numero  7  giugno 2000 Sommario

Un rapporto della Banca Mondiale

LA VOCE DEI SENZA VOCE
Guglielmo Ragozzino  

Una buona metà della popolazione mondiale vive in stato di povertà. Un miliardo e duecento milioni di persone vivono con un dollaro al giorno o meno e due miliardi vivono sotto la soglia dei due dollari. Sono per lo più popolazioni di Africa, Asia, America latina. Nell'ultimo decennio migliora la condizione nell'Asia dell'est, mentre la povertà si allarga in vari paesi d'Europa - nei Balcani e soprattutto in quell'area che all'inizio degli anni novanta era ancora Urss. Un dollaro non è uguale dappertutto, il contesto ne cambia profondamente il valore; due dollari sono certo meglio di uno, ma dovendo distinguere tra poveri, una volta acquisita la nuova geografia della povertà, non è tra quelli dei due dollari e gli altri di un dollaro soltanto che si dovrebbe tracciare la linea di demarcazione, ma vederne finalmente un'altra esistita da sempre, sempre trascurata: quella di sesso, tra uomini poveri e donne povere. Sembra un'ovvietà, ma uomini e donne vivono insieme nei contenitori delle famiglie ed è difficile, partendo dalle famiglie, individuarne la povertà specifica. Basta tornare indietro di qualche anno, alla ricerca di Karl Gunnar Myrdal (e di sua moglie), l'Asian Drama del 1968 tradotto come "Saggio sulla povertà di nove paesi asiatici", all'inizio degli anni settanta dal Saggiatore, per notare che sono occorsi molti sforzi per iniziare a riflettere su questo punto. È perfino imbarazzante la mancanza d'attenzione all'esistenza delle donne, alla loro diversa condizione nella società. Così nelle tabelle finali vi sono dati sulla scolarizzazione di bambini e bambine, e si mostra che la percentuale di presenze scolastiche delle bambine equivale, variando da paese a paese, a un terzo, o alla metà, fino ai tre quarti di quella dei maschi, ma non è mai pari: e non si chiede mai il perché. E non si collega mai il problema delle donne al problema drammatico della povertà asiatica.


Voci dei poveri. La diversa povertà di uomini e donne, il diverso modo di reagire alla nuova povertà, improvvisa, inattesa, che gli uni e le altre si trovano ad affrontare, è uno dei punti sviluppati nel volume: "Voci dei poveri, C'è qualcuno che ci sente (o: possa sentirci)?" del quale cercheremo di tracciare una rassegna. Si tratta di un tema che ormai è ampiamente dibattuto, è diventato coscienza delle stesse Nazioni Unite, compare nei rapporti dell'Undp, viene portato come contributo italiano all'Onu (Consiglio economico e sociale, 16-3-1999) da Laura Balbo, ministro per le pari opportunità, che sostiene "la stretta connessione tra diseguaglianza di genere e la povertà umana complessiva". (Dipco 15/99). La novità di "Voci dei poveri" è che questa volta è la popolazione povera, sono uomini e donne che prendono la parola e spiegano i motivi e descrivono le caratteristiche della povertà e tentano anche di far capire al mondo che cosa servirebbe per uscirne, una maledetta volta.

Le voci dei poveri sono raccolte dalla Banca mondiale. Viene perfino da ridere. Non manca chi ritiene che la Banca mondiale (Bm) sia, direttamente o per delega del fratellino Fondo monetario, (Fondo monetario internazionale, Fmi) per insipienza o per volontà di dominio, responsabile della povertà in vaste plaghe del mondo, per le politiche di esclusione e per la pedagogia del raddrizzamento strutturale. Ammesso che questa posizione sia velata dei preconcetti della sinistra - la critica al pensiero unico, per fare un esempio - è pur vero che Bm ha sempre visto con un certo fastidio tutti gli ostacoli umanitari alla scientifica organizzazione del mondo e dell'economia di cui si è sempre ritenuta l'esponente qualificata e responsabile. Questo per quanto riguarda la povertà. Per quanto riguarda i poveri, finora Bm ne aveva fatto il censimento e aveva detto loro, non direttamente, ma tramite qualche incaricato, di essere bene educati con le buone dame, di stare seduti composti a tavola, di non dimenticarsi mai di dire grazie e prego, di parlare solo se interrogati. In realtà i poveri, con la loro incapacità congenita di diventare ricchi, ciò che tutte le persone per bene sanno fare, sono la prova della condanna divina, e per ciò stesso del merito e della grazia per gli eletti. Bm e Fmi hanno sempre avuto la vocazione profonda di aiutare gli eletti, costruire il loro paradiso su questa terra. Così, la politica degli aggiustamenti strutturali - la stretta via al paradiso - che Bm e Fmi hanno a lungo imposto, poggiava sul criterio della prova da superare, della dedizione assoluta, della rinuncia a qualsiasi scelta che fosse legata a storie, a tradizioni, a culture specifiche.

