Un vecchio-nuovo libro di von Mises
QUANT'È NUOVA LA NEW ECONOMY
Luigi Cavallaro
È tornato di moda, tra gli economisti, chiedersi se il ciclo economico sia un concetto obsoleto. Non è la prima volta: ne discussero già sul finire degli anni Sessanta del secolo or ora concluso, all'apice dell'espansione fordista-keynesiana. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti: la macroeconomia keynesiana è stata estirpata alla radice e si è fatto strada un nuovo verbo, secondo cui accorte politiche monetarie, combinate alla flessibilità del mercato del lavoro, consentirebbero al paradigma tecnologico emergente - eminentemente basato sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione - di assicurare elevati tassi di crescita della produttività, disoccupazione prossima allo zero (e comunque non superiore al tasso cosiddetto "naturale"), inflazione nulla e crescenti rendimenti azionari; il ciclo, insomma, sarebbe un residuo del passato. È la new economy, della quale - si dice - gli Stati Uniti sarebbero luminoso faro all'orizzonte.
Potrebbe dunque sembrare superfluo, in quest'ottica, discutere di un vecchio libro come la Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel dell'austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), pubblicata originariamente nel lontano 1912 e la cui seconda edizione, risalente al 1924, appare adesso in un ricco volume curato da Riccardo Bellofiore (L. von Mises, Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999, pp. cxxx-328, £.56.000): specialmente se si considera che il suo scopo, come scrisse Murray N. Rothbard (discepolo di von Mises al pari del più celebre premio Nobel Friedrich von Hayek), era quello di elaborare gli elementi teorici necessari alla soluzione del "vitale problema del ciclo economico". Se preferisco parlarne è perché la sua lettura può, al contrario, contribuire a sfatare molta della mitologia economica corrente e, magari, instillare qualche salutare elemento di dubbio tra quanti ritengono possibile (oltre che necessario) che l'Europa adegui la sua struttura sociale al "modello americano".
Due parole, intanto, sulle peculiarità del suo impianto teorico. Come spiega Bellofiore nella sua introduzione, il punto chiave dell'analisi monetaria di Mises (che, non dimentichiamolo, è un campione della reazione) sta nella tesi secondo cui il modello di banca unica e puro credito, ipotizzato anni prima da Wicksell come "caso limite" per spiegare la relazione tra saggio d'interesse e prezzi, è in realtà l'unico adeguato per intendere il processo reale di funzionamento di un'economia capitalistica sviluppata (e che Wicksell e Mises fossero sostanzialmente d'accordo al riguardo si può vedere dall'importante recensione dell'economista svedese alla prima edizione del libro di Mises, passata pressoché inosservata e adesso pubblicata, unitamente a quella di L.A. Hahn, in appendice al volume). Mises, in altre parole, riconosce che il meccanismo del finanziamento bancario alla produzione, il possibile squilibrio tra investimenti e risparmi volontari e la formazione del cosiddetto risparmio "forzato" possono essere rappresentati correttamente solo supponendo che, in linea di principio, non esistano limiti all'espansione del credito. Questo non lo induce a ritenere che il flusso di creazione di moneta proceda effettivamente senza limiti: piuttosto, lo spinge a ricercare la causa del meccanismo di riaggiustamento nelle scelte dei soggetti economici volte a distribuire il proprio reddito tra consumo e risparmio.
La caratteristica fondamentale della sua teoria del ciclo risiede infatti nella circostanza che, contrariamente a Marx (e, dopo di lui, a Schumpeter), egli ne colloca l'origine non già in caratteristiche strutturali dell'economia capitalistica, bensì in una deliberata quanto improvvida decisione delle banche di aumentare l'offerta di credito (e di indurre una domanda corrispondente) attraverso la diminuzione del saggio di interesse. L'idea di Mises (che sotto questo profilo anticipa il famoso Presidential Address che Friedman lesse nel 1968 all'American Economic Association) è che, per ogni costellazione di prezzi, salari e tassi di interesse, ci sono progetti di investimento che non possono essere realizzati, giacché il calcolo a prezzi correnti della loro redditività futura mette in luce che non vi sono possibilità che tali iniziative generino profitti sufficienti. Il motivo non risiede nel fatto che il tasso di interesse è indebitamente superiore all'efficienza marginale del capitale (come avrebbe poi sostenuto Keynes): piuttosto si deve alla effettiva scarsità di beni economici e di lavoro e al fatto che questi debbono essere destinati agli impieghi più urgenti, che sono remunerativi. Ora, se le banche abbassano il tasso di interesse, si genera tra gli operatori la falsa impressione che le iniziative prima considerate svantaggiose abbiano cessato di esserlo: il "denaro a buon mercato" induce allora gli imprenditori a imbarcarvisi e, per questa via, stimola l'attività economica. Ne viene un aumento della domanda di mezzi di produzione e di lavoro e, correlativamente, un aumento dei prezzi dei beni capitali e dei beni di consumo, anche se - e questo è il punto cruciale per Mises - il prezzo dei primi aumenta in misura relativamente maggiore rispetto a quello dei secondi.
