La crisi del servizio civile
UN ECCESSO
DI SUCCESSO
Fabrizio Battistelli
Può un fenomeno sociale entrare in crisi per "eccesso di successo"? La risposta è sì: questo sta accadendo al servizio civile in Italia che, con 108.000 obiettori che hanno fatto domanda nel 1999 e 30.000 che aspettano dall'anno precedente, rischia l'ingorgo organizzativo e il tracollo delle fragili strutture dell'appena costituito ufficio nazionale.Di fronte a un'emergenza che minaccia di vanificare un patrimonio di esperienze e di attività accumulatosi in quasi trent'anni, è indispensabile abbandonare la retorica e le posizioni preconcette e aprire un dibattito nel quale - dopo, ma soltanto dopo, che sia stata operata un'analisi empirica della realtà - sia possibile dare spazio al confronto politico e alla progettualità. La mia proposta, insomma, è di partire dai fatti.
Primo fatto generale: l'atteggiamento oggi prevalente fra i giovani verso l'idea di una prestazione obbligatoria, militare o civile che sia, è di indisponibilità. Anche chi, come il sottoscritto, per anni ha difeso la leva come strumento di partecipazione e di controllo democratico, non può non prendere atto del dato che l'idea della coscrizione obbligatoria è ormai tramontata nella testa e nel cuore degli italiani: da maggioranza assoluta che erano negli anni Settanta, alle soglie del 2000 i fautori dell'obbligatorietà del servizio militare si sono ridotti al 5% (v. fig. 1). Passando poi dalle opinioni ai comportamenti, l'evitamento del servizio militare da parte di chiunque possa permetterselo (e quindi dei ceti più colti e più abbienti) è sotto gli occhi di tutti. Mentre tra coloro che non sono in grado di praticare, e spesso addirittura ignorano, il diritto di scegliere forme di servizio alternative, crescono l'insoddisfazione e la frustrazione nei confronti di un servizio militare vissuto come un'inutile imposizione.
Un'analisi delle cause di questa situazione porterebbe lontano. Alcune sono "globali" e affondano le loro radici nella vittoria del mercato come regolatore indiscusso dei rapporti sociali. In questo quadro, la tendenza che prevale in tutte le società dell'occidente è alla specializzazione delle funzioni e alla delega di esse a soggetti dedicati: sul terreno della difesa come ovunque. Altre cause invece sono "locali" e hanno funzionato in modo da svuotare definitivamente la leva. In parte esse riguardano l'istituzione militare che, avendo avuto per le mani, da tempo immemorabile, una miniera d'oro, pensava che questa fosse inesauribile. Naturalmente si sbagliava, come si sbagliava chi ha pensato per anni (ce n'è qualcuno ancora oggi) che basti girare il rubinetto per avere tutta l'acqua di cui c'è bisogno. In parte le cause riguardano il servizio civile, o meglio alcuni tra i suoi fautori, attardati nella contrapposizione ideologica servizio civile/servizio militare e nella sistematica polemica contro quest'ultimo, senza avvedersi dello stretto nesso che lega tra loro i due tipi di servizio (ma su questo torneremo).
La crisi di legittimità della coscrizione obbligatoria, poi, è accentuata dalla fine della sua universalità. Quando nasce nella Francia rivoluzionaria del 1792, la levée en masse ha un presupposto: quello che ogni cittadino di sesso maschile, sano, giunto all'età di vent'anni, presta un servizio obbligatorio alla collettività. Anche l'istituto del servizio civile sostitutivo manteneva inizialmente tale principio d'universalità, prevedendo che chi obiettava all'uso delle armi svolgesse, appunto, un servizio civile d'analogo impegno e di pari dignità. Su tali giusti principi si abbattono oggi tanto l'oggettiva difficoltà di mantenere equa la distribuzione degli oneri tra i cittadini che scelgono l'una oppure l'altra forma di servizio, quanto la proliferazione di una normativa sempre più corporativa e insipiente.
