numero  7  giugno 2000 Sommario

La Rai e la questione della qualità

IL BELLO DELLA TV PUBBLICA
Renato Parascandolo  

Dove si nasconde la qualità dei programmi televisivi? La qualità di una "merce" immateriale richiede, per essere apprezzata, in linea di principio, un'educazione al consumo molto più complessa di quella richiesta da un oggetto materiale. Ed è questo il motivo principale per cui le grandi opere d'arte e, più in generale, le manifestazioni della cultura, sono ordinariamente escluse - o marginalizzate - nella televisione commerciale, dominio di un'opinione di massa tendenzialmente non coltivata. Quale interesse pedagogico possono, infatti, nutrire nei confronti dei telespettatori-consumatori, i responsabili dei palinsesti della Tv commerciale se, perseguendolo, pagherebbero un prezzo altissimo in termini di audience, con preoccupanti riflessi sulla loro carriera? La regola aurea della Tv commerciale è la seguente: "non dare al telespettatore nulla di più di quanto già non abbia nel suo bagaglio culturale; non dirgli nulla di più di quanto non sappia già. Tutto il resto è... letteratura" (cioè perdita secca di milioni di telespettatori).



Questo è il motivo strutturale che impone alle televisioni commerciali di selezionare i programmi sulla base della loro "digeribilità". Devono comporsi di sostanze semplici, facilmente metabolizzabili che puntino su emozioni elementari, luoghi comuni, mode e cliché della banalità quotidiana: soap opera sdolcinate, talk show che sono fiere dell'ovvietà, spettacoli di varietà che fanno rimpiangere l'avanspettacolo. Tutto questo, non è espressione di un calo di creatività degli autori o sintomo di rozzezza dei dirigenti televisivi: è l'ineluttabile conseguenza di un'industria che trae profitto esclusivamente dalla quantità di telespettatori che riesce a vendere alle agenzie di pubblicità. Da questo punto di vista, non vi può essere alcun limite legislativo che argini questo fenomeno di progressivo inebetimento dei telespettatori cui viene imposta una regressione all'infanzia, con l'obbligo di restarci. La legge potrà imporre vincoli alla violenza e alla pornografia: ciononostante, la madre degli imbecilli, grazie alla Tv commerciale, sarà sempre più gravida.
C'è chi appellandosi a un positivismo del mercato, nega che possa esistere una qualità in senso assoluto o, comunque, al di fuori del mercato stesso. Come per il positivista del diritto, la legittimità coincide con la legalità, così per il positivista del mercato, la qualità coincide con la quantità, cioè la merce migliore è, tout court, quella più venduta.
Alla luce di queste considerazioni, si pone una questione che meriterebbe di essere approfondita. Se per educazione s'intende lo sviluppo di facoltà e attitudini che concernono la personalità, lo stile di vita, il gusto e, più in generale, i modelli di comportamento di una persona o di una comunità, è evidente che la televisione generalista svolge, malgrado se stessa, una funzione educativa (o diseducativa). Ora, come si concilia l'esigenza della qualità, con l'esclusiva finalità di lucro delle televisioni commerciali? Bisognerebbe dimostrare che queste due missioni sono tra loro compatibili ma, come abbiamo visto, è vero proprio il contrario. Si potrebbe dire che, la "mano invisibile" di Adam Smith, che dovrebbe conciliare l'interesse personale con quello collettivo, è in questo caso, inerte. Avendo le televisioni commerciali come obiettivo strategico fondamentale il conseguimento del più alto indice d'ascolto, è inevitabile che la qualità e il valore dei contenuti siano penalizzati.
Per esempio, se un programma richiede, per essere apprezzato, la partecipazione non soltanto emotiva, ma anche intellettuale del telespettatore, e inoltre la conoscenza di eventi storici, è evidente che non desterà interesse in tutta quella fascia di pubblico che è sprovvista di questa base di conoscenza. Al contrario, banalizzando i contenuti ed eliminando i riferimenti storici, cioè abbassando la qualità, si evita il rischio di "discriminare" i telespettatori, lo share aumenta e si guadagna il plauso della direzione.
La creatività di un autore televisivo, molto più di quanto non accada nel cinema o nella letteratura, è vincolata, imprigionata nei confini dell'apparato e del suo modello produttivo. Né si può essere così ingenui da pensare che possa esistere una vera dialettica tra autore e televisione commerciale: quest'ultima pretende dagli autori solo ciò che il pubblico può assimilare, tutto il resto non può essere preso in considerazione. Il solo fatto di presentare proposte non conformi alle tavole della legge (massimizzazione degli ascolti a costi contenuti), è indice di scarsa professionalità. L'autore, quindi, se vuole sopravvivere, deve diventare un conformista, adeguarsi alla finalità della televisione per cui lavora mostrando di possedere un'elevata tolleranza alla frustrazione. Se saprà adattare la sua fantasia e la sua inventiva a queste esigenze - e, mescolando sapientemente luoghi comuni riuscirà a farne un programma televisivo -, avrà buone probabilità di diventare un autore di successo.



