Una sessione dell'Onu sulle donne
CHE GENERE DI MONDO
Laura Mentasti
In questo mese di giugno una sessione speciale dell'ONU esaminerà gli interventi attivati e gli ostacoli incontrati nei primi cinque anni di vita della Piattaforma di Pechino1, e definirà le iniziative per il prossimo quinquennio.
La Conferenza di Pechino, che per la prima volta inserì il termine "genere" nei documenti delle N.U., pose l'accento su due parole chiave: empowerment (indica la necessità che le donne partecipino pienamente ai processi decisionali ed abbiano accesso alla gestione del potere) e mainstreaming (con cui si intende l'assunzione, nelle politiche di sviluppo, della prospettiva di genere, che assume la differenza tra uomini e donne come importante occasione per la crescita collettiva).
Inoltre, la Conferenza ha ribadito che, "mentre il significato di particolarità nazionali e diverse tradizioni storiche, culturali e religiose, deve essere riconosciuto, è dovere degli Stati, a prescindere dal loro sistema economico, politico e culturale, promuovere e proteggere tutti i diritti umani e le libertà fondamentali".
Da un lato si tende quindi a garantire il rispetto delle diverse caratteristiche culturali e sociali, dall'altro si afferma che non è possibile la tolleranza di violazioni dei diritti in alcun campo, incluso quello (spesso considerato, in quanto privato, al di fuori di ogni controllo) della sfera personale e familiare.
La Conferenza era stata preceduta da un Forum delle Ong, che registrò la presenza di 2000 organizzazioni di 200 Paesi e che espresse una forte denuncia contro l'attuale modello di crescita, che "non riesce a venire incontro ai bisogni materiali e spirituali dei popoli", e contro la globalizzazione, che "è ovunque la causa dell'aumento della femminizzazione della povertà"2.
Anche il progetto della Marcia mondiale delle donne nell'Anno 2000, che unisce oggi donne di 150 Paesi in tutti i continenti, denuncia le politiche neoliberali, le cui principali vittime sono le donne.
Il progetto si concretizza nell'attivazione di campagne di raccolte di firme a sostegno delle rivendicazioni mondiali contro la povertà e per la ridistribuzione della ricchezza, contro la violenza alle donne e per il rispetto dell'integrità fisica e mentale; le firme raccolte saranno consegnate al Segretario Generale delle N.U. al termine di una manifestazione mondiale che si terrà a New York il 17 ottobre.
Ottanta coordinamenti nazionali si sono costituiti intorno al progetto della Marcia mondiale, migliaia di donne di tutto il mondo stanno così partecipando alla costruzione di questo evento collettivo.
Obiettivo centrale della Marcia è suscitare e promuovere la solidarietà tra le donne di tutti i continenti, nella consapevolezza che essa è, nel contesto della mondializzazione dei mercati, cruciale per la costruzione di un movimento di resistenza.
Ma qual è la situazione delle diseguaglianze di genere nel mondo? Prima di analizzarle rapidamente è bene fare una premessa.
È diffuso, quando si analizza la condizione delle donne presso i popoli non occidentali, un giudizio omogeneo di condanna verso realtà giudicate arretrate ed incivili, giudizio che spesso accomuna anche persone che si pongono nei confronti delle altre culture e religioni in modi totalmente diversi.
Ciò vale soprattutto riguardo al mondo musulmano, visto come realtà immobile, caratterizzata da una cultura dell'obbedienza e della subalternità femminile, incapace di aperture e di cambiamenti.
Ma questo atteggiamento nasconde spesso, dietro la maschera di una presunta attenzione e sensibilità per le tematiche della libertà femminile, la semplice riproposizione della convinzione di una superiorità occidentale, la volontà di mettere in discussione, non tanto le diseguaglianze di cui sono vittime le donne, quanto le culture "altre".
Le donne diventano insomma lo strumento usato per affermare l'inferiorità dell'estraneo all'Occidente; in quest'ottica, l'Altro è visto come un pericolo, come un nemico da allontanare.
L'attenzione strumentale degli europei nei confronti della questione femminile nei Paesi musulmani era già viva nel periodo coloniale:
Nell'era coloniale, le potenze dominatrici, e in particolare l'Inghilterra...elaborarono le loro teorie delle razze e delle culture sullo sfondo di una concezione evoluzionistica, in cui l'Inghilterra borghese vittoriana, con le sue credenze e i suoi costumi, appariva come il punto culminante e il modello più alto di civiltà...Anche se l'establishment androcentrico vittoriano escogitò teorie antifemministe e irrise ai movimenti di emancipazione delle donne all'interno della madrepatria, si appropriò del linguaggio femminista come un'arma, utile al colonialismo, da puntare contro uomini appartenenti a culture diverse. Fu precisamente in questo contesto che la questione femminile venne intrecciandosi con quella culturale. In altri termini, l'idea dell'oppressione delle donne nelle società colonizzate o in quelle oltre i confini dell'Occidente civilizzato, venne usata retoricamente dal colonialismo per rendere moralmente giustificabile il suo progetto di smantellamento delle culture dei Paesi soggiogati3.
