numero  7  giugno 2000 Sommario

Ravaioli-Trentin, "Processo alla crescita"

ALLA RICERCA DELL'AUTONOMIA PERDUTA
Isidoro D. Mortellaro  

Serrato e in qualche tratto teso, ma sempre in punta di fioretto, il confronto che si snoda tra Carla Ravaioli e Bruno Trentin nelle pagine di questo Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista, proposto dagli Editori riuniti. La prima incalza, in ogni pagina, alla ricerca di antidoti o strumenti utili ad interrompere quella spirale perversa per cui oggi le "sinistre, in massima parte acquisite all'ideologia della crescita, appaiono incapaci di immaginare qualcosa di diverso dall'esistente": una "economia" che è finita con "l'imporsi come 'il sistema' a cui ogni altra istanza è seconda e subalterna". L'altro - anch'egli e da tempo assillato dal ritardo e dalla miopia di una sinistra ancorata alle fissità ex post di una "filosofia distributiva", a valle della crescita - prova a indicare gli spazi e le possibilità di intervento offerti dall'innovazione, dal salto di civiltà aperto dalle nuove tecnologie: alla denuncia apocalittica dell'orrore economico à la Viviane Forrester, alla disarmata contemplazione del 'buco nero' della globalizzazione, oppone la pratica diretta e prioritaria di interventi mirati sulla produzione, volti a sottrarla alla tirannia della "crescita senza qualità", alla cecità del consumismo. Tra questi due fuochi si sviluppano così un percorso e un dialogo che non tralasciano nessuna delle stazioni per cui a sinistra negli ultimi decenni si è venuta disponendo una via crucis fatta di divisioni e impasses strategiche.