Il quadro che si è presentato non è edificante ma, purtroppo, risponde alla realtà. Ed è una risposta a quanti, giustamente, si chiedono perché la televisione commerciale - e talvolta anche quella pubblica quando prende a scimmiottarla - facciano programmi sempre più banali e ripetitivi. Il problema non è la mancanza di creatività degli autori, ma la loro castrazione intellettuale. Si provi a immaginare la sorte di un autore che, per "eccesso di creatività", fa perdere, con il suo programma settimanale, per un paio di mesi, tre o quattro milioni di telespettatori in prima serata. Senza parlare delle risatine di scherno rivolte al dirigente responsabile di quella fascia oraria, il giorno dopo il fiasco, nella consueta riunione dei direttori.
Quindi, la qualità scadente dei programmi televisivi non è imputabile agli autori, ma piuttosto alla finalità dell'emittente e alla sua struttura organizzativa. Se la missione aziendale non è chiarita, se è anacronistica, o appare confusa, o addirittura ambigua, l'intera impalcatura rischia di crollare.
Le televisioni commerciali non corrono questo rischio. Esse sono a una dimensione, la loro missione è standard in tutto il mondo, non soffrono di crisi d'identità, non sono tenute a contemperare qualità e quantità: ciò avviene in virtù del fatto che nelle televisioni commerciali, la qualità s'identifica, ipso facto, con la quantità. Invece la televisione pubblica, stenta a darsi una nuova identità dovendo coniugare l'aspirazione a conseguire indici d'ascolto sempre maggiori, - per contrastare, sul loro stesso terreno, le Tv commerciali - con la ricerca di una nuova missione di servizio pubblico che non trascuri l'innovazione tecnologica e la ricerca di alleanze strategiche. Si tratta di un'oggettiva difficoltà, peraltro ben presente all'attuale vertice aziendale.
In questo senso le polemiche sulla qualità dei programmi della RAI sono espressione di un senso di appartenenza, di un diritto acquisito pagando il canone, un sintomo di vitalità, di una potenzialità creativa che è, inveve, preclusa ai dirigenti e agli autori della televisione commerciale.
Quando si parla del rapporto tra cultura e televisione generalista non si può realisticamente pretendere che trasmissioni che richiedono da parte dei telespettatori, per essere apprezzate, un forte background culturale sostenuto da un'adeguata sensibilità estetica, trovino una collocazione negli spazi di grande ascolto. Richieste del genere, per quanto comprensibili, sono del tutto controproducenti poiché favoriscono, di fatto, per i motivi che abbiamo appena esposto, la televisione commerciale, la quale dev'essere combattuta contestualmente, sul piano della qualità e della quantità. Infatti, vincere su uno soltanto dei due terreni, equivarrebbe in ogni caso a registrare una sconfitta.
Quindi, più che trasmettere programmi di cultura (arte, letteratura, musica ecc.) in prima serata, bisogna mettere più cultura nei programmi, soprattutto in quelli di grande ascolto. Il che vuol dire: più intelligenza, buon gusto, ironia e soprattutto una rappresentazione fedele - e non puramente spettacolare - della realtà sociale e delle sue dinamiche. Questa rivendicazione è essenziale, strategica ed è l'unica che può realmente consentire un ribaltamento di posizione simile a quello che si è verificato con i telegiornali.
