Discutendo con "Carta"
RISPOSTA A ROSSANA ROSSANDA
Aldo Bonomi e Marco Revelli
Rossana Rossanda, sulle pagine della rivista del manifesto, chiama in causa la variegata area della "sinistra sociale", la rivista Carta che di questa è parziale espressione, e noi con essa, con amichevoli, impegnative e franche domande cui - ci rimprovera severamente - non avremmo finora voluto o saputo rispondere.
Proviamo non tanto a discuterne, ma a verificare i presupposti di una discussione possibile a partire da alcuni problemi che Rossanda pone da tempo. E cerchiamo di chiarirci almeno sui rispettivi punti di partenza.
Primo problema: "L'antica questione del rapporto tra forme puntuali di aggregazione diretta e le istituzioni di altro perimetro", per dirlo con le sue stesse parole. La difficile dialettica tra corporeità istantanea dei movimenti e permanenza progettuale delle forme politiche; tra azione e resistenza "qui e ora", e ricostruzione di una strategia efficace all'altezza della sfida capace di modificare in forma stabile i rapporti di forza complessivi. Se non sbagliamo, qui Rossana Rossanda c'invita a riflettere su quella "terra di mezzo" tra azione particolare e rappresentazione generale, tra immediatezza dei frammenti corporei e universalità dei valori, in cui tradizionalmente si è espressa la politica come progetto e come organizzazione: in cui, cioè, si sono condensate le forme classiche del "politico", articolando i bisogni immediati in strategia di accumulazione di forza e di conquista del potere. Dove sono nati i partiti di massa, le grandi strutture della rappresentanza di interessi, dove le culture politiche hanno forzato la disseminazione sociale riconducendo a unità di progetto l'eterogeneità dei soggetti, e dove le grandi narrazioni hanno permesso di costruire artificialmente un orizzonte comune d'identità e di appartenenza. Ci incita a farlo, ma in realtà sospetta che in noi s'annidi un residuo di spontaneismo, d'immediatismo. Una "deviazione" culturale di matrice post-sessantottina, che ci fa illudere nell'immediata forza dell'essere sociale naturalisticamente dato; nell'immediata sovversività dell'azione puntiforme. O, peggio, una resa alla cultura del frammento, alla retorica del rizoma, della disseminazione, un rovesciamento dell'"epistemologia della complessità" in pratica della particolarità, o in mistica delle periferie, delle piccole secessioni, delle nicchie assurte a nuovi mondi...
Tutte, in qualche modo, alternative "culturali" quasi fosse, appunto, sul terreno della semplice decostruzione delle culture politiche che si spiega la nostra attuale impotenza. E quasi fosse sul terreno delle culture politiche che si giocano le nostre differenze e i nostri possibili dissensi.
Non è così. In realtà, se una differenza c'è tra noi, questa non è sul terreno "culturale" ma, se così possiamo dire, su quello "esistenziale": sul grado di pessimismo con cui guardiamo allo stato della sinistra attuale e, più in generale, alla politica contemporanea. Sulla profondità della crisi con cui oggi ci confrontiamo. Crisi che, ci pare, Rossana considera in qualche misura affrontabile volontaristicamente, con gli strumenti per così dire "ordinari" della ricostruzione del già sperimentato, stabilendo un qualche "nuovo patto" tra i consolidati abitanti di quell'universo che è stata la sinistra novecentesca. E che noi consideriamo invece in qualche misura irreparabile. Tanto profonda da superare il livello, relativamente avvicinabile, della "cultura" e della "politica" per radicarsi nella dimensione antropologica, negli strati profondi delle dinamiche sociali, delle forme di relazione e di espressione dei soggetti individuali e collettivi, negli statuti stessi della costituzione dell'azione sociale.
Quest'ultimo quarto di secolo é segnato - per usare un'espressione cara a Ernesto De Martino - da una silenziosa, sorda, oscura "apocalisse culturale" che ha cancellato memorie, codici di comportamento, economie morali, rappresentazioni e legami che avevano orientato l'agire collettivo e l'immaginario sociale per un lungo, lunghissimo ciclo conflittuale e politico del quale l'esperienza del movimento operaio novecentesco era stato un aspetto, un importante e significativo segmento, ma non certo la fonte esclusiva, e neppure il fattore d'origine. L'atomismo predatore che sembra dominare la società che viene, la riduzione delle classi e della massa novecentesca a moltitudine, a folla solitaria, fantasmatica e voyeristica, il dilagare del narcisismo come forma di espressione sociale non saranno curati e dissolti da un qualche moderno principe che, nella terra di mezzo che fu il suo regno, li riconduca a unità. Il ricupero dello spazio pubblico a una dimensione civile, e la ricostruzione di una nuova antropologia, sono imprese di lungo, lunghissimo respiro, tali da richiedere tempi sicuramente "non storici", e modalità di intervento altrettanto sicuramente non ordinarie, e linguaggi inediti e speciali.
Prospettive totalmente diverse da quelle, nervose e impazienti del "politico" così come oggi si dà; e come abbiamo visto all'opera, nella sua forma peggiore - più squallida e vuota - negli ultimi mesi qui, in Italia, nel tempo del primo governo della sinistra.
