numero  7  giugno 2000 Sommario

Le ragioni di un'eccezione

LA CINA E LA CRISI ASIATICA
Louis Haddad  

La Cina aveva diversi problemi che erano stati all'origine della crisi asiatica: istituzioni finanziarie in cattiva salute, deboli capacità manageriali, mancanza di trasparenza e responsabilità nei processi decisionali, eccesso di produttività, clientelismo politico e nepotismo. Eppure la Cina è riuscita a evitare le peggiori conseguenze della crisi: ha continuato a mantenere il suo discreto tasso di crescita del 7-8% annuo, mentre gli altri mercati asiatici erano in contrazione o in stagnazione.
Evidentemente sono le differenze tra la Cina e i quattro mercati asiatici più colpiti (Thailandia, Indonesia, Corea del Sud e Malesia) che le hanno permesso di evitare il pieno impatto della grave crisi economica. E, cosa ancora più significativa, dal momento che la crisi asiatica ha coinciso con un'accresciuta apertura, con una crescita economica e con un maggiore ruolo politico della Cina nell'area, in che misura e in che senso la Cina ha agito - se ha agito - nella crisi?
La tabella I indica la dimensione relativa e la crescita dell'economia cinese e degli altri quattro mercati asiatici.
Prima dello scoppio della crisi, nel luglio 1997, il PNL dell'economia cinese aveva dimensioni analoghe a quelle dei quattro paesi asiatici messi insieme. Ma, nonostante la sua forte crescita a partire dal 1980, il PNL pro capite cinese rimane il più basso. Le ampie dimensioni dell'economia cinese, unite al basso reddito (o bassi salari) pro capite, consentono lo sfruttamento di economie di scala e offrono al paese un vantaggio competitivo sulle altre quattro economie asiatiche, in particolare per i prodotti ad alta intensità di manodopera. Favoriscono inoltre lo sviluppo di una struttura per le esportazioni più differenziata, riducendo così il grado di instabilità derivante dagli sbalzi improvvisi della domanda nelle esportazioni.
La crescente apertura dell'economia cinese, in particolare degli anni Novanta, è il riflesso della rapida crescita del commercio estero, il cui tasso è aumentato più velocemente rispetto al PIL, portando la Cina tra i dieci principali esportatori commerciali del mondo. A partire dal 1980, le esportazioni cinesi sono aumentate a un tasso medio del 15% e le importazioni del 13%, un tasso maggiore di quello registrato dal Giappone nella fase magica delle sue esportazioni, tra il 1953