Da un lato ci si è dovuti confrontare con il fenomeno per cui, strutturalmente, il servizio civile drena i giovani più qualificati e provenienti dalle aree forti del paese. Il divario socio-culturale tra soldati e obiettori, già presente alle origini, è divenuto via via più profondo, così che nel 1998 i giovani con bassa scolarizzazione (scuola dell'obbligo) sono presenti tra i soldati in proporzione quadrupla rispetto agli obiettori, mentre tra questi ultimi gli universitari e i laureati sono rappresentati tre volte più che tra i coscritti (v. fig. 2). Quanto poi all'origine regionale, dal Nord proviene soltanto il 36% dei militari di leva ma ben il 58% degli obiettori; al contrario, il Sud fornisce il 48% dei giovani che fanno il servizio militare e solo il 24% di quelli che fanno il servizio civile (v. fig. 3).
Questi dati sono "antipatici" e suscitano notevoli resistenze ogni volta che ho occasione di citarli. Tuttavia essi fotografano un problema, che non diventa meno serio ignorandolo o negandolo ideologicamente. Al contrario, la sua esistenza richiede un atteggiamento positivo, nella duplice accezione di fondato sull'evidenza dei fatti e, contemporaneamente, orientato alle soluzioni. Che i giovani obiettori siano in 3/5 dei casi studenti universitari e settentrionali non è frutto della perversa strategia di qualcuno, bensì la conseguenza degli scompensi e delle divisioni sociali che continuano a connotare la quinta (o settima) potenza industriale del mondo. È così che i maggiormente scolarizzati e i residenti nelle regioni più sviluppate del paese godono sia del "privilegio" dell'accesso all'informazione, sia della concreta possibilità di prestare il servizio civile presso gli enti convenzionati, visto che 3/4 di questi ultimi hanno sede da Roma in su. I più sensibili tra gli enti hanno ben chiaro questo problema, tant'è che stanno moltiplicando gli sforzi per aumentare l'offerta di posti di obiettore nel Mezzogiorno e nelle Isole; tuttavia, finché non sarà colmato il gap che ancora oggi impedisce a migliaia di potenziali obiettori meridionali di svolgere il servizio civile nelle stesse condizioni in cui lo svolgono i loro coetanei nel resto d'Italia, l'iniquità sociale permane e il mondo dell'obiezione di coscienza per primo dovrebbe aprire su questo problema una riflessione e un dibattito.
Un altro dato drammatico (dal punto di vista della gestione) è rappresentato dall'imponente crescita delle domande d'obiezione di coscienza. Nel corso di un decennio (e a prescindere dalle origini, quando si trattava di un fenomeno che interessava poche centinaia di giovani l'anno) si è passati dalle 14.000 domande del 1989 alle 108.000 d'oggi, con un boom che sta per travolgere le fragili strutture del servizio civile (v. fig. 4).
Sulle motivazioni del boom sarebbe opportuno fare chiarezza, prendendo atto di ciò che emerge da tutte le ricerche sull'argomento e, soprattutto, dalla testimonianza di chiunque abbia un'esperienza di prima mano dell'obiezione di coscienza. Sulla base di un progressivo processo di secolarizzazione, iniziato parecchio tempo fa e oggi definitivamente compiuto, le motivazioni alla scelta del servizio civile sono gradualmente cambiate, passando dalla dimensione ideologica dell'identità (religiosa, filosofica, politica etc.) dell'obiettore alla dimensione pragmatica del suo stile e delle sue strategie di vita. Non c'è da stupirsi che, potendo scegliere il tipo di prestazione da fornire, un numero sempre più ampio di giovani si orienti verso la modalità che condiziona relativamente meno il proprio stile di vita, gli interessi e impegni personali, i progetti lavorativi. Scandalizzarsi di questo fenomeno, o peggio scandalizzarsi che di esso si parli apertamente, denota un preoccupante atteggiamento di ipocrisia, che impedisce di apprestare rimedi per una tendenza che rischia, se già non l'ha fatto, di portare l'intero processo fuori controllo. Riconoscere l'oggettività di una tendenza, infatti, non significa arrendersi acriticamente ad essa: al contrario, è la condizione pregiudiziale per intervenire in senso correttivo. Invece, l'atteggiamento corporativo di alcuni rappresentanti degli obiettori e l'incompetenza di chi ha materialmente redatto le norme hanno determinato - chiudendo gli occhi di fronte a questo dato - un aggravamento della situazione tale da rischiare di abolire il servizio civile in sé, dopo aver contribuito a far saltare il banco del servizio civile sostitutivo.
