numero  7  giugno 2000 Sommario

Il tramonto della politica

NELLA TERRA DI NESSUNO
Roberto Giusti  

La questione su cui è urgente confrontarsi è se il tramonto della politica cui inesorabilmente assistiamo sia una svolta epocale di cui ancora con difficoltà riusciamo a misurare le conseguenze, oppure solo una riedizione, sotto altra forma, di vecchi problemi e conflitti. La politica vien meno nella misura in cui gli uomini perdono progressivamente la capacità di agire come soggetti razionali e consapevoli e quindi di formare una dimensione pubblica in cui i processi strutturali che sono alla base della sfera economica possano essere controllati e finalizzati al bene di tutti. Non è un caso se la politica, almeno a partire dalla modernità, nella sua variante "reazionaria", ha rappresentato il tentativo di "mascherare" gli interessi privati come pubblici e, al contrario, nella sua versione "rivoluzionaria", quello di reagire a tale mistificazione e rendere veramente universali diritti che finora si presentavano come privilegio di pochi. Oscillando tra reazione e rivoluzione, la sfera pubblica non poteva che presentarsi come il luogo della lotta di classe, anche quando, nei momenti d'equilibrio, il conflitto rimaneva assopito e latente.
Il passaggio al paradigma postfordista di produzione, con tutte le conseguenze che comporta, ci pone semplicemente di fronte ad una riedizione del classico conflitto tra sfera politica ed economica, tra interesse pubblico e privato, oppure modifica a tal punto il vecchio schema da richiedere nuove categorie interpretative? Correndo il rischio di semplificare all'eccesso un fenomeno ancora poco studiato e complesso, la mia impressione è che il postfordismo, almeno su un punto, rappresenti un cambiamento epocale. Mi riferisco all'utilizzazione della comunicazione e del linguaggio come strumenti di produzione e di valorizzazione del capitale. "Il postfordismo (...) non separa più la produzione dalla comunicazione, ma fa della loro coincidenza la leva stessa dello sviluppo economico"1.
Se un tempo, nell'organizzazione fordista-taylorista del lavoro, la produzione capitalistica era essenzialmente limitata alla sfera della fabbrica, ora essa riguarda tutta la dimensione sociale. La trasformazione cui assistiamo è duplice. Da un lato la "fabbrica integrata" incorpora al suo interno le dinamiche "comunicative" proprie della società, trasformando il "mondo della vita" del lavoratore in funzione della produzione. "Si tratta di sussumere al capitale la dimensione esistenziale della stessa forza-lavoro. Di identificare la soggettività del lavoro con la soggettività del capitale. Anzi: di fare dell'appartenenza all'Impresa l'unica soggettività possibile"2. Dall'altro la società, secondo il modello "aziendalistico", diventa sempre più sfera della produzione, con il risultato di rendere la riproduzione culturale e simbolica, da sempre ambito del "politico", una mera "tecnologia" a servizio del capitale. La vecchia distinzione, d'origine aristotelica, tra poiesis e praxis, tra agire produttivo e comunicativo, perde di senso, con il risultato che si viene a creare una zona neutra, né semplicemente produttiva ma nemmeno propriamente politica, in cui dimensione privata e pubblica si confondono.
La crisi della politica cui assistiamo è molto più profonda di quanto, a volte, non si creda. Non è determinata tanto dalla perdita di ideali o dallo scadimento della prassi politica, ma dal venir meno della condizione stessa all'interno della quale poter formulare progetti credibili: il linguaggio in quanto dimensione pubblica in cui si confrontano e si scontrano pretese alternative di razionalità. Nel momento in cui il linguaggio diventa strumento di valorizzazione del capitale, la confusione tra sfera pubblica e privata è talmente andata avanti che sarebbe errato e impossibile pensarla come una semplice riedizione del tentativo di far passare interessi privati come pubblici. Se nel conflitto politico della modernità la lotta oscillava tra l'affermazione e la negazione di una sfera pubblica al di sopra di interessi particolari, nell'èra postfordista è lo stesso interesse privato che, paradossalmente, richiede una sfera pubblica per riconoscersi ed affermarsi.
Non è un caso se il valore della merce, molto più che in relazione alla somma del lavoro in essa cristallizzato, oggi si determini in riferimento al valore simbolico che essa assume sul mercato. È ciò che la merce rappresenta, il suo apparire che ne determina il valore. Come aveva intuito qualche anno fa Guy Debord, "lo spettacolo è l'altra faccia del denaro: l'equivalente generale astratto di tutte le merci"3. Di pari alla merce, anche il capitale costante si smaterializza sempre più, tendendo ad essere costituito "dall'insieme dei rapporti sociali e di vita, dalle modalità di produzione e di acquisizione delle informazioni che, sedimentandosi nella forza-lavoro, vengono poi attivate lungo il processo di produzione"4. È l'universo simbolico del linguaggio, pertanto, che diventa lo "strumento" di valorizzazione del capitale, facendo sì che la stessa sfera pubblica - l'insieme delle relazioni sociali mediate linguisticamente - assuma le fattezze di un'immensa impresa produttiva.