Adesso invece li fa parlare. Questa volta, è presentato uno studio del tutto diverso. E il ruolo di Bm a prima vista è solo quello del committente disattento, che non vuole e non sa influire sulla ricerca. È molto probabile che lo studio entri in un progetto nel quale aspetti di buon governo, di lotta alla corruzione, di equilibrio negli investimenti e nei piani nazionali, di tenuta democratica del paese siano finalmente presi in considerazione: un progetto importante, quello di Prs Poverty Reduction Strategy, che dovrebbe innovare sui piani di aggiustamento strutturale, o Pas della fase precedente. Democrazia, finalmente!. È però assurdo (osservano i critici più attenti dell'operato della banca come Francesco Martone della Campagna - Campagna per la riforma della banca mondiale- con il testo "Poveri loro!") che sia Bm stessa, che democratica assolutamente non è, a decidere i canoni della democrazia, a stabilire chi è democratico e chi no. In ogni modo il risultato va molto oltre le politiche contingenti di Bm, raggiungendo una descrizione della povertà, delle cause e degli effetti assai convincente, abbia o meno Bm ispirato i risultati dello studio per servirsene secondo i propri scopi. Un aspetto un po' velenoso c'è indubbiamente, come cercheremo di far notare, a proposito della sostanziale inutilità delle Ong (Organizzazioni non governative) che la banca vede come il fumo negli occhi: le Ong sono elementi di disordine, pezzi di dubbio, possibili eresie contro la vera religione dell'economia. Così Bm gongola: in Voci dei poveri, sono i poveri a fare da testimoni dell'accusa. Ma l'interesse dell'insieme va molto oltre la polemica contingente e viene descritta, con un metodo non abituale, una geografia della povertà, senza precedenti. Il tracciato della povertà finisce per essere la spiegazione dello sviluppo e sono gli stessi protagonisti involontari a offrirla.

Deepa Narayan. La ricerca sulla povertà consta di tre volumi: il primo volume, quello già pubblicato a fine marzo e curato da Deepa Narayan, e altri due che seguiranno. L'analisi si basa su 81 rapporti Ppa Participatory Poverty Assessment che forse si può tradurre Accertamenti partecipati della povertà, svolti in 50 paesi con quarantamila persone coinvolte nel racconto della povertà, delle cause, delle conseguenze, di come tirarsene fuori. Da un po' di anni Bm svolge verifiche sul campo in tema di povertà; da metà decennio ha cominciato a farvi partecipare gli oggetti stessi dell'indagine, i poveri. Questo tipo d'indagine ha preso piede e ora i risultati di 81 squadre di ricerca sono stati riletti per ricavarne un sistema generale della povertà. Il testo spiega anche che i ricercatori sono stati sul campo da dieci giorni a otto mesi, con una media di due o tre mesi, con una dimensione variante da dieci a cento comunità da indagare e una spesa variante da 4.000 a 150.000 dollari. Venendolo a sapere, qualche povero malizioso indicherebbe alcuni modi migliori per spendere tanti soldi; ma tant'è. Le persone povere sono state invitate a parlare della loro condizione e poi a riflettere sulle sue cause e sui rimedi. Le 81 relazioni sono state rielaborate da un gruppo di esperti che ne ha tirato fuori un testo di notevole respiro.
Probabilmente, se in futuro si vorrà ricostruire cosa fosse la povertà nell'ultimo scorcio del millennio e come fosse diventata tale, bisognerà studiare il rapporto di Deepa Narayan. Non sarà utile solo per capire le attitudini di vita di una parte rilevante della popolazione di ogni parte nel mondo, ma la storia stessa di un decennio e lo sviluppo generale (o il ripiegamento) del primo decennio del nuovo secolo. L'arco temporale della ricerca comprende un quinquennio, tra 1993 e il 1997. In seguito vi è stata la rilettura e la sistemazione dei dati e dei fatti che vengono raccontati.