Il movimento, tuttavia, non può continuare all'infinito: non tanto, appunto, per l'esistenza di vincoli alla creazione di credito, quanto perché, a un certo punto, si verifica (secondo Mises "inevitabilmente") un'inversione di tendenza e il prezzo dei beni di consumo riprende a crescere in misura relativamente superiore rispetto a quello dei beni di investimento. Il perché sta nel fatto che i beni di consumo sono aumentati in misura insufficiente rispetto alla quantità effettiva che ne domandano i consumatori, giacché l'espansione del credito ha orientato la struttura dell'economia verso la produzione di capitale fisso in misura superiore rispetto all'offerta di risparmio che il sistema può rendere disponibile (per Mises l'inflazione è esclusivamente da domanda). Qui, in particolare, si coglie il punto chiave dell'analisi misesiana, e cioè che la discesa del saggio di interesse introduce semplicemente una fonte di errore nel calcolo degli imprenditori, in quanto li induce a ritenere che i consumatori richiedano una quantità di beni capitali maggiore di quella effettivamente desiderata. Il boom si rivela così non come un eccesso di investimento ma come un investimento "sbagliato", mal indirizzato. Ne viene un'alternativa: se le banche si astengono dal finanziare ulteriormente l'eccesso di investimenti sui risparmi volontari, il boom si arresta, giacché la crescita del livello dei prezzi dei beni di consumo rispetto al livello dei prezzi dei beni di investimento rende nuovamente manifesto che le iniziative intraprese non sono in realtà profittevoli. Se esse, invece, non deflettono dalla politica della "moneta facile", l'espansione proseguirà e il prezzo dei beni di produzione continuerà ad aumentare rispetto a quello dei beni di consumo ma, presto, si farà strada presso il pubblico l'idea che l'inflazione dei prezzi non ha alcun limite superiore e si arriverà rapidamente al collasso monetario e creditizio. In entrambi i casi, come si vede, il risultato è la depressione.
Fin qui la storia narrata da Mises: il quale, da buon liberista, non solo propone che la politica monetaria assuma come proprio obiettivo la "stabilità dei prezzi", ma giunge persino a rivalorizzare l'"avanzo barbarico" (secondo la celebre espressione di Keynes) del gold standard, allo scopo di indurre lo Stato ad astenersi "dall'esercitare qualsiasi influenza sul valore della moneta".
Che c'entra tutto ciò con la new economy? C'entra, eccome. Due punti, innanzi tutto, vanno sottolineati. In primo luogo, la particolare visione del processo inflazionistico indotto dall'espansione creditizia, che Mises configura (al pari, del resto, di Sraffa e Keynes) come processo non simultaneo ma sequenziale, cui è inevitabilmente connessa la redistribuzione del reddito tra salari e profitti (a danno, ovviamente, dei primi); in secondo luogo, la tesi secondo cui l'espansione del credito orienta la struttura dell'economia verso la produzione di beni capitali in misura superiore rispetto all'offerta di risparmio che i consumatori sono disposti a rendere disponibile. Si tratta di due fenomeni propri della recente espansione americana. Quanto al primo, le statistiche relative all'andamento dell'economia Usa nell'ultimo decennio evidenziano che l'inversione di tendenza nell'andamento del Pil è successiva alla fortissima discesa del tasso ufficiale del mercato monetario (dal 6,50% al 3%) decisa dalla Federal Reserve tra il 1991 ed il 1992: dopo la pioggia di liquidità, il Pil americano balza dal -0,9% del 1991 al +2,7% del 1992, mentre crolla il tasso di crescita dei guadagni orari dei lavoratori americani, che passa dal +5,1% del 1992 al +2,2% del 1993. Lo stesso accade, ancorché in misura inferiore, a seguito della crisi finanziaria internazionale del 1998: tra ottobre e novembre la Federal Reserve riduce il tasso ufficiale dal 5% al 4,5% e il Pil esplode nuovamente verso l'alto, in misura ben superiore al tasso di crescita dei salari. Si potrebbe obiettare che negli Stati Uniti non c'è stata praticamente inflazione: ma per Mises l'inflazione non consiste nell'aumento del livello "generale" dei prezzi (categoria, anzi, vuota di senso per lui come per gli altri "austriaci"), quanto piuttosto nell'aumento del "credito di circolazione", cioè di quel credito che le banche creano "dal nulla" allorché concedono prestiti in misura superiore rispetto alle loro riserve: e si comprende, di conseguenza, come a suo avviso possa aversi "inflazione" anche a prezzi stabili o addirittura calanti.
Quanto al secondo dei fenomeni citati in precedenza, più d'un commentatore ha sottolineato come il tasso di risparmio dell'economia americana sia da un pezzo negativo a causa del forte indebitamento delle famiglie con il sistema bancario e finanziario; e d'altra parte, quale maggior riscontro dell'eccesso di investimenti sui risparmi potrebbe trovarsi di una bilancia commerciale che inanella enormi disavanzi uno dietro l'altro, fino a raggiungere l'astronomico passivo di 248 miliardi di dollari nel 1998?