È dunque necessario che l'analisi sulle diseguaglianze di genere sia affrontata avendo ben presenti il rischio di strumentalizzazioni razziste ed i tentativi di omologazione culturale. Occorre respingere l'idea di un legame indissolubile tra la questione femminile e quella culturale: come la rivoluzione femminista in Europa e negli Stati Uniti non ha portato al rigetto della propria cultura e tradizione da parte delle donne, ma ad un suo ripensamento critico, così la denuncia delle discriminazioni e la lotta contro diseguaglianze e pratiche misogine in altri Paesi non può sostenere l'abbandono totale delle culture locali, che fanno parte dell'identità di ogni individuo.
La lettura delle culture non occidentali attraverso i nostri canoni interpretativi non aiuta certo la possibilità di confronto interculturale, né la comprensione dei processi in corso nelle varie parti del mondo.
La stessa questione del "velo" assume valenze diverse: inaccettabile elemento di segregazione e violenza in alcuni casi, esso diventa simbolo della volontà femminile di identità e riscatto in altri. Definire quindi il velo islamico come puro elemento di subordinazione delle donne rischia di comprimere in un'interpretazione semplicistica, viziata dall'applicazione del "modello occidentale", una realtà assai più complessa ed articolata.
L'analisi delle diseguaglianze di genere deve quindi assumere alcuni presupposti:
- le diseguaglianze tra uomini e donne non caratterizzano solo alcuni popoli, ma sono presenti in tutto il mondo;
- denunciarle e combatterle ovunque esse si manifestino non può voler dire cercare di annullare, attraverso la richiesta di omologazione ai modelli occidentali, le culture diverse dalla nostra;
- prendere atto delle differenze che caratterizzano il mondo musulmano e, più in generale, dei processi di cambiamento in corso nel mondo non-occidentale, significa avere consapevolezza della capacità, intrinseca ad ogni cultura, di evolversi e di rinnovarsi.
Le diseguaglianze di genere nel mondo
Amartya Sen, l'economista indiano insignito del premio Nobel nel 1998, assume con decisione la centralità della prospettiva di genere: "l'importanza del genere come parametro decisivo nell'analisi economica e sociale è complementare alle, piuttosto che in competizione con, variabili di classe, proprietà, occupazione, reddito, status familiare"4.
Egli interviene più volte, nelle sue opere, ad analizzare le discriminazioni alimentari, sanitarie, economiche, sociali cui le donne sono sottoposte in molte parti del mondo5.
In particolare, in un saggio del 19916, confuta la tesi in base alla quale le donne sarebbero in maggioranza sulla Terra: ciò sarebbe vero, afferma, se le femmine ricevessero le stesse cure dei maschi, ma, in realtà, in molte parti dell'Asia e dell'Africa le bambine e le donne ricevono meno cure mediche, meno cibo e minore assistenza sociale.
La drammatica conseguenza è rappresentata da oltre cento milioni di donne "sparite".
Perché le donne ricevono meno cure? Sen giudica semplicistiche le due risposte solitamente date a questa domanda, che individuano le ragioni delle discriminazioni, l'una nelle caratteristiche culturali delle civiltà orientali, che sarebbero più sessiste di quella occidentale, l'altra nella condizione di sottosviluppo economico diffusa nei Paesi del Terzo mondo.
La spiegazione dello stato di svantaggio delle donne deve essere invece ricercata nei "modi complessi in cui i fattori economici, sociali e culturali possono influenzare le differenti situazioni regionali".
Lo status ed il potere delle donne nella famiglia -che hanno un peso enorme nelle diseguaglianze di genere- sono, afferma Sen, strettamente collegati al loro ruolo economico, che a sua volta rappresenta un aspetto sociale fondamentale, poiché esiste un legame significativo tra occupazione femminile e prospettive di sopravvivenza.
Sen elenca le condizioni che rendono possibile, in ambito familiare, una situazione meno sfavorevole alle donne.
