Dibattito confuso sugli Ogm
BIOTECNOLOGIE, IL GRANO E IL LOGLIO
Marcello Buiatti
Qualsiasi tipo di dibattito di questo strano 2000 sembra essere viziato da un processo di virtualizzazione in cui le parole, private del loro significato materiale, ne acquistano diversi altri spesso contraddittorii che vengono, più che discussi, agitati come bandiere verbali da opposte fazioni. Questo sembra avvenire anche nella discussione sulla "biotecnologia". Con questo termine, in italiano, si intendono tutte le tecnologie che usano gli esseri viventi per la produzione, incluse le fermentazioni naturali. Ora invece si discute solo sulle applicazioni delle tecniche cosiddette di "ingegneria genetica", che permettono di trasferire un solo "gene" alla volta da un organismo ad un altro anche non interfertile.
Per chiarire diremo che un gene è un frammento di DNA che permette all'organismo in cui viene inserito di costruire uno degli strumenti della vita, una proteina. Per fare un esempio, se si inserisce in un batterio il DNA che "controlla" la sintesi del pigmento bruno dell'occhio, il batterio non avrà occhi neri ma potrà diventare scuro e sarà un "organismo geneticamente modificato", abbreviato in "OGM". Un OGM quindi non è un Golem, nato dall'intervento di un insieme di "lettere numeri" secondo l'antica tradizione cabalistica, né un Frankestein, frutto di un trapianto, ma un materialissimo organismo con un gene, anch'esso fatto di materia, di un altro. I possibili pericoli, non per la nostra anima ma per la salute, l'ambiente, le condizioni socioeconomiche, dipenderanno quindi dall'organismo, dal gene e, soprattutto, dal prodotto della interazione che non ne è la semplice somma. Questo perché le molecole che costituiscono un organismo sono legate fra di loro da una rete complessa, a sua volta regolata dalla percezione e trasmissione di segnali che vengono dall'interno e dall'esterno e che "accendono", modulano o "spengono" funzioni diverse. Ne deriva che modificando la qualità, la quantità, la distribuzione temporale e spaziale di uno dei componenti, se ne modificano necessariamente altri per via indiretta, tanto più numerosi quanto più è importante la molecola modificata. Ad esempio, quando, nel lontano 1981, si è inserito in un uovo fecondato di una topolina un gene umano per l'ormone somatotropo (dell'accrescimento), ne è nato un topo molto più grande ma con modificazioni metaboliche così complesse da non renderlo in alcun modo un mostro cattivo, ma semmai un "povero topo" con vita molto breve e di ben poca soddisfazione. Quando si trasferisce un gene, quindi, bisogna tenere conto dei livelli di imprevedibilità che derivano dalle interazioni fra gene e organismo ospite e fra questo e l'ambiente, e che possono portare a conseguenze negative per la utilizzazione produttiva dell'OGM, per la salute di chi se lo mangia o ci entra in contatto, per gli ecosistemi in cui viene inserito. Si tratta quindi di controllare e sperimentare ogni prodotto come si fa nelle valutazioni di impatto, analizzando gli effetti in modo dinamico (proiettato nel futuro) e globale (su tutti gli elementi del sistema che col prodotto direttamente o indirettamente interagiscono) e utilizzando il principio di precauzione. Questo, naturalmente, per tutti gli OGM, a prescindere dall'organismo ospite della trasformazione.
Purtroppo il processo di virtualizzazione porta a concentrarsi solo su alcuni OGM, rappresentativi, nell'immaginario, della "OGMità"; ed escludendone altri, anche pericolosi, e ci si divide in modo binario (sì o no) fra detrattori ed amanti del processo di trasformazione in quanto tale e non dei singoli prodotti. Sono così escluse dal dibattito le armi biologiche (in genere costituite da batteri ospiti abituali dell'uomo e resi produttori di tossine letali) coperte da segreto militare, ufficialmente in possesso degli USA e di altri Paesi dagli anni '80; sono altresì esclusi i batteri geneticamente modificati, con effetti positivi ma anche potenzialmente negativi, che potrebbero essere utilizzati per risanare l'ambiente, quelli "costruiti" per migliorare la fermentazione dei latticini o la microflora del suolo; e infine, questa volta per fortuna, i batteri produttori di farmaci innovativi di cui si utilizzano solo singole molecole prodotte. Sono invece oggetto di forte discussione gli animali geneticamente modificati che tuttavia, al momento, non esistono sul mercato proprio perché le "reti" animali resistono meno alla modificazione di quelle vegetali e, sopratutto, le piante e i loro derivati di uso alimentare realmente in commercio nel mondo (in Italia gli OGM vegetali non sono coltivati ma loro derivati sono presenti in prodotti importati). Queste, va detto subito, sono pochissime ed essenzialmente di due soli tipi.