Quest'ultimo è andato crescendo in ventotto anni in modo incrementale, attraverso il fiorire di una miriade di enti grandi e piccoli, appartenenti al terzo settore e più recentemente al settore pubblico locale (comuni, università, unità sanitarie ecc.) che hanno cominciato a offrire posti per obiettori: proprio perché frutto di una crescita dal basso, i posti di servizio civile possono essere sviluppati nel tempo, ma non possono essere moltiplicati di punto in bianco. Da qui il drammatico divario di questi giorni tra la domanda e l'offerta di servizio civile. Le cifre (fornite dall'Ufficio nazionale per il servizio civile) parlano chiaro: a fronte di 67.000 posti da obiettore oggi disponibili, nel 1999 sono pervenute 108.000 domande, cui vanno aggiunte le domande inevase dell'anno precedente; il totale assomma a circa 130.000 obiettori da avviare al servizio civile, e dunque la proporzione tra aspiranti al servizio civile nel 2000 e giovani che saranno messi nelle condizioni di svolgerlo risulta effettivamente di 2 a 1!
Ma niente paura: la fervida mente del legislatore (L. 424, 1999 che converte il d.l. 324, 1999) ha già elaborato il rimedio: la dispensa dal servizio civile, così come esisteva la dispensa dal servizio militare! Dispensa che - udite, udite - può essere concessa a chi ne faccia richiesta, oltre che per difficoltà economiche e di minore idoneità fisica, anche sulla base dello "svolgimento di attività scientifica, artistica, culturale, con acquisizione di particolari meriti in campo nazionale e internazionale"!
Morale ed equità sociale (aspetti che in Italia sono molto popolari a parole) con il nuovo istituto della dispensa dal servizio civile vanno definitivamente a "rotoli". In termini di etica pubblica, questo provvedimento, di cui godranno i soliti happy few, fa il paio con la sciagurata leggina 158/1986, vero regalo ai figli di papà_ i quali, con uno stage all'estero di due anni, scapolavano il servizio militare. Quanto all'etica individuale, limitiamoci a pensare alla posizione del giovane cittadino, cui viene consentito di presentare domanda per svolgere il servizio civile in quanto obiettore di coscienza e, contestualmente, di presentare domanda per esserne esentato (un caso di doppia verità che avrebbe fatto impallidire un gesuita del '600!).
Ma ho promesso di attenermi ai fatti e lo faccio. Quindi pensiamo allo scenario che scaturirà dall'applicazione del decreto 324. È evidente che ci troviamo di fronte a un classico caso di "conseguenze inattese", cioè di introduzione di una misura che non soltanto non attenua il fenomeno che intende prevenire ma, al contrario, lo aggrava. Quello che uno studente di sociologia, di economia o di psicologia impara al secondo anno di università, ma che i maestri del diritto che scrivono le leggi in Italia possono permettersi di ignorare, è che le misure adottate per arginare in un determinato ambito la criticità di un fenomeno sono in grado, se non adeguatamente calibrate, di innescarne di più gravi in altri ambiti. Questo è, con tutta probabilità, il caso del decreto dispensa-obiettori. A proposito di questa norma, introdotta per attenuare la pressione delle domande di servizio civile eliminandone alcune attraverso la dispensa, è facile prevedere che essa finirà per moltiplicare il numero di domande da parte di una platea di soggetti messi nelle condizioni di eludere l'obbligo del servizio. Ipotesi esattamente confermata già nei primissimi tempi di vigenza del decreto, quando in tre mesi sono pervenute all'Ufficio per il servizio civile ben 3.000 domande di dispensa!