La divisione dei benefici comuni della famiglia sarà probabilmente meno sfavorevole alle donne se:
a) esse hanno un reddito esterno alla famiglia;
b) il loro lavoro è riconosciuto come produttivo (apprezzamento che viene conseguito più facilmente per il lavoro esterno alla casa);
c) esse possiedono risorse economiche e qualche diritto cui fare appello;
d) se vi è un'inequivocabile comprensione della situazione di deprivazione delle donne, ed un riconoscimento della possibilità di cambiare questa situazione. Quest'ultima voce può essere fortemente condizionata dall'istruzione delle donne e dalla partecipazione all'attività politica.
La situazione in molti Paesi è purtroppo ben diversa da quella auspicata da Sen, come testimonia la burkinabè Georgette Konatè quando rileva che, "generalmente considerata come un'estranea potenziale dalla propria famiglia e una vera e propria estranea dalla famiglia che la riceve, la donna non può né possedere, né controllare un bene così prezioso come la terra"7.
Eppure le donne rappresentano in Africa circa l'80% della forza lavoro che opera nella produzione alimentare; ma il loro lavoro non è riconosciuto, e anche la possibilità di accedere a crediti, sia nazionali che internazionali, è quasi impossibile: per poter ottenere un finanziamento è necessario possedere dei beni, condizione spesso negata alle donne. Elisabeth Lequeret segnala che "in Kenya, Malawi, Sierra Leone, Zimbabwe, Zambia le donne ricevono meno del 10% dei crediti concessi ai piccoli proprietari; nel settore agricolo è ancora peggio: meno dell'1% dei crediti"8.
Ma la situazione è in evoluzione: Corine Mandjou, giornalista originaria del Camerun, spiega che in alcuni Paesi dell'Africa occidentale le donne gestiscono una parte importante delle reti commerciali e controllano il 95% del prêt-à-porter.
Inoltre, sempre più spesso si organizzano in gruppi e cooperative, creano mutue di solidarietà, organizzano scuole di villaggio per le ragazze.
Ma una delle violenze più atroci continua ad essere perpetrata sui corpi di milioni di bambine: le mutilazioni genitali riguardano, denuncia l'Organizzazione Mondiale della Sanità, 130 milioni di bambine e donne nel mondo.
Le pratiche dell'escissione e dell'infibulazione sono diffuse in più di 40 nazioni e non riguardano solo i Paesi musulmana.I dati raccolti dalle organizzazioni internazionali dimostrano che la pratica delle mutilazioni genitali femminili diminuisce laddove si diffonde la scolarizzazione, e che, inoltre, "una correlazione molto chiara è stata stabilita tra il livello scolastico delle donne e il miglioramento generale nella salute e nell'alimentazione della popolazione, oltre che nella diminuzione dei tassi di fertilità"9.
Purtroppo, la diseguaglianza tra i sessi è evidente anche nel campo dell'educazione (sebbene la percentuale di alfabetizzazione femminile risulti in crescita in quasi tutti i Paesi del mondo), e s'inserisce in un quadro generale che registra tassi di analfabetismo ancora molto alti (845 milioni di persone nel mondo non sanno leggere, né scrivere).
L'Unesco10 evidenzia che, a livello mondiale, le donne rappresentano i 2/3 degli analfabeti: il 34% delle donne non sanno leggere, né scrivere, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 19%. Tra le bambine la situazione migliora, ma l'analfabetismo rimane molto alto: quasi una su 4 non frequenta la scuola primaria, (tra i maschi, il rapporto è di un bambino su 6).
L'ultimo aspetto che si vuole qui brevemente analizzare riguarda la presenza femminile nei ruoli decisionali nel campo professionale e nelle istituzioni.
Dalla lettura delle statistiche elaborate dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp)11 si rileva che le donne sono il 14% nelle professioni direttive, il 10% tra i parlamentari ed il 6% tra i ministri.
Il dato è allarmante, soprattutto se si considera che, a differenza di altri aspetti, nei quali le diseguaglianze di genere tendono a diminuire a ritmi abbastanza confortanti, in questo settore i miglioramenti sono molto lenti, anche nel mondo occidentale.
Questo campo vede infatti un'uniformità a livello mondiale: i dati di partecipazione femminile ai livelli decisionali e di potere in Europa e America Settentrionale non differiscono di molto da quelli riferiti al resto del mondo.
Ciò indica che le resistenze a smuovere situazioni consolidate sono ovunque enormi e che le diseguaglianze nel campo della distribuzione dei poteri attraversano trasversalmente le diverse culture.