Paradossalmente anche la generica richiesta di una maggiore presenza di programmi culturali nei palinsesti della Rai, disgiunta da una contestuale domanda di maggiore qualità nei programmi d'altro genere, potrebbe rivelarsi un alibi, un fiore all'occhiello per abbellire un abito impresentabile o, addirittura, apparire come una manifestazione di corporativismo intellettuale del tipo: "Date uno spazio ai programmi che mi riguardano e, per il resto, fate quello che vi pare". Naturalmente questo non implica per niente che la televisione pubblica ridimensioni ulteriormente i programmi colti. Al contrario! Per i tanti milioni di cittadini che non leggono libri e neanche giornali, che mettono piede in libreria a malapena una volta ogni due anni, che non vanno quasi mai a teatro o all'auditorium, la televisione è l'unico tramite con il mondo della cultura. Talvolta può bastare la breve riflessione di un filosofo o di uno scienziato, una pièce teatrale, un buon programma di musica seria, una vivace discussione tra scrittori e poeti, o un'approfondita inchiesta giornalistica, per sprigionare curiosità intellettuali sopite o potenziali, l'amore per il sapere e il bisogno di conoscenza. In questo senso la televisione dev'essere considerata, piuttosto che un mezzo istruttivo, che si sostituisce ad altri media e ad altre istituzioni, un mezzo integrativo, propedeutico, introduttivo alla conoscenza delle arti e delle diverse discipline. La cultura sulla televisione generalista è, in definitiva, una sorta di trailer, che trascina, appassionandolo, il telespettatore sugli altri media (libro, Tv tematica, videocassetta, Internet, Cd-Rom ecc.) dove potrà approfondire, con mezzi più adatti, gli argomenti che più lo hanno interessato.
Tuttavia, poiché il termine "cultura", nel linguaggio della televisione, può essere fonte d'equivoci, vale la pena, per evitare malintesi, di puntualizzare alcune cose. La cultura è il regno dei valori ideali, degli stili di vita, delle avventure dell'intelletto e del buon gusto. La cultura è coscienza critica, approfondimento, spiritualità, facoltà di giudizio. La cultura - come peraltro l'incultura - permea di sé tutte le forme d'espressione e, pertanto, non è un "genere". Eppure, quando si discute della cultura in televisione, si dà per scontato che essa sia un "genere" come lo sport, l'informazione o lo spettacolo; un genere per lo più riservato a una ristretta cerchia di mandarini amanti dei libri, della musica, della danza e del teatro. Al contrario, sono da considerarsi un "genere", i programmi "educativi" in quanto, avendo uno scopo istruttivo e di formazione permanente, sono rivolti a un pubblico mirato, adottano linguaggi e forme espressive particolari, e inoltre criteri praticamente estranei agli altri generi televisivi, come il rigore e la sistematicità.
La questione, nient'affatto nominalistica, suggerisce alcune considerazioni. In primo luogo, sarebbe opportuno rovesciare la tesi secondo la quale bisogna rendere più appetibili e comprensibili i programmi culturali (spesso questo vuol dire soltanto renderli banali e di cattivo gusto) e affermare, piuttosto, che i programmi ordinari della Tv, quale che sia il loro "genere" dovrebbero diventare più culturali - cioè più intelligenti, arguti e stimolanti, in altre parole, più "educativi". Inoltre bisognerebbe non farsi attrarre troppo dalle lusinghe di una rete tematica culturale via satellite - magari a pagamento - che cristallizzando la cultura in un genere, diverrebbe dominio esclusivo delle persone colte e allontanerebbe definitivamente dalla cultura, il grande pubblico, quello della televisione generalista. Al contrario la presenza di programmi culturali sulle reti generaliste favorisce l'incontro, anche casuale, con la cultura, di milioni di