La parola restituita ai poveri. "Povertà è pena. I poveri soffrono pene fisiche che derivano da un cibo troppo scarso e da lunghe ore di lavoro; vi è poi una pena emozionale che esce dalle quotidiane umiliazioni della dipendenza e dalla mancanza di potere; e una pena morale, causata dalla necessità di scegliere se usare dei limitatissimi fondi per salvare la vita di un congiunto, oppure usare gli stessi fondi per dar da mangiare ai bambini di casa". Così comincia il testo. Segue una frase importante che segna il confine tra il pensiero tradizionale di Bm e il nuovo corso: "Se la povertà è tanto penosa, perché i poveri rimangono poveri? I poveri non sono pigri o stupidi o corrotti - perché allora la povertà è tanto resistente?". Già, perché?
La prima cosa che colpisce coloro che finalmente ascoltano la voce dei poveri è che si tratta di una sola canzone. Dalle varie parti del continente povero si alza una specie di coro. L'esperienza umana a contatto con la povertà si ripete ogni volta. A tutta prima i ricercatori si stupiscono delle identità di comportamenti, di sentimenti, di parole. La considerano "paradossale": "Dalla Georgia al Brasile, dalla Nigeria alle Filippine emergono temi sottostanti simili tra loro: fame, privazioni, mancanza di potere, violazione della dignità, isolamento sociale, capacità di recupero, ingegnosità, solidarietà, corruzione statale, inciviltà dei fornitori di servizi, e ingiustizia di genere".

La canzone della povera gente. C'è dunque una canzone che cantano tutti i poveri. Ha sei strofe. La prima strofa parla di fame. La fame è la condizione naturale del povero, il pensiero fisso. |Che c'è da mangiare? Come sfamo i bambini? Che salario porto a casa se non ho più il lavoro? La seconda strofa parla di cultura, di tante privazioni e sofferenze diverse: vergogna, umiliazione, dover dipendere, non avere mai potere, non riuscire a mantenere le tradizioni (matrimoni, funerali), che "consentono di continuare a credere nella propria umanità". Poi si canta la canzone dell'acqua: l'acqua pulita e a fianco la strada, i mezzi di trasporto, per andare e per portare: sono aspetti vitali della vita, ovunque. Decisiva per uscire dalla povertà è anche l'alfabetizzazione. Ma la canzone della scuola ha una contro strofa. Tutti sanno che senza saper leggere, scrivere, parlare come gli altri, non si esce dalla povertà; ma la spesa per la scuola dei figli non rientra (quasi mai) tra quelle irrinunciabili - il pane viene prima del sillabario e il sillabario è inutile oggi, se ieri sei morto di fame. Inoltre a ben vedere le famiglie non ritengono sia di loro competenza la spesa per la scuola. Poi c'è la malattia, due volte sciagurata, perché ti impedisce di lavorare e perché taglia il reddito indispensabile per vivere, visto che le cure costano denaro. Cosa si sceglie? Si sprecano i soldi per una cura impossibile, o si risparmiano per i piccoli di casa, che sono ancora sani ma hanno bisogno di tutto; si paga un inutile medico, oppure si usa il poco denaro risparmiato per le spese del funerale, indispensabile perché la persona che è uscita dalla vita sia celebrata da tutti suoi amici, finalmente insieme, secondo la tradizione profonda e condivisa? L'ultima parte della canzone è sui soldi. Sembra che in tutto il mondo la cantino pensando pochissimo al reddito e molto di più ai beni, "fisici, umani, sociali, ambientali" indispensabili per far fronte alla vulnerabilità. "E in molte aree questa vulnerabilità ha una dimensione di genere".

Ogni stato è paese. Se la povertà si assomiglia dovunque, se i poveri sono tutti uguali, è perché anche tutti gli stati si assomigliano nella loro politica nei confronti dei poveri. Per qualche motivo i poveri di tutto il mondo sono convinti che esista, o meglio che dovrebbe esistere un welfare state con il compito di provvedere alle infrastrutture, come l'acqua pulita, alla salute, al sistema scolastico. Risulta invece che il potere statale, ovunque, si esprime con prepotenza, villania, vessazioni, rifiuti di giustizia. Per avere quanto gli spetta, un povero deve pagare: i funzionari sono corrotti e non cedono gratis letti d'ospedale, medicine, educazione scolastica. Ogni cosa la si paga; in qualche forma, al pezzo di stato che se n'è impossessato e può decidere come spartirla, a partire dai suoi favoriti, da chi paga di più, in qualunque forma. Peggio di tutti, la polizia che dovrebbe aiutare i più deboli e invece è corrotta e manesca; o il giudice che appoggia gli abbienti e nega così anche l'essenza della giustizia. Tutto questo è lo stato, agli occhi di un povero, in molti paesi (non in tutti). È assai difficile non ribellarsi, non demoralizzarsi. Poi c'è il capitolo delle vessazioni, delle molestie cui va incontro, quasi dovunque, una donna, in condizioni di povertà, che si rivolga a un'autorità pubblica per avere giustizia, o anche soltanto ascolto. E sono molestie che diventano norma sociale accettata generalmente, con un rovesciamento del bene e del male. Essere poveri è anche questo.
Il potere pubblico corrotto, brutale, inaccessibile, raggiunge la sua apoteosi nei paesi che un tempo erano repubbliche nell'Urss, come Ucraina o Moldavia o la Russia stessa. Qui il potere statuale si è subito allineato agli altri poteri statali dei paesi di più lunga tradizione di mercato. La vendita dei beni pubblici avviene con una contemporanea formazione di una classe di potere economico che prima non esisteva; lo stato attribuisce ai suoi funzionari, oppure alle élites locali i vantaggi della prelazione e del costo zero: i poveri assistono, non sono in grado di partecipare alla spartizione di tutti i beni pubblici, non hanno diritti da far valere, anche se in teoria quello che era pubblico spetterebbe in primo luogo e in parte preponderante a loro: il patrimonio pubblico dovrebbe essere ereditato da tutti i cittadini, non monopolizzato dagli stessi di prima, ridipinti da liberali. Invece l'unica differenza sarà di avere le stesse pessime infrastrutture di prima, anzi peggiorate per via della mancata manutenzione; e di dovere pagarle, mentre prima erano almeno in teoria, gratuite.