Poiché l'ineguaglianza dei poteri tra uomini e donne è, come osserva Roger Girod12, un elemento basilare per l'analisi di ogni diseguaglianza, essa rappresenta un ostacolo enorme, tanto più se "i poteri di alto livello non sono affatto sempre più largamente condivisi e sempre meglio controllati dalla base. Sembra anzi che si concentrino sempre più e che siano esercitati in modo sempre meno trasparente." Inoltre, "più la definizione delle classi dirigenti -politiche o economiche- è ristretta, più i loro membri tendono ad essere esclusivamente uomini, a provenire da ambienti favoriti e a possedere titoli di studio superiori."
Le donne nei Paesi musulmani
Si assiste oggi nel mondo ad un inasprirsi dei fondamentalismi di varia matrice. L'integralismo islamico è però certamente avvertito come il più "minaccioso" dalle comunità occidentali, e appare coniugare la rivendicazione di un'identità musulmana avvertita e descritta come minacciata, con la pratica di un controllo rigido e brutale sulle donne, considerate in qualche modo depositarie di tale identità.
Leila Ahmed13 sostiene che la ragione di questa limitazione dei diritti delle donne sia da ricercare nella necessità di sedare in questo modo il malcontento maschile e le tensioni economiche diffusi in molte società governate dagli integralisti.
La crescita dei fondamentalismi ha portato, in molti Paesi e comunità musulmani, all'adozione di codici di statuto personale che fanno riferimento alla Shari'a (la legge coranica), particolarmente rigidi: secondo il quadro ricostruito da Marie-Aimée Hélie-Lucas14, queste leggi negano alle donne il diritto di scegliersi un marito e di divorziare, ribadiscono il diritto maschile alla poligamia e al ripudio, confermano le disparità in tema di eredità, negano alle donne il diritto alla custodia dei figli in caso di divorzio; spesso subordinano la libertà di movimento della donna e il suo accesso al lavoro salariato all'autorizzazione del marito o del padre. Infine si occupano della vita sessuale della donna ed in alcuni Stati i rapporti fuori dal matrimonio sono puniti con la pena di morte.
Ma alcuni commentatori stanno oggi prendendo atto dei segnali di cambiamento che investono alcuni Paesi.
Fatma Oussedik15, partendo dalla separazione tra il Pubblico come spazio riservato agli uomini ed il Privato come spazio per le donne, afferma che la scolarizzazione, l'entrata nel mondo del lavoro e la partecipazione delle donne alla vita politica, cioè "l'uscita allo scoperto delle donne negli spazi divenuti così bisessuali", stanno rimettendo fortemente in discussione i meccanismi di segregazione femminile.
Sadik Jalal Al-Azm16, siriano, rileva che:
gli islamisti denunciano "l'eclissi e la marginalizzazione dell'islam"...Altrettanto grande è la loro indignazione di fronte all'ampiezza della destabilizzazione, del disordine e dell'alterazione della tradizionale gerarchia sessuale nelle società musulmane contemporanee; della lenta erosione del potere tradizionale degli uomini sulle donne, che accompagna importanti mutazioni sociali come l'urbanizzazione, il passaggio alla famiglia mononucleare, l'allargamento dell'istruzione, la formazione e l'impiego remunerato delle donne; l'aumento costante di obblighi, occasioni e aperture che le allontanano dai ruoli strettamente tradizionali; la tendenza a instaurare relazioni più egualitarie tra i sessi nel matrimonio e nella vita in genere; la riproduzione sociale attraverso la socializzazione dei bambini secondo regole che essi considerano completamente estranee all'islam.
La realtà è che, come ci ricorda Marie-Aimée Hélie-Lucas17, non è più possibile continuare a pensare al mondo musulmano come a qualcosa di omogeneo ed immobile, in cui non esistono le differenze e nulla muta.
L'orrore dell'Afghanistan
L'Afghanistan è uno dei luoghi in cui più drammatica è la condizione delle donne, alle quali vengono sistematicamente negati anche i più elementari diritti umani.
Appena saliti al potere, i Taliban (che usano la stessa parola, "artina", per indicare sia la donna adulta che l'essere inferiore) hanno imposto alle donne il burqa, vestito che le copre dalla testa ai piedi, compresi il volto e gli occhi, nascosti da una fitta rete.
Alle donne è proibito studiare, lavorare, guidare, viaggiare, cantare, fumare, esistere se non tra le mura domestiche. Possono in qualsiasi momento essere frustate, bastonate o anche uccise dalla polizia coranica.
Il giornalista Guido Rampoldi così descrive l'orrore afghano18:
Hanno anche proibito alle donne le calze bianche e le scarpe che fanno rumore, affinché anche i piedi restino silenziosi e inosservati...