La questione di maggior interesse, tuttavia, riguarda - a mio avviso - la tesi forte di Mises: e cioè che il meccanismo del finanziamento bancario alla produzione può essere adeguatamente rappresentato solo supponendo che non esistano limiti all'espansione del credito. In un'economia in cui la moneta è soltanto moneta fiduciaria, infatti, non operano quei meccanismi "automatici" che, vigente il gold standard, rendevano teoricamente possibile, attraverso il deflusso di oro innescato dal disavanzo della bilancia commerciale, l'aggiustamento della quantità di mezzi fiduciari in circolazione alla quantità di riserve auree effettivamente possedute dalla banca centrale. Qui, anzi, Mises ha perfettamente ragione (dal suo punto di vista) nel sostenere che lo sganciamento della moneta dal tallone aureo è all'origine degli arbitrî "politici" delle autorità monetarie: giacché è evidente che ciò che ha consentito alla Federal Reserve di inondare di liquidità il mercato monetario senza tema di "fughe" dalla moneta (e di prolungare per questa via l'espansione) è soltanto l'attuale regime di dollar standard, in base al quale tutto il sistema monetario internazionale opera in regime di riferimento alla moneta statunitense.
È evidente, peraltro, che tutto ciò non varrebbe, nell'ottica misesiana, a "salvare" l'economia americana dalla recessione: giusta l'analisi dell'economista austriaco, anzi, potrebbe ritenersi imminente quella risalita in termini relativi del prezzo dei beni di consumo, che metterebbe la Federal Reserve dinanzi alla (spiacevole) alternativa di continuare a finanziare l'eccesso di investimenti rispetto al risparmio che i consumatori statunitensi sono disposti a compiere volontariamente (inducendo per questa via crescenti aspettative inflazionistiche che porterebbero rapidamente al collasso del sistema monetario) ovvero contrarre decisamente l'offerta di moneta e provocare, così, il crack. Qui però l'analisi di Mises mostra dei limiti. In primo luogo perché, come gli fece notare Hawtrey, non c'è alcuna incompatibilità logica tra un basso saggio di interesse sui prestiti e un aumento dei prezzi di consumo in misura relativamente superiore a quello dei beni di produzione, né è detto - come gli obiettò Hahn - che il persistere del basso saggio dell'interesse debba necessariamente mettere capo ad un'accelerazione dell'inflazione. Ma soprattutto perché, a mio avviso, non è affatto detto che i consumatori (cioè i lavoratori) americani riescano a imporre la risalita in termini relativi del prezzo dei beni di consumo: ogni volta che la Federal Reserve rialza i propri tassi, determinando così la rivalutazione del dollaro, provoca la diminuzione del prezzo delle materie prime (il cui valore è espresso in dollari) e, anche se ciò accresce il disavanzo della bilancia commerciale americana, diminuisce al contempo l'incidenza delle importazioni in termini di costo per le imprese: l'effetto finale, anzi, è proprio la discesa dei salari reali, che ovviamente rallenta la risalita in termini relativi del prezzo dei beni di consumo.
Il vero è, piuttosto, che la quota che sulla spesa complessiva è dovuta agli investimenti non può crescere troppo rispetto alla spesa per consumi: giacché, dipendendo in larga misura da una domanda che a sua volta dipende da previsioni inevitabilmente "incerte" (nel senso keynesiano) sul rendimento futuro dell'investimento (specie in un mercato azionario nel quale "vince" non chi scommette su un'impresa solida, ma chi scommette sull'impresa che ritiene che verrà giudicata solida dagli altri operatori, i quali a loro volta affrontano il problema nella stessa ottica), resta sempre soggetta a "improvvisi e violenti mutamenti" (sono parole di Keynes), che possono comunque innescare meccanismi recessivi. Che è quanto adesso temono economisti come Friedman, Samuelson, North e Modigliani, secondo i quali lo scoppio (o, più probabilmente, il progressivo "sgonfiamento") della bolla di Wall Street è solo questione di tempo.
Quando ciò accadrà nessuno può prevedere. Ma è superfluo, a questo punto, sottolineare che, se è plausibile l'ipotesi qui sommariamente argomentata, la new economy non ha nulla di effettivamente "nuovo": se non la forza politica (ratione militari) della nazione che ne è protagonista e che, per ovvi motivi, tutto pare men che "esportabile". Il che, in ultima analisi, confermerebbe, a proposito della Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione di Mises, il giudizio che nel 1912 ne diede l'allora giovane (e marxista) Neurath: un libro "da raccomandare con convinzione come una interessante raccolta di osservazioni sulla moneta e sul credito di circolazione. Perché anche quando il lettore è indotto al più grave disaccordo, ciò non manca mai di stimolarlo".