I conti con le Ong. Le organizzazioni non governative non amano Bm e in buona misura, come si è detto più sopra, l'antipatia è ricambiata. Così in questa occasione Bm forza i toni: "il ruolo delle Ong nella vita dei poveri è limitato e i poveri dipendono soprattutto dalle loro reti informali". Certo in alcune zone svolgono un buon lavoro "salvano vite", ma "con qualche sorpresa" (e qualche soddisfazione) risulta che il voto dato dai poveri "considera alcune Ong come largamente irrilevanti, al servizio di se stesse, limitate nell'attività extra e anche corrotte, quantunque in misura assai minore di quanto non avvenga nello stato". E dandosi un po' la zappa sui piedi "vi sono relativamente pochi casi di Ong che hanno investito nell'organizzazione dei poveri per modificare il potere di scambio delle popolazioni povere in rapporto al mercato o allo stato". E parte la botta finale: "Siccome gli studi sono stati svolti in paesi in cui agiscono le maggiori tra le Ong (e alcune di esse sono anche tra le Ong di maggiore successo in assoluto nel mondo) vi sono importanti lezioni da tenere a mente". Uomini e donne devono fare conto soprattutto sulle reti costituite dagli altri come loro, da uomini e donne con le stesse esperienze e le stesse difficoltà. C'è una forma di resistenza che trova nei comportamenti tradizionali, nelle feste - matrimoni, funerali - forme di solidarietà e di sopravvivenza.

Le donne, gli uomini. L'istituzione della famiglia è profondamente colpita dai nuovi sviluppi. Anche nelle plaghe più remote del globo è arrivata la globalizzazione; ed è arrivata proprio addosso ai poveri che hanno meno difesa dei ricchi e poche opportunità per approfittarne. Di fronte alle difficoltà della miseria, della mancanza di margini, ogni fatto nuovo è un pericolo estremo. Un tipico avvenimento, che si riproduce in cinquanta paesi diversi, ma anche in tutti gli altri tralasciati dall'indagine sulla voce dei poveri, anche in quelli considerati ricchi, è la perdita del lavoro. La flessibilità, tra lavoro e non lavoro, non sempre è un'opportunità. Nelle società povere la divisione dei ruoli familiari è precisa. L'uomo di casa, il capo, nella tradizione, è colui che "guadagna la vita", o meglio porta a casa quanto basta a sopravvivere, mentre la donna, la madre di famiglia, ma potrebbe essere la figlia maggiore, la nonna di tanti racconti, ha il compito di mettere insieme il pasto, badare ai figli, tenere la casa. La perdita del lavoro, un disastro ambientale, un altro avvenimento esterno e traumatico, come può essere una guerra o uno sciopero, toglie non solo il sostentamento a tutta la famiglia povera che, come si è visto, non ha riserve monetarie ed è in grado di conservare pochissime riserve d'altro genere. Qui si registra la maggiore tra le differenze tra uomini e donne. L'uomo povero spesso non sa come reagire; sono venuti meno i suoi legami forti: con la perdita del lavoro ha perduto anche l'identità, con la privatizzazione delle terre non ha più neppure il riferimento o la solidarietà degli altri del villaggio. Così spesso sceglie di bere, passa il tempo a giocare, diventa a sua volta prepotente, sfogando in casa la sua vergogna: si sente inutile. Al contrario la donna che sente su di sé l'obbligo di dar da mangiare alla famiglia, di proteggere figli e vecchi di casa, quindi si dà da fare, non si vergogna di chiedere aiuto alla famiglia d'origine, ad altre donne come lei; e si creano forme di solidarietà, sacche di resistenza, tutte femminili. In molti paesi, in molte culture, una donna che va a lavorare è una vergogna per la famiglia e perfino per il villaggio. Il tabù cade di fronte alla fame, al bisogno; e le donne vanno a servizio nelle altre case più ricche, si coprono di lavori a domicilio, finiscono a volte per prostituirsi, se questo viene richiesto loro dal famoso mercato, sempre in vista di portare a casa, quanto serve alla sopravvivenza comune. È questo il comando profondo, esistenziale, di ogni donna, dicono le donne povere di tutto il mondo. Quando proprio uomini e donne non resistono, allora vanno a sfidare la povertà lontano, nella capitale dello stato, nello stato vicino, là dove li chiama qualche persona conosciuta, qualche capo villaggio emigrato, un parente che ha tentato la via di fuga e, sopravvissuto, manda segnali comprensibili: venite, c'è da mangiare, c'è lavoro. Così vanno perfino nei paesi ricchi a cercare lavoro; o meglio qualche spazio di vita da rispedire a casa. Per uomini e per donne così, qualsiasi cosa facciano, il marciapiede, lo spaccio, il meno che si possa dire è che stanno aiutando qualcuno che se la passa male, laggiù in patria.