Chopira... stava tornando dal cimitero, racconta, quando apparve la coppia in bicicletta. Il marito sui 20 anni, la moglie anche più giovane. E ancora più giovane il Taliban che li fermò. Disse: perché questa donna mostra le caviglie?, è proibito. La donna scese dalla bicicletta e gli fece: chi sei tu per intrometterti nella nostra vita? Sopraggiunse un vecchio Taliban. Disse: tratterò io con questa svergognata. Armò il kalashnikov e sparò al marito, a un piede. Poi alla donna, nel petto. L'ammazzò, e tutti videro, e tutti scapparono via.
In occasione dell'8 marzo 1998, centinaia di migliaia di firme furono raccolte in tutto il mondo a sostegno di un appello internazionale all'Onu per i diritti delle donne afghane. Ad oggi, in Afghanistan, le donne e le bambine continuano ad essere vittime di un regime atroce che nega loro ogni diritto.
Conclusioni
In molti Stati le donne sempre più spesso trovano forme e modi per organizzarsi e prendere la parola nella famiglia, nel lavoro, nella società e nella politica.
Ciononostante in ogni parte della Terra, compreso il nostro mondo occidentale, continuano ad esistere visibili diseguaglianze, e troppi sono ancora i luoghi in cui essere donna significa vedersi negati la libertà, il diritto all'autodeterminazione, alla terra, alla proprietà, all'eredità, all'integrità fisica.
Tale situazione è drammaticamente aggravata dalle decine di situazioni di guerra che non cessano di interessare tutte le parti del mondo, dall'enorme divario tuttora esistente (anzi, sempre più ampio) tra Nord e Sud, dalle condizioni di povertà ed indebitamento che rappresentano la diffusa normalità per la grande maggioranza dei popoli della Terra.
In una frase pubblicata nel marzo 1998 sul mensile "Noi donne" è racchiusa l'entità della sfida:
I diritti universali sono diritti delle donne. I diritti delle donne sono diritti universali. La libertà femminile è la misura della libertà di tutti. Un'idea semplice eppure difficile.
note:
1 La quarta Conferenza mondiale sulle donne. Pechino, 4-15 settembre 1995. Documentazione conclusiva, Camera dei deputati - Servizio Studi, ottobre 1995
2 Forum di Huairou. Dichiarazione delle Organizzazioni non governative (Ong), ne: Il foglio del paese delle donne, 26 settembre 1995
3 Leila Ahmed: Oltre il velo. La donna nell'Islam da Maometto agli ayatollah, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1995.
4 Amartya Sen: Gender and cooperative conflicts, in: I.Tinker (a cura di), Persistent inequalities. Women and world devolepment, Oxford University Press, New York-Oxford 1990
5 Si vedano, tra gli altri, Amartya Sen: Risorse, valori e sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino 1992, e: La diseguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 1994
6 Amartya Sen: Le donne sparite e la disuguaglianza di genere, in "Politica ed economia", aprile 1991
7 Georgette Konatè: Femme rurale dans les systèmes fonciers au Burkina Faso. Cas de l'Oudalan, du Sanmatenga et du Zoundweogo, Ouagadougou, ambasciata reale dei Paesi Bassi, 1992
8 Elisabeth Lequeret: Le mille, invisibili mani dell'Africa, articolo tratto da "Le Monde diplomatique-il manifesto", n. 1, gennaio 2000
9 Jacques Delors: Nell'educazione un tesoro. Rapporto all'Unesco della Commissione sull'Educazione per il XXI secolo, Armando Editore, 1997
10 World Educxation Report 1995, Unesco, Parigi, 1995
11 Human Development Report, United Nations Development Programm (Undp), 1998
12 Roger Girod: Le ineguaglianze sociali, Armando Editore, Roma 1987
13 Leila Ahmed: op. cit.
14 Marie-Aimée Hélie-Lucas: Strategie femminili nel mondo musulmano: la risposta ai fondamentalismi, in S. Piccone Stella e C. Saraceno (a cura di), Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, Il Mulino, Bologna 1996
15 Fatma Oussedik: Femminismo e Identità Nazionale. Le donne arabe e la sociologia, in F. Pizzini (a cura di), L'Altro: immagine e realtà. Incontro con la sociologia dei paesi arabi, Franco Angeli, Milano 1996
16 Sadik Jalal Al-Azm: Islam, laicità e Occidente, articolo tratto da "Le Monde diplomatique-il manifesto", settembre 1999
17 Marie-Aimée Hélie-Lucas: op. cit.
18 Guido Rampoldi: La guerra perduta delle donne afghane, articolo tratto dal quotidiano "la Repubblica", 9 novembre 1997