Su questo, pensiamo, possiamo essere tutti d'accordo, pur nella diversità delle opinioni sull'importanza teorica del "politico" e sul rapporto che questo deve intrattenere con il "sociale": che oggi quella "società politica" - quel territorio intermedio tra società civile e Stato-apparato che Gramsci indicò come prodotto specifico della massificazione della politica e in cui si radicarono e agirono i partiti di massa novecenteschi - è, per lo meno per quanto riguarda la sinistra (la sinistra maggioritaria, che vuole governare e che ancora governa) un luogo fantasmatico, abitato da anime morte, prive di spessore e di progetto, incapaci di interlocuzione e di rappresentanza reale di ciò che si muove al di sotto, nel sottosuolo magmatico di una composizione sociale che si scompone e ricompone a grande velocità. Che la sinistra - la sinistra che c'é, quella "storica", operante qui ed ora - non é soltanto priva di un'anima. È anche, e soprattutto, ormai priva di un corpo, di una qualche materialità, di un radicamento che un tempo fu suo monopolio, e che ora pare appannaggio dell'avversario, della destra berlusconiana che almeno il proprio reticolo affaristico e vorace lo interpreta, dei "nuovi barbari" leghisti che almeno le loro aree tristi pedemontane le rappresentano, mentre il personale politico di sinistra, fiero della propria tecnicalità, del proprio skill amministrativo, del proprio dominio della tattica, si candida al ruolo impersonale di produttore di norme, di elaboratore tecnico delle regole, di garante super partes di un sedicente "bene comune" che nessuno riesce a leggere come proprio, e che ognuno alla fine diserta.
La verità è che se da una parte il ventennio di neoliberismo che abbiamo alle spalle ha massacrato la società, frantumandone le aggregazioni e producendo atomizzazione spinta, dall'altra parte la crisi della "società di massa", la sua trasformazione in moltitudine ha finito per scavare un solco profondo, quasi un abisso, nei confronti della sovrastante società politica, e per determinarne una radicale cetualizzazione: un processo di autonomizzazione del suo personale politico (in particolare di quella parte di esso che più era stato implicato nelle macchine organizzative degli antichi partiti di massa) trasformandolo in puro funzionariato tecnico. In corpo burocratico separato, privo di ogni altra legittimazione che non sia quella puramente funzionale della produzione normativa. Come pretendere, oggi, che rompano con questo ruolo e d'un colpo riacquistino capacità di progetto, consapevolezza di una qualche identità, volontà di ricostruzione di strumenti istituzionali per contrastare o semplicemente correggere le derive economiche che invece si sono candidati ad assecondare? Che s'affaccendino intorno a una qualche idea d'Europa (loro, che quand'era da fare l'hanno demandata ai banchieri). E perseguano un modello di capitalismo "renano" anziché quello a centralità finanziaria di tipo anglosassone (loro, che hanno fatto dell'avalutatività in materia di modello sociale e di economia un dogma intangibile). O immaginino politiche economiche socialmente connotate (e, si pensa, non particolarmente apprezzate dal FMI e dalla World Bank) alienandosi i padroni del mondo. In nome di che? D'un brusco ritorno "alla ragione"? D'un appello ai sentimenti d'un tempo? D'un'improvvisa resipiscenza di fronte al pericolo dell'abisso?
Di qualche nuova e più utile lettura che non i diversi manifesti sulle "terze vie"? Noi, forse, che non contiamo nulla, possiamo giocare a inventare "culture" nuove, progetti di uso alternativo dello Stato, modelli d'istituzioni a misura del nuovo spazio globale. Ma loro, stai pure sicura Rossana, continueranno. Continueranno sulla strada della decostruzione, dell'autoreferenzialità, dell'accanimento tatticistico (l'unica competenza che gli rimane), della rincorsa di ogni frammento si muova alla loro destra, della blindatura istituzionale (tanto più necessaria quanto più si rompono i vincoli di rappresentanza). Continueranno sulla strada del dissolvimento, finché un qualche strappo dal di sotto, un qualche sobbalzo o una qualche condensazione nella "rozza materia" che costituisce il corpo della società, nel substrato antropologico che vive la propria solitudine, non ne riveli l'inconsistenza. E ne certifichi la fine.
Discutiamone, dunque. Discutiamo di luoghi e di tempi. Discutiamo se la "società di mezzo" che con tanta passione e dignità c'inviti a praticare e bonificare sia ancora un luogo "abitato" e abitabile; soprattutto se sia ancora un punto d'osservazione da cui sia possibile "vedere" qualcosa, e un territorio nel cui linguaggio sia ancora possibile nominare ciò che nasce e muove faticosamente al di fuori, al livello del suolo, tra il fango, la volgarità e la mediocrità del reale. Discutiamo di alternative: se sia opportuno e plausibile, oggi, tornare a praticare con determinazione il terreno della statualità, dell'uso critico e riformatore (dello stato di cose presente) della forma-Stato, delle sue istituzioni, dei suoi consolidati statuti, o se non debba in qualche modo essere privilegiato il "valore di legame", l'azione concreta, "locale" ma non solo, certo radicata territorialmente là dove la lacerazione avviene, nell'intento di ricostruire un tessuto, punti di condensazione, spazi pubblici anche parziali, momenti di resistenza e d'innovazione dal basso... Discutiamone consapevoli dei nostri rispettivi punti di partenza, con serenità, con rispetto delle nostre rispettive storie e opinioni, senza l'ansia di far precipitare i brandelli di verità provvisoria che ci pare d'intravvedere in muri organizzativi e in bandiere di piccole sette, perché comunque sappiamo di dover lavorare a lunga scadenza, senza "treni della storia" da afferrare, né leggi bronzee da rispettare.