L'abbandono della solidarietà. La tradizionale coesione tra i poveri, "il tessuto sociale - i vincoli di reciprocità e fiducia - si sta deteriorando" si creano nuovi legami di convenienza e d'esclusione, mentre quello che era tradizionale nella comunità del vicolo, nella favela, nel villaggio, si allenta sempre più rapidamente, con la conseguenza che dalla rottura di norme sociali comunemente accettate deriva un "aumento inarrestabile di violenza e di criminalità, che colpisce in modo particolare i più poveri". Quel che è peggio è che i poveri, che per loro natura mancano di beni, hanno come unica protezione il vicinato, i legami sociali che si creano al suo interno, "la solidarietà, la reciprocità". Una situazione di disordine sociale, l'assenza di una protezione da parte di poteri pubblici, colpisce in modo particolare i più poveri, quelli che hanno meno da spendere nella propria difesa.
Dalla consultazione dei poveri esce un modello di riduzione della povertà, o meglio di contenimento dei sacrifici maggiori che essa comporta. Il modello, riassunto con inevitabili forzature che si possono dare per scontate, da parte del committente, Bm, potrebbe servire per tutti i prossimi passi di ogni amministrazione che si voglia occupare di sviluppo umano. Prima di tutto bisogna avere la pazienza di starli a sentire: essi sanno di cosa si tratta. Sono suggeriti quattro punti: partire dalla realtà dei poveri; puntare, nel senso di investire, sulla loro innata capacità di organizzarsi (se sopravvivono, vuol dire che di cose ne sanno); cambiare le norme sociali (che spesso sono devastanti, soprattutto nei confronti delle donne); sostenere quelli che si danno da fare per lo sviluppo (per cambiare lo stato delle cose).

Su questo ultimo punto, Sostegno agli impresari dello sviluppo, c'è poco da dire. È molto difficile raccogliere il denaro necessario per far decollare un'impresa di cambiamento che punti proprio a trasformare la povertà. I poveri, con l'unica idea di diventare tutti insieme meno poveri, non hanno un vero successo di pubblico: nessuno gli presta il capitale iniziale. Ai poveri come a tutti gli altri nella società serve però che qualcuno si alzi e dica quello che c'è da fare e che gli altri gli credano, vogliano credergli; oppure che ci sia qualcuno che sia onesto e riesca a indicare che nell'onestà diffusa, opportunità per tutti, tutti progrediscono meglio. Ma non sembra un pensiero molto elaborato quello dei poveri a proposito di chi potrebbe essere la loro guida imprenditoriale. Neppure Bm riesce a proporre una figura significativa. Gli altri suggerimenti sono assai più credibili.

