numero  7  giugno 2000 Sommario

L'epistolario Freud-Zweig, a cura di Meghnagi

DIALOGO ANALITICO IN TEMPI DI TRAGEDIA
Doriano Fasoli  

L'epistolario freudiano è stato oggetto in Italia di un'attenzione speciale. Per la corrispondenza di Freud con Arnold Zweig, le cose sono andate diversamente. "C'è da chiedersi se la mancata edizione di queste lettere all'epoca della loro uscita, facendo venire meno l'elemento della novità abbia poi avuto un ruolo in questa ingiustificabile 'distrazione'. Vi sono buoni motivi per pensarlo" - spiega David Meghnagi, uno dei più autorevoli studiosi del pensiero di Freud, che ha curato l'edizione italiana delle lettere tra il maestro viennese e lo scrittore slesiano (Sigmund Freud - Arnold Zweig, Lettere sullo sfondo di una tragedia (1927-1939), a cura di David Meghnagi, Marsilio).
.Vi sono però altre ragioni, secondo Meghnagi, che hanno pesato nella pubblicazione tardiva di queste lettere: la loro specificità, il fatto di essere poco congeniali agli stereotipi di un Freud avulso dalle proprie origini, che si è voluto coltivare in nome di un malinteso universalismo del suo sapere. Il Freud che appare qui, s'interessa attivamente al destino degli scrittori ebrei, riflette sulla tragedia dell'antisemitismo e segue con attenzione e partecipazione gli sviluppi del sionismo.
L'interesse di questo epistolario sta nella testimonianza di un'epoca scomparsa in cui alle lettere venivano consegnate idee preziose nel loro stato germinale, oltre che vere e proprie sintesi di saggi in via di formazione. La discussione avviene sullo sfondo di una tragedia che incombe e che non è mai rimossa, o allontanata dallo sguardo. La solitudine, l'esilio, la catastrofe incombente occupano in queste lettere un posto di rilievo, ma non al punto tale da intaccare il sentimento della dignità, la gioia per un motto felicemente riuscito, la soddisfazione per la creazione di una parola nuova, la capacità di estendere la propria identificazione al dolore dei tanti bambini ebrei che a Vienna e Berlino "non cantano più"...
Nella sua introduzione Meghnagi parla di un dialogo quasi analitico: da un lato vi è un uomo vecchio, mortalmente malato, capace ancora di guardare con fierezza e lucidità alla tragedia che avanza, di dare consigli. Dall'altro un giovane amico alle prese con un transfert irrisolto con la propria imago paterna, che si dibatte nei flutti di una catastrofe preannunciata e non riesce a fronteggiare il lutto per la perdita di un intero mondo che sta per essere violentemente cancellato. Un dialogo sovraccarico di angoscia in un mondo che sembra impazzito.
Seguendo la sua ricerca sulle cause della tragedia tedesca, Zweig matura nell'aprile del '34 la decisione di scrivere un romanzo sulla pazzia di Nietzsche, che incontra però la ferma opposizione di Freud. Soltanto laddove nella storia e nella biografia si apre una lacuna senza speranza è lecito per il poeta "cercare di indovinare" come possono essere andate veramente le cose. La storia può essere messa da parte solo se "lontana nel tempo e alla conoscenza comune". In tutti gli altri casi bisognerebbe attenersi il più possibile alla realtà. Freud è preoccupato di un'eventuale incursione di Zweig nel suo mondo privato e se ne fa uno schermo attraverso il suo dissenso su Nietzsche.
Paradossalmente Freud non fa proprie le critiche rivolte a Zweig quando si decide a riscrivere per intero la storia di Mosè e con essa l'intera vicenda religiosa dell'Ebraismo e dell'Occidente. Delle due condizioni richieste per usare la fantasia, mancava nel Mosè la seconda. Freud poteva optare per il "romanzo". Del resto lo scrive anche in una delle sue lettere a Zweig e in una prefazione inedita del '34, pubblicata da Pier Cesare Bori. Ma non può seguire fino in fondo questa strada, vuole essere un uomo di scienza, nel senso "positivistico" del termine, così si caccia in un bel vicolo cieco. La sua onestà intellettuale lo porta però a non rimuovere il dubbio, a riproporlo tra una frase e l'altra. Il carteggio ce ne fornisce un'ulteriore conferma.
Arruolatosi come volontario alla prima guerra mondiale, Zweig ne esce trasformato in pacifista convinto. Nella sua lettera del marzo del '27, Zweig (che è già uno scrittore affermato, noto per i suoi scritti contro la guerra) chiede a Freud se gli può dedicare un proprio scritto. A muovere Zweig è la gratitudine per l'opera di Freud, di cui ha direttamente beneficiato anche come paziente in analisi, e per l'impegno del maestro viennese contro l'antisemitismo. La risposta calda di Freud non si fa attendere. Dopo questi primi scambi, che servono ad avvicinare i due uomini, il tono di Zweig si fa più sicuro. Più avanti egli chiede a Freud se sia disposto ad apporre il suo nome a sostegno di un'iniziativa in difesa degli scrittori ebrei. Si tratta, afferma Zweig, di sostenere l'attività degli scrittori jiddisch ed ebraici, aiutare chi è privo di mezzi finanziari, contribuire a valorizzare i talenti, fornire un supporto concreto al processo di rinascita culturale ebraica. La risposta di Freud è entusiasta. Il tono di Freud si farà più caldo e intimo, anche se in seguito dovrà apporre dei rifiuti, allorquando il giovane interlocutore gli chiederà di firmare un appello politico sull'URSS. Una cosa è il sostegno degli scrittori ebrei, altra cosa è farsi veicolo di un possibile sostegno, anche indiretto, all'ideologia comunista. L'aspetto più significativo è che anche con queste profonde divergenze, mai rimosse, i due continueranno a scriversi e parlarsi.
Zweig, emigrato in Palestina nel '33 su posizioni sioniste, entra in crisi non appena è messo a contatto con la dura realtà del paese e la tragedia del conflitto tra le aspirazioni del movimento nazionale ebraico e quello arabo. Come scrittore non riesce a rassegnarsi all'idea di dover rinunciare alla lingua tedesca. Qui è Freud a consolare l'amico, a dirgli di resistere e di non lasciare il paese perché almeno lì la sua dignità di uomo è salvaguardata. "L'epistolario assume qui" - sottolinea Meghnagi - "toni struggenti accostabili per intensità a certe pagine dei diari di Kafka".
Dopo la guerra, come altri intellettuali comunisti, accecati dalle sirene del "socialismo reale" e dalla logica infernale della "guerra fredda", Zweig concretizza il progetto di tornare in Europa facendo proprio l'appello del governo della Germania orientale a rientrare per contribuire alla costruzione dell'"uomo nuovo". A Berlino est Zweig ottiene importanti riconoscimenti. Il prezzo pagato, come per tutti coloro che hanno fatto propria quella scelta, è un complice silenzio su molto di ciò che di più odioso e inumano poteva avere in altre forme potuto criticare in precedenza.








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