Notevoli sono le conseguenze politiche di quanto detto. Per la prima volta nella storia gli interessi privati si affermano non nella negazione della sfera pubblica, ma nella sua reale affermazione. La sfera economica non sostituisce quella politica ma si trasforma in essa. Il mercato non è più solo il luogo in cui il borghese, spogliatosi dei panni del cittadino, effettua scambi e transazioni economiche in vista del suo utile personale. Molto di più, il mercato, sostituendosi all'antica agorà, determina appartenenza politica ed identità culturale, perché la merce, per sua natura, si presenta linguisticamente determinata. Essendo le merci "cose sociali"5, il loro scambio è di natura economica e politica ad un tempo, e politica perché economica.
Nel momento in cui il linguaggio entra in produzione, il mercato assume forma politica, ma, cosa notevole, non sostanza. Il mercato è sì il luogo dello scambio simbolico e, quindi, dell'universalizzazione linguistica dell'interesse privato; allo stesso tempo, però, in esso gli individui, scambiando merci, continuano pur sempre a rapportarsi come soggetti d'interessi particolari. La pubblicità pretende di affermarsi come sfera pubblica e di rappresentare l'interesse collettivo immediatamente nella sua forma individuale; col risultato, però, che la sfera pubblica, nel suo apparire, si presenta invertita e capovolta. È in questa contraddizione che si misura il destino politico dei nostri tempi.
Il luogo del "politico", oggi, come non vederlo, si situa nella zona d'indifferenza tra interesse privato e pubblico, in quella "terra di nessuno" dove la politica tende drammaticamente a coincidere con l'anti-politica. La confusione è talmente grande che è difficile stabilire dove finisca la politica e inizi la sua negazione. Il fatto che le campagne elettorali assumano sempre più la forma di televendite, che i programmi dei partiti si travestano da operazioni di marketing, che la comunicazione politica diventi un insieme di spot propagandistici e che i sondaggi d'opinione tendano a soppiantare il dibattito vivo e reale delle idee, non è un incidente di percorso, ma il modo in cui oggi la politica si presenta. Se questo è vero, Silvio Berlusconi non può essere ridotto a fenomeno da baraccone, perché il coincidere in lui dell'imprenditore e del politico, col conflitto d'interessi che ne consegue, incarna l'essenza della politica attuale. Sarebbe riduttivo, e sbagliato, al di là delle intenzioni soggettive del personaggio, imputare Silvio Berlusconi di mischiare i suoi interessi privati con la "cosa" pubblica. In realtà, questo pensano i suoi elettori, i suoi interessi privati sono interessi pubblici.
Ancora più sbagliato sarebbe credere che questa "confusione" riguardi solo Silvio Berlusconi. I personaggi come il leader di Forza Italia possono prosperare perché quella contraddizione è insita nella natura stessa del postfordismo. La crisi della politica cui assistiamo, conseguenza della ristrutturazione capitalistica di questi ultimi decenni, segna il passaggio dalla democrazia "progressiva" - dove si assisteva, almeno nelle intenzioni, alla graduale trasformazione dei vecchi privilegi particolaristici in diritti universali -, a quello che chiamo, riprendendo i fondamentali studi di Domenico Losurdo, il bonapartismo soft6.
Con il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, Luigi Napoleone - nipote di Napoleone Bonaparte - creò un regime politico completamente nuovo, senza precedenti nella storia. Il potere assoluto si coniugava con la democrazia, con elezioni a suffragio universale. La base sociale del regime bonapartista era costituita da contadini, da piccoli proprietari, i quali, non formando una classe omogenea e organizzata, potevano rappresentare una "massa di manovra" facilmente manipolabile. Non senza ironia e perspicacia, Marx afferma di essi: "incapaci di far valere i loro interessi nel loro proprio nome (...) non possono rappresentare se stessi; debbono farsi rappresentare. Il loro rappresentante deve in pari tempo apparire loro come il loro padrone, come un'autorità che s'impone loro, come un potere governativo illimitato che li difende dalle altre classi e distribuisce loro il sole e la pioggia"7. Il potere di Luigi Bonaparte non si fonda sulla rappresentanza di una o più classi, ma sulla massa anonima di individui che esprimono il loro singolo interesse. Il bonapartismo soft è autoritario con gli interessi collettivi, democratico con quelli individuali. Il plebiscito, la somma di singole schede anonime, va bene; la democrazia come formazione di una coscienza collettiva è da condannare. Non assimilabile ai fascismi e totalitarismi, perché mantiene le libertà civili e politiche, il bonapartismo soft è negazione subdola della democrazia perché ne mantiene la forma svuotandone la sostanza.