La povertà, secondo i poveri. "Le donne povere e gli uomini poveri hanno conoscenza dettagliata e possibilità di giudicare in un contesto specifico chi sia povero e chi non lo sia. È questa conoscenza che dovrebbe essere utilizzata nei programmi che prevedono l'individuazione dei poveri". Per cui il primo consiglio è quello di partire dal punto di vista dei poveri stessi, per capire. Il secondo passo è quello di adottare una volta per tutte un "approccio di genere", e questo consentirà di capire meglio come le vite di uomini e di donne siano "conficcate" in qualche istituzione, a ogni livello "dalla famiglia allo stato" e quanto tale realtà "influenzi la libertà di vivere con dignità". L'incertezza che contraddistingue la vita dei poveri è fronteggiata in primo luogo nel settore informale. I poveri chiedono che si prenda finalmente sul serio questo livello che è quello in cui essi dopotutto vivono. "vi sono pochissimi sindacati dei poveri che puntano l'attenzione sui problemi dei poveri nel settore informale". L'esempio proposto è quello della Sewa indiana, (associazione di lavoratrici autonome) che organizza le donne e arriva al punto di inventare programmi di assicurazione su vita e salute nel settore informale dell'economia. Anche in tema di salute le priorità suggerite dai poveri sono un po' diverse da quelle abituali. Una prima richiesta è quella di ottenere una copertura pubblica delle spese sanitarie. Sapientemente è aggiunto che "si cerca disperatamente una soluzione che non rischi di drenare le casse dello stato". È noto che quello di non drenare le casse dello stato è uno dei primi pensieri dei poveri, quando sui svegliano la mattina; ed è un pensiero che non li abbandona fino a sera. Più verosimile appare un'altra richiesta comune: una maggiore spesa "nella cura, documentazione, sostegno per le donne che hanno subito abusi sessuali". Per quanto concerne le infrastrutture, le richieste dei poveri sono di avere oggetti che servano a loro, come strade che portino facilmente nel villaggio vicino; un'altra richiesta che viene dalle donne povere di Pakistan e Bangladesh, è quella di avere finalmente bagni separati per uomini e donne; ciò che diminuirebbe molto il numero delle molestie e degli assalti sessuali. In tema di leggere e scrivere e di formazione i poveri lo considerano un capitolo importante, ma non decisivo; viene dopo il cibo, molto dopo; tranne che in Kenia, dove madri e padri sono disposti a qualunque sacrificio pur ché i figli imparino a leggere (e scrivere). L'indicazione forte è comunque quella di un'assoluta gratuità della scuola. La scuola è qualcosa che non è compito della famiglia, ma di un'organizzazione superiore. Un ulteriore suggerimento riguarda l'assenza di legalità e la corruzione. I poveri si rendono conto del fatto che è l'isolamento che rende più difficile la difesa dei più deboli contro questi mali; così considerano utili due rimedi; un livello intermedio di governo locale che sia responsabile nei confronti dei poveri e la libera circolazione delle informazioni: che almeno tutti sappiano cosa ci stanno facendo.

Le capacità organizzative dei poveri È un peccato che le capacità di organizzarsi che l'università dei poveri insegna, servano soltanto a mettere su reti sopravvivenza, non di sviluppo, di progresso sostenibile. Per svilupparsi però occorre un'idea che tenga. Il rischio è quello che prima i suggerimenti dei poveri vengano disprezzati o trascurati; e dopo vengano invece cooptati. Il paese dei ricchi è apertissimo ai poveri; uno per volta. Una volta diventato ricco, non è più un problema. Così le proposte dei poveri in tema di organizzazione si avvitano su se stesse, non sono davvero risolutive. C'è in fondo a tutto la buona stampa, la stampa alternativa. Saranno i giornali aperti ai problemi dei poveri a fare la differenza?

Il cambiamento delle norme sociali. "Le interazioni dei poveri con padroni terrieri, usurai, funzionari statali, consiglieri comunali, élite locali, politicanti; e i rapporti delle donne in famiglia con mariti, suocere, altri parenti, altre donne, negozianti, finanziatori, polizia, insegnanti e principali non sono governate in primo luogo dalla legge del paese, ma dalle norme sociali" che indicano il da farsi e chi lo debba fare. Gli aspetti presi in considerazione sono molti e riguardano una serie di comportamenti dannosi per i più poveri che spesso sono in contrasto con leggi non applicate ma rispondono alla concretezza delle norme sociali. Dalle norme sociali derivano istituzioni che vanno dalla dote, con tutto quello che questa comporta in tanta parte del mondo, agli abusi domestici. I poveri suggeriscono che uomini e donne si conoscano meglio; soprattutto gli uomini accettino di informarsi finalmente sul modo di vivere delle donne. "Poiché le vite di uomini e donne sono intrecciate, il cambiamento delle vite delle donne implica il cambiamento delle norme che gli uomini interiorizzano a proposito delle donne e il relativo comportamento verso le donne". Donne e uomini dovrebbero sedersi intorno a un tavolo per discutere dei loro diritti. A meno che gli uomini non siano presenti, questa cosa non servirà a niente. Sarà come fare ancora un bagno nel fango".