La sorta di "gratta-e-vinci" in cui si è ridotto l'istituto della leva in Italia è un fattore di iniquità sociale a livello collettivo e, a livello individuale, di addestramento alla furbizia (per chi evita il servizio) e di frustrazione e di demotivazione (per chi ancora lo fa). Possibili vie d'uscita non possono che partire da un'ampia autocritica che coinvolga tutto il movimento degli obiettori.
Innanzitutto sul piano pratico, per non aver capito che, essendo per sua natura sostitutiva di un altro servizio obbligatorio (quel militare), il servizio civile poteva aspirare a mantenere il suo carattere d'obbligatorietà in tanto in quanto rimaneva obbligatorio il servizio originario. Questo significava avere la lungimiranza di lasciare - ovviamente non oggi, ma dieci anni fa - una chance di sopravvivenza al servizio più oneroso e impopolare, cioè al servizio militare. E dire che la Corte costituzionale aveva indicato la strada con la sentenza n. 470/1989, che affermava il principio della parità temporale dei due tipi di servizio, contemporaneamente mantenendo aperta la possibilità che il servizio civile fosse preceduto da un periodo obbligatorio di formazione. La maggiore durata del servizio civile, anche di proporzioni simboliche, possibile accogliendo il suggerimento della Corte Costituzionale, si sarebbe rivelata grandemente benefica per entrambi i tipi di servizio. Da un lato avrebbe contribuito a rendere più competitivo il servizio che lo è di meno, quello militare, impedendo che si svuotasse dei più dinamici e dei più informati (per i quali avrebbe potuto costituire motivo di preferenza usufruire di un differenziale di durata di un mese o due); dall'altro avrebbe funzionato come filtro per il servizio civile, stimolando l'ingresso di coloro che avevano una motivazione ad esso.
A una simile strategia fondata sul buon senso, chi ha rappresentato sul piano associativo e nell'ambito delle istituzioni politiche il mondo dell'obiezione di coscienza ha preferito la linea corporativa e demagogica del "più uno". Esercitando una continua pressione per l'applicazione rigida e integrale dell'eguaglianza del trattamento a due servizi strutturalmente diversi, ha ottenuto il risultato di impedire sistematicamente che uno dei due potesse esercitare una qualche attrattiva sui giovani che avrebbero dovuto sceglierlo. Alla fine, l'inevitabile è accaduto. Di fronte al crescente abbandono, quantitativo e qualitativo, del servizio di leva da parte dei cittadini, i vertici militari, sia pure a malincuore, si sono decisi a imboccare la strada (per altri versi complicata e costosa, ma questo è un altro discorso) del servizio militare professionale. Accorgersene adesso è tardi, prescrivere ai militari che cosa devono fare è del tutto irrilevante; e, infine, che dire dell'improvvisa difesa della coscrizione obbligatoria? Siamo al paradosso. In barba a qualsiasi coerenza, nell'autunno '99 abbiamo ascoltato autorevoli esponenti del mondo pacifista lanciare appelli in difesa del servizio militare (presumibilmente rivolti ai Gennarino Esposito che ancora fanno la naja), più o meno in questi termini: "tu devi fare una cosa che io non voglio fare": una bella acrobazia logica, non c'è che dire!
Ma l'abbaglio più grave è stato preso sul piano politico. Qui non si è capita la questione di fondo: cioè che oggi la vera discriminante non è tra chi difende il servizio militare e chi difende il servizio civile, bensì tra chi difende l'idea che, in un momento della propria vita, la persona dedichi una parte di sé alla collettività e chi, invece, difende l'idea che il miglior contributo alla collettività consista nel farsi gli affari propri. Baloccandosi con un giudizio dell'istituzione militare come autoritaria e guerrafondaia che non trova più riscontro nella realtà italiana e alimentando una contrapposizione non sentita più da nessuno (nemmeno dai militari), l'ala fondamentalista degli obiettori ha chiuso gli occhi davanti alla vera contrapposizione che sta dividendo la società contemporanea: da una parte l'altruismo solidale, dall'altro l'individualismo economico e politico. Solamente una discussione franca e approfondita degli errori compiuti può ancora salvare il salvabile del servizio civile.
Fabrizio Battistelli è segretario dell'Archivio Disarmo