Come ha ben dimostrato Domenico Losurdo, il presidenzialismo all'americana - che molti vorrebbero introdurre in Italia - è una variante del bonapartismo. La forma democratica, che sostanzialmente consiste nell'investitura popolare di un capo, si coniuga con l'autoritarismo più sfrenato, che, di solito, si manifesta espressamente negli stati d'eccezione. Che questo modello sia ormai universalmente diffuso anche al di fuori dei Paesi a tradizione presidenzialista, lo ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, la guerra della Nato contro la Jugoslavia. È bastato sostenere, con argomentazioni politicamente risibili, che quella non era appunto una guerra, per esautorare i Parlamenti eletti democraticamente. Massimo D'Alema, evidentemente inebriato dall'esperienza esaltante che si è trovato a vivere, è arrivato persino a teorizzare un "decisionismo" da far invidia a Carl Schmitt. "Una soluzione a cui avevo pensato è l'attribuzione di compiti particolari nel campo della difesa al Presidente della Repubblica eletto dai cittadini. Questo darebbe all'Italia una continuità nella politica della difesa, sottraendola alla fragilità delle maggioranze parlamentari"8.
Non è possibile non vedere una stretta connessione tra il progressivo restringersi degli spazi della vera democrazia da un lato e, dall'altro, il diffondersi del modello postfordista. Come per Luigi Napoleone non si trattava di negare la sfera pubblica, ma di rendere gli interessi privati immediatamente pubblici nella loro particolarità, così nel postfordismo l'impresa assurge a paradigma della politica. In entrambi i casi, condizione necessaria è la distruzione di ogni residuo di esperienze collettive o di "lotte di classe", cui nel postfordismo si aggiunge la retorica esaltazione della libertà d'impresa e la paternalistica difesa della libertà individuale.
La contraddizione che stiamo vivendo, cui è urgente trovare hegelianamente e marxianamente una sintesi, è che nell'èra postfordista l'interesse privato, per sua natura, è pubblico, mantenendo, però, la sua particolarità. Il venir meno dei soggetti collettivi, la crisi dei sindacati e dei partiti politici, la scomparsa di una classe rivoluzionaria sono delle semplici conseguenze. Non c'è un interesse pubblico se non come forma e aggregato (non sintesi) di interessi privati. Accettata questa analisi, gli atteggiamenti da evitare, sbagliati perché unilaterali, sono due. L'uno è quello di chi ripropone la storia come semplice lotta di classe, senza riflettere che, come giustamente afferma Marcello Cini, "è necessario in primo luogo abbandonare ogni messianica attesa di un soggetto sociale unico e omogeneo"9. La frammentazione della classe operaia e, soprattutto, il fatto che la valorizzazione del capitale avviene sempre più tramite attività immateriali, legate all' "informazione" e al valore simbolico che la merce assume nella società dello spettacolo, impongono di ripensare alla radice i vecchi strumenti che la sinistra comunista si era data.
Il secondo errore sarebbe nell'accettare come irreversibile il processo messo in moto dalla ristrutturazione postfordista, assumendolo come dato ineluttabile, cui la società nel suo complesso dovrebbe indiscutibilmente adeguarsi. L'unica possibilità concessa alla soggettività politica sarebbe regolarne il corso e valorizzarne gli elementi positivi. In tale prospettiva non manca chi, come i Democratici di sinistra, vede nel postfordismo una risorsa, perché "molto più che col fordismo, vengono chiamati in causa le capacità degli individui, il tipo di relazioni sociali, i beni collettivi e le ricchezze immateriali"10. In altri termini, il fatto che i processi produttivi richiedano sempre più l'attivazione delle attività cognitive-immateriali, offrirebbe la possibilità di dare origine a lavori creativi e meno alienanti. Il pericolo, in questo caso, è di non considerare l'altra faccia della medaglia: la servilizzazione del lavoro come conseguenza dell'inclusione della soggettività sociale e relazionale del lavoratore nel processo produttivo. Come non vedere, poi, che l'"interfaccia" del posfordismo è la crisi della democrazia? Credere che si possa prendere ciò che c'è di buono in esso e lasciare da parte le derive bonapartiste sottese (in Italia rappresentate da Berlusconi e compagni), è illusorio. La privatizzazione del pubblico, la mercantilizzazione della società, la particolarizzazione dell'universale, l'asservimento del linguaggio e dell'intelligenza all'impresa sono la fine della politica così come ce la siamo finora rappresentata.
Roberto Giusti insegna Storia e Filosofia nei licei. Ha vinto l'edizione 1999 del Premio Michelangelo Notarianni

note:
1  C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p.26.
2  M.Revelli, Le due destre. Le derive politiche del postfordismo, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p.82.
3  G.Debord, La società dello spettacolo, tr. it. Baldini & Castoldi, Milano 1997, p.73.
4  C. Marazzi, Il posto dei calzini, cit., p.77.
5  K. Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, tr.it. Editori Riuniti, Roma 1989, vol. I, p.104.
6  D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
7  K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Napoleone, tr.it. Editori Riuniti, Roma 1991, pp.143-144.
8  M. D'Alema, Kosovo. Gli italiani e la guerra, Mondadori, Milano, pp.36-37.
9  M.Cini, Elogio della diversità, in "la rivista del manifesto", 3 (2000), p.6.
10  Progetto per la sinistra del Duemila, Donzelli, Roma 2000, p.20. Cfr. B.TRENTIN, La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, Feltrinelli, Milano 1997.


Inizio Sommario