I poveri giudicano lo Stato Bustarella: Ci sarebbe una strategia vincente per trovare un lavoro, nel pubblico come nel privato. Avere una raccomandazione e pagare una bustarella. Georgia,1997 Sul denaro in prestito: I prestiti dovrebbero arrivare quando c'è già del riso da mangiare. Se non abbiamo cibo, allora spendiamo tutti i soldi in cibo. (Donna povera del Vietnam, 1999) Carestia, in Kenya: ...Così abbiamo affittato degli asini e siamo andati noi al centro di distribuzione dei soccorsi, per prendere il cibo, altrimenti non avremmo ricevuto niente (popolazione dei Kitui). ....Finalmente abbiamo ricevuto una sacco di mais per tutto il sobborgo, oltre duecento famiglie. Così abbiamo deciso di darlo alla scuola, e di conseguenza i nostri figli avranno qualche pasto caldo (popolazione dei Busia).
Furti di stato: Lo stato ci deruba tutto il tempo, così truffare lo stato non è peccato (Ucraina, 1996) Cure in ospedale: Nessuno ti vuole se vieni a mani vuote (Macedonia, 1998) Nella in lista dei poveri: Per entrare nei programmi di governo, occorre fare dei regali: quelli che dovrebbero entrare nell'elenco dei poveri, non sono inclusi, mentre inclusi sono i ricchi. (India 1997) Gli aiuti: Abbiamo visto arrivare il camion e due settimane dopo il capo ci ha detto che era arrivato un sacco e mezzo per distribuire aiuti a 116 famiglie (Kwale, Kenya, 1996) La scuola: I maestri vanno a scuola solo quando sono in distribuzione le paghe (Nigeria, 1997) Speranza: Le persone adesso possono solo sperare in dio, da quando il governo non si occupa più di niente. (Armenia, 1995) Boom e crisi: Sono stati i ricchi a trarre beneficio dal boom...e ora siamo noi, i poveri, che paghiamo il prezzo della crisi. (Thailandia, 1998) Il guado: Per andare a scuola ci tocca attraversare tre torrenti. Nella stagione delle piogge quei torrenti sono profondi anche quattro piedi. Quando piove, nostra madre ha paura per le nostre vite. (Kimarayag, Filippine, 1999) Cecità: Gli altri non vedono noi poveri. Proprio come un cieco non può vedere, così gli altri non riescono a vederci. (Pakistan, 1993) Il raccolto: Ricco è chi può risparmiare una parte del raccolto per vendere quando il prezzo sale (Niger, 1996) Il concime: C'è chi ha la terra, ma non può comprare il concime; c'è chi lavora come tessitore, ma non è pagato bene; c'è chi lavora come giornaliero, ma il salario non è mai quello giusto (Indiano Cakchiquel, guatemala, 1994) 18 ore al giorno: Povertà significa lavorare 18 ore al giorno, senza riuscire a guadagnare abbastanza per nutrire me, mio marito e due figli (una donna povera, cambogia, 1998) Solidarietà: Senza questi semplici segni di solidarietà le nostre vite sarebbero insopportabili (una povera donna, Ucraina, 1996)



Povertà improvvisa e povertà da sempre Sempre: Se hai fame, avrai sempre fame; se sei povero, sarai sempre povero. (Vietnam, 1999) Eredità: La povertà è ereditaria. Se sei nato da un padre povero, lui non può educarti né darti un pezzo di terra, oppure uno molto piccolo e di pochi frutti; ogni generazione diventa più povera. (Uganda, 1998) Cose materiali: Saremo anche poveri nelle cose materiali, ma siamo ricchi agli occhi di dio (Kenya, 1996).
Sfortuna: Penso che la povertà sia qualcosa che comincia alla nascita. Certe persone sono sfortunate fin dal momento di venire al mondo. Non arriveranno da nessuna parte . (Brasile, 1995) Destino: Chissà cosa mai determina la povertà o il benessere? Il destino degli indigeni e di essere poveri. (Ecuador, 1996) In pentola: Fino a pochi anni fa non mi sarei mai chiesta cosa cucino? Adesso vi sono giorni in cui non ho niente da mettere in pentola, e questo è difficilissimo per una madre (piangendo) ....Prima non c'era la paura di ammalarsi, tutto era regolato e c'era protezione per la salute. Oggi preghiamo dio che nessuno si ammali. Cosa altro possiamo fare? (una donna, Macedonia, 1998).
Pane vecchio: Per noi la vita è alle spalle, ma io soffro per i figli. Mia figlia per dar da mangiare ai suoi figli prende ogni tanto del pane vecchio al forno, quello conservato per gli animali. Mai avevamo sofferto per la fame, sebbene fossimo più poveri quando eravamo giovani. (una donna di 72 anni, Macedonia, 1998).
Gli sprechi: Una volta_avevo due maiali e 20 galline, adesso non ho più niente._I soldi mi bastano appena per comprare da mangiare ogni giorno. Solo pochi anni fa_avevo il frigorifero pieno_di salsicce. Adesso il frigorifero _è vuoto. Forse dio ci vuol _punire per gli sprechi del passato. (Una donna,_Moldovia, 1997).