telespettatori. Questo non vuol dire che non debbano esserci reti tematiche come Arte, ma semplicemente che non bisogna abbandonare le reti generaliste alla brutale logica del grande ascolto privandole, più di quanto non lo siano già, di ogni contenuto culturale, consolandosi con l'idea che - ormai - la sede deputata dei programmi culturali siano le reti tematiche. Questa separazione tra televisione di massa e televisione d'élite potremmo definirla, con un termine fuori moda, "classista", in quanto offrirebbe cultura a chi già la possiede ed è provveduto di risorse economiche (solo l'impianto di ricezione della Tv satellitare digitale, senza l'abbonamento annuale alla pay-Tv, costa oltre un milione) abbandonando le masse incolte al loro destino.
La sorte delle televisioni pubbliche (un tratto distintivo - non dimentichiamolo - del Welfare europeo) sta nella loro capacità di ridefinire struttura e missione. Esse possono identificarsi, in toto, con la Tv commerciale, o ridursi a piccole Tv di servizio pubblico (come quella statunitense) che si limitano a trasmettere programmi "culturali" e sull'attività del Parlamento, e le estrazioni del lotto, oppure diventare un potente antidoto contro gli effetti socialmente dannosi della televisione commerciale, aggredendola contemporaneamente su due fronti: la qualità dei programmi e la quantità di telespettatori. In questo caso è evidente la pericolosità di un pregiudizio ideologico contrario ai proventi da pubblicità e alle alleanze con grandi aziende di telecomunicazione in tutte le attività che esulano dalla Tv generalista. Il passaggio da una televisione nazionale, analogica, monomediale e generalista ad una televisione internazionale, digitale, multimediale e tematica richiede un tasso d'innovazione e di investimenti assolutamente incompatibile con l'attuale stazza della RAI.
Sappiamo bene che se un lupo malintenzionato si aggira nei pressi di un gregge, a nulla serve, per tenerlo lontano, l'alleanza delle pecore, né un patto di solidarietà, né la loro disposizione a falange. Per tenere a bada un lupo, bisogna disporre di una forza che per aggressività, potenza e prontezza di riflessi, sia analoga alla sua; in altre parole, serve un lupo che stia dalla parte delle pecore: un cane-lupo, per l'appunto. Così è per la televisione commerciale. Se si vogliono ridurne i guasti e temperarne gli effetti negativi, lo strumento più efficace è la televisione stessa, una televisione robusta, agguerrita e tecnologicamente avanzata che stia dalla parte dei cittadini.
Oggi il servizio pubblico non ha più una base di legittimazione tecnica (la limitazione delle bande disponibili per le trasmissioni televisive) Paradossalmente è proprio la Tv commerciale e la sua pervasività a legittimare l'esistenza di una televisione pubblica che operi, nell'interesse generale, come un potente antidoto contro i suoi effetti socialmente dannosi, aggredendola contemporaneamente su due fronti: la qualità dei programmi e la quantità di telespettatori. Si può affermare che quando la Tv commerciale generalista sarà stata soppiantata da altri modelli, altrettanto commerciali, ma meno capillari e intrusivi (pay-Tv, Web-Tv, pay-per-view ecc.), solo allora si potrà prendere in considerazione il ridimensionamento della televisione pubblica. Ma fino a quel momento il ruolo politico della televisione pubblica è insostituibile.

Renato Parascandalo è autore di "La televisione oltre la televisione", Editori Riuniti, da cui è tratto questo articolo







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