I geni introdotti in più del 90% degli OGM commercializzati conferiscono infatti alla pianta resistenza a diserbanti specifici oppure a insetti. Il prodotto che conferisce resistenza a diserbanti è in genere un enzima che li distrugge nella pianta, quello della resistenza ad insetti è una tossina prodotta normalmente da un batterio usato dagli agricoltori biologici come insetticida naturale. Le piante più comunemente trasformate con questi geni sono il mais, il cotone e la soia su una superficie coltivata relativamente piccola nel 1996, aumentata vertiginosamente fino al 1998, in cui ha raggiunto una estensione pari a quella di tutta la superficie coltivata in Italia, costante nel 1999 e in calo nel 2000 (la stima del calo va dal 10 al 20%.). Il guadagno per i coltivatori è alto per il mais resistente a insetti, nelle annate in cui c'é infestazione, ma è ridotto rispetto a quello di chi coltiva le varietà normali nelle annate in cui l'infestazione è scarsa. Nella soia si stima al 6-7% il guadagno dei coltivatori negli Stati Uniti, Paese in cui peraltro il trattamento con il diserbante specifico è relativamente poco costoso. Il cotone resistente rende per ora nettamente di più ma con valori variabili al variare della infestazione, e la convenienza tende a ridursi con la comparsa già segnalata di insetti resistenti alla tossina. La diminuzione in atto della supeficie coltivata deriva da un calo di convenienza a sua volta determinato dalla riduzione dei prezzi di materiale OGM, dalla decisione di molte industrie trasformatrici di non usare questi prodotti sempre meno bene accetti ai consumatori.
I rischi per la salute sono costituiti da qualche possibile manifestazione allergica dovuta all'ingestione di proteine non abitualmente presenti nella alimentazione, dalla presenza, nel materiale trasformato, di geni che conferiscono resistenza ad antibiotici e potrebbero essere passati a batteri al momento della ingestione, dalla possibile permanenza di diserbante in prodotti trattati poco prima della raccolta. I vantaggi per il consumatore sono inesistenti dato che i prodotti attuali non hanno qualità migliore dei precedenti. Unica eccezione è una pianta che produce olio di seme di migliore qualità nutrizionale, peraltro ancora pochissimo diffusa.
I rischi per l'ambiente, nettamente meno discussi di quelli per la salute, derivano dalla pratica di uso dei diserbanti, dalla diffusione possibile dei geni a piante spontanee che si incrociano con quelle coltivate e potrebbero acquistare una maggiore capacità riproduttiva relativa modificando gli equilibri dell'ecosistema, dal possibile effetto delle tossine insetticide (sempre minore di quello degli insetticidi chimici) su insetti non parassiti. Va poi tenuto in conto un effetto sulla variabilità genetica delle piante coltivate che potrebbe diventare pesante se le relativamente poche varietà trasformate si affermassero su tutto il globo escludendo dalla coltivazione le altre, precedentemente usate.
Pochi i prodotti, quindi, dopo venti anni di sperimentazione, e non molto appetibili sopratutto per i consumatori. Perché? La risposta tecnica è che anche le piante con metabolismo profondamente modificato tendono ad essere poco produttive come gli animali; quella politica, che le imprese padrone del campo (Pharmacia Corporation-Monsanto, Syngenta, Novartis e poche altre) per rifarsi delle spese affrontate negli anni precedenti il 1996 hanno puntato su pochi prodotti relativamente facili ad ottenere, e ad immediato largo consumo, certi della accettazione da parte del mercato e senza curarsi più di tanto dei possibili rischi derivati.
Ancora una volta il problema maggiore non sta tanto o solo nelle tecniche, ma nelle scelte e in chi le compie, sopratutto in una situazione in cui il know how biotecnologico è ristretto a pochi, quasi tutti del Nord del mondo. La rigidità del mercato è poi aggravata dalla struttura dei brevetti biotecnologici che coprono il gene introdotto, dagli strumenti molecolari necessari per introdurlo, da tutti i processi utilizzati. La protezione si estende a tutti i materiali (piante, prodotti derivati) in cui gli oggetti di brevetto siano contenuti, anche se non determinanti per la funzione principale della modificazione. Sono questo tipo di brevetto, il divario nel know how, la scarsa qualità e i rischi dei prodotti attualmente in commercio, e non il rifiuto etico della brevettazione degli esseri viventi in quanto tale, che pure avrebbe una sua base etica, i motori del popolo di Seattle o almeno della componente dei Paesi in via di sviluppo. In particolare il Sud del mondo chiede che cambi la legislazione brevettuale in modo che non siano brevettabili variabilità genetica e prodotti naturali conservati per secoli; propone di renderli accessibili al Nord in cambio di know how tecnologico e di contributi alla conservazione, è per la adozione di strumenti diversi di protezione dell'invenzione da paese a paese. Tutto questo per poter poi puntare a prodotti anche biotecnologici, senza rischi, adatti alle economie e alle tradizioni delle singole popolazioni, ad alta qualità e buoni livelli produttivi.
In questo quadro l'Italia, ricca di know how ma poverissima di imprese, avrebbe un ruolo molto importante da giocare, proponendo una svolta a livello nazionale verso un incremento della ricerca di nuovi prodotti per la salute e per il miglioramento dell'ambiente, la valorizzazione dei propri prodotti tipici, il miglioramento di quelli non di nicchia, e contemporaneamente rendendo efficienti i sistemi di controllo del rischio e di etichettatura dei prodotti alimentari. Anche per l'Italia è essenziale una legislazione brevettuale che permetta di accedere al mercato senza pagare cifre eccessive per brevetti precedenti, su cui è facile trovare accordi con parte del Sud del mondo.
Tutto questo non avverrà se continuerà il processo di virtualizzazione e se il dibattito andrà avanti ancora a suon di proclami, senza che si cominci, serenamente, a discutere di problemi concreti. Se cioè, almeno in questo piccolo ma rumoroso settore, la berlusconizzazione non sarà sconfitta da un po' di normale pensiero.
Marcello Buiatti è professore di Genetica all'Università di Firenze