I beni della povertà Nella riserva: Non abbiamo terra, e neppure lavoro. ...alcuni hanno sì terra nella riserva, ma non possiamo trasportare i nostri prodotti da là, perché è troppo lontano. È difficile trasportarli e poiché io non ho terra qui, ma solo nella riserva, sono povero. (Ecuador, 1996).
Medicine: In famiglia se qualcuno cade seriamente ammalato, sappiamo che lo perderemo poiché non abbiamo neppure abbastanza soldi per il cibo, così non possiamo comprare le medicine. (Vietnam, 1999).
Diritti del malato: Chi è malato non ha diritto di vivere (un nuovo proverbio dei residenti di Javakheti, Georgia, 1997).
Cieca: Non so leggere. Come se fossi cieca. (madre analfabeta, Pakistan, 1996).
Il marito: Se fossi andata a scuola, avrei trovato un lavoro e avrei ottenuto un marito con un lavoro e un vero salario. oppure: Se andavo a scuola, trovavo un lavoro e trovavo un marito con un lavoro e un vero salario. (Uganda, 1998) Terra stanca: Sono vecchio, non posso lavorare e oltretutto sono povero. Anche la mia terra è vecchia e stanca e per quanto io mi arrangi con quel poco il lavoro non rende abbastanza raccolto per me e per i miei figli Togo, 1996)



Il cibo, criterio definitivo della povertà La cena: Povertà è il fatto che a volte vado a letto la sera affamato perché non c'è pane in casa. (Macedonia, 1998) Il burro: Povero è colui che per venti giorni al mese cuoce patate senza burro, beve tè senza zucchero, e non ha abbastanza soldi per comprare il pane a prezzo sussidiato. (Armenia, 1995) La pagnotta: Ivan e Lolita ( un tempo lavoratori di una fattoria collettiva in età quasi da pensione) ora sopravvivono di quanto riescono a far crescere nel loro giardino, dei disparati lavori che Ivan riesce a trovare e di ciò che Lolita trova nel bosco e vende. Essi vivono soprattutto di patate, e hanno superato l'ultimo inverno senza avere neppure un pezzo di pane. Gli ultimi due mesi hanno vissuto di un pane di patate. Le patate sono macinate, mischiate con olio e messe in forno. Lolita piange quando vede una pagnotta.. (Lituania, 1998) Normale: Se guardo come vivono gli altri mi sento povero perché non posso dare a mio figlio ciò che gli serve. Se una persona con un impiego si deve ancora preoccupare per l'acquisto di pane per suo figlio e deve fare un bel po' di economie per sbarcare il lunario- questo non è normale. (Lettonia, 1997) Inverno: Solo dio sa se supereremo l'inverno. Di notte ci si sveglia per il mal di stomaco e per la fame (Un ex lavoratore di una fattoria collettiva Moldavia, 1997) Crusca: Povertà per me è il fatto che abbiamo comprato farina nera con i nostri ultimi soldi. Un po' di farina che costava meno dell'altra. Quando abbiamo cotto il pane era immangiabile,. Eravamo senza parole e lo abbiamo mangiato per forza, poiché non avevamo nient'altro. (Macedonia, 1998).



Umiliazione e vergogna Psicologia: Se ammetto apertamente a me stessa di essere povera, la vita diventerà psicologicamente più dura: (Un'agronoma di 45 anni, Lettonia, 1998).
Città e campagna: I contadini vivono al giorno d'oggi 10 volte meglio di quelli di città, ma lavorano 10 volte di più. (Un agronomo, Armenia, 1995) Accattone: Alcune persone vivono peggio di me, altre vivono meglio; Per qualcuno sono povero, per altri no, ma in confronto alla mia situazione precedente io sono un accattone. (Armenia, 1995) Molte automobili: Quando dormo sono un uomo ricco, con molte automobili. Quando mi sveglio sono un accattone. (Un pensionato di Kharkiv, Ucraina, 1996) La medaglia: Poco tempo fa a miei amici è morta la madre. Il funerale costava 50 milioni di corone (226 dollari) Per pagare hanno venduto proprio la medaglia di Lenin della madre per 380 dollari. Ma i miei figli come potranno fare il mio funerale? È orribile, ogni volta che ci penso. (Ucraina, 1996) Pensionati: In passato i pensionati potevano aiutare i figli e conservare qualcosa per se stessi, ma ora possono solo mettersi giù e aspettare di morire. (Lettonia, 19989) Affar tuo: "Li hai messi al mondo per tuo conto, adesso arràngiati per tuo conto". (Risposta delle autorità quando una madre chiede aiuto per i figli bisognosi, Ucraina, 1996)







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