dell'Università di Harvard ricorda come il 20% dei fondi di 550 aziende biotech venga destinato negli Stati Uniti alla ricerca universitaria) hanno sbilanciato l'attività sulla formulazione di nuovi prodotti, mentre è carente la valutazione dell'impatto su ambiente e salute, per il quale nuove metodologie andrebbero sviluppate. Senza trascurare il fatto che le espressioni di dubbio sulla pretesa innocuità sono spesso state occultate ed osteggiate sotto la pressione delle multinazionali. Il granoturco, il cotone e la soia resistenti agli erbicidi, voluti da aziende chimiche come Monsanto e Ciba Geigy (le quali non casualmente producono erbicidi) fanno aumentare la possibilità che alcuni ceppi di infestanti sviluppino una tolleranza sempre maggiore a questi prodotti velenosi, dannosi per l'ambiente. Le patate transgeniche, ibridate con un gene del bucaneve, si sono rivelate tossiche. Le società biotecnologiche stanno anche lavorando per creare delle piante resistenti ai virus, senza valutare il pericolo che si creino nuovi virus non esistenti in natura. Le nuove allergie alimentari, specie tra i bambini, stanno aumentando. Per non parlare dell'inutile e indicibile sofferenza animale indotta, pervia della la creazione della supermucca o del supermaiale.
È per questo che è nato in ambito mondiale un movimento di opinione e di massa sul problema delle biotecnologie che collega in rete i cittadini del Nord e del Sud del Mondo. Anche a questo proposito sarebbe bene non sminuire la protesta dei paesi emergenti, come se fosse dettata solo da pragmatismo calcolato: le denunce dell'ecofemminista indiana Vandana Shiva sulla biopirateria, la lotta frontale condotta contro Monsanto dal KRRS, il sindacato degli agricoltori dello Stato indiano del Karanakata, o il dissenso palese di 50 stati africani durante il vertice WTO di Seattle non sono fatti episodici. La partita in gioco è l'espropriazione dei saperi e delle tradizioni contadine, la riduzione commerciale della biodiveristà (concentrata prevalentemente nel Sud del mondo), l'imposizione del segreto industriale sulla ricerca, l'inganno dei consumatori. Solo con regole rigorose sarà possibile un dialogo più sereno anche nel settore della ricerca, emancipato dai diktat delle multinazionali, che consenta di vagliare, con la dovuta serietà, il problema.

*Portavoce di Mobilitebio_(www.tebio.org)

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