Sullo sfondo di un mondo manipolato fino all'artificio finale della clonazione e di una mercatizzazione della vita che anestetizza ogni spinta alla partecipazione e spegne le forme della politica data, il confronto si accende attorno ai temi dello sviluppo - fino a che punto e come riconciliare uomo e pianeta comporta smarcarsi rispetto all' imperativo della crescita, stopparne la corsa? - e della "fine del lavoro", o dell'orario di lavoro e delle strategie, legislative o contrattuali, per riannodare diversamente i giorni e le notti . E quasi sempre, e per approssimazioni progressive, le contrapposizioni iniziali si stemperano nella ricostruzione a quattro mani di quella scomposizione o decomposizione del mondo attuata dalla "distruzione creatrice" del neo-liberismo. Così è, ad esempio, sulla questione centrale oggi, soprattutto in Europa, del rapporto tra crescita e occupazione. Il tema iniziale di uno sviluppo ammazza-lavoro, labour-killing, lentamente mette capo alla analisi del cambiamento epocale indotto dal post-fordismo e dalla globalizzazione: le spaccature e le diseguaglianze abissali che oggi ridisegnano e divaricano il mondo del lavoro si illimpidiscono fino a rivelare l'emersione dei nuovi soggetti dell'"economia della conoscenza". Poi magari il giudizio torna a differenziarsi nel dipingerli, volta a volta, come mutanti o precari della new economy. Rimangono lontani, quasi marziani agli occhi della sinistra. Su quest'ultima il giudizio è senza appello: quello che Carla Ravaioli definisce un "desolante vuoto di idee", agli occhi di Bruno Trentin appare "mancanza totale di conoscenza dei mutamenti in atto, e perciò separazione tra la realtà e l'agire politico".
Sconsolatamente accomunati da una pessimistica valutazione delle possibilità per la sinistra italiana ed europea di ricomporre fratture e colmare ritardi, i due interlocutori provano comunque a delineare gli obiettivi a medio termine capaci di riconquistarle scatto e visione strategica. Si prova a delineare così i contorni di una "economia della riproduzione", tesa a "mutare qualità dello sviluppo e del lavoro", perché forte della conquista di "un gran numero di soggetti in carne ed ossa", non destinata da un vieto radicalismo a rimanere disegno intellettualistico. Senonché le leve su cui si prova a risollevare e ricollocare le sorti della sinistra e dell'Europa - scuola e formazione, fisco orientato strategicamente al controllo e alla dissuasione di speculazione e inquinamento, rilancio della domanda pubblica aggregata - sono quelle su cui, non a caso, più furibondo si è fatto l'attacco del neoliberismo e più forte si è rivelata anche la sua presa. Finora quei temi - ereditati da una giovane, ma già quasi santificata tradizione dei Delors e dei Ruffolo, Fitoussi e Ruggiero - non sono divenuti il terreno di coltura di una nuova sinistra europea. Anzi, proprio su di essi, sotto il vincolo della costituzione comunitaria e del mercato unico, più accentuata e rovinosa si è fatta la subalternità alle ricette o ai moduli interpretativi o normativi del neoliberismo, più disincarnate o scarnificate son divenute le organizzazioni della sinistra, più accentuato e sordo lo stacco tra politica e popoli.
Ma allora, come e da dove ripartire? Nel dialogo vi sono spunti che avrebbero meritato forse uno sviluppo ulteriore e una priorietà più netta. Come, ad esempio, l'indicazione della grande, epocale sconnessione tra politica ed economia intervenuta "con la crisi del fordismo" e su cui Trentin ad un certo punto si sofferma: lì "sono cambiate radicalmente le condizioni. Allora avevamo a che fare con una massa di lavoratori e di lavori relativamente omogenea, che oggi non esiste più. Oggi l'approccio non può che essere molecolare, come è divenuta molecolare questa società". Forse questo punto avrebbe meritato d'essere sviluppato più compiutamente e magari con più nettezza riconnesso ai mutamenti e agli interrogativi epocali che suscita, con la sua sconvolgente messa a valore, il continente nuovo dell'economia della conoscenza. Come ci insegna l'ONU, con i "Rapporti sullo sviluppo umano" tanto citati nel volume, è proprio lì, nel controllo e nella manipolazione dell'informazione, della comunicazione che crescono a livelli esponenziali le nuove diseguaglianze. Mai, su scala planetaria, tanti sono stati accomunati dalla contraddizione tra le mirabolanti promesse di liberazione veicolate da video sempre più onnipresenti e interattivi e una condizione estraniante di spossessamento che, anche nei territori della new economy, espropria il lavoratore delle "conoscenze necessarie per governare la propria attività": una contraddizione che nel lavoro - sottolinea Trentin - si tende a colmare soprattutto attraverso "l'accentuarsi di rapporti autoritari e oppressivi".
Ecco, il carattere autoritario, ristretto del comando, qualcosa che non è connaturato solo al peccato originale di una sinistra giocobinamente politicistica o al vizio congenito d'un radicalismo inguaribilmente elitario e intellettualistico: lasciti del Novecento continuamente richiamati nel dialogo tra Ravaioli e Trentin. C'è anche una deriva o vocazione oligarchica della politica neoliberista, che affonda le sue radici nel passaggio d'epoca dei primi anni Settanta, quando l'Occidente inizia a dismettere il linguaggio e gli orizzonti dello "sviluppo" per provare a cavalcare ossessivamente le onde più dimesse e prosaiche della "crescita". All'inizio del dialogo e del volume, l'approfondimento della differenza tra i due termini viene scartato come questione meramente filologica. Peccato: poteva condurre forse altrove. A rilevare come, seppure in un orizzonte delimitato dal predominio di moduli fondativi della civiltà occidentale, ad un certo punto sia intervenuto, sotto i colpi della rivoluzione neoliberista, un mutamento fondamentale: il passaggio da uno sviluppo frutto di una contrattazione e di un interscambio democratico tra grandi aggregati ed organizzazioni umane, ad una crescita ottenuta per eccitazione dei mercati e riduzione degli spazi di intervento democraticamente regolati. È allora che l'Occidente inizia a promuovere ossessivamente la cosiddetta "democrazia di mercato" di stampo americano. Una ricetta che impone al mondo e agli stessi paesi occidentali una dolorosa mutazione, ma che soprattutto, come rivela da ultimo Seattle, abbisogna per il suo sviluppo di coniugazioni sempre più elitarie e ristrette. Senonché proprio a Seattle ha mostrato il fiatone, e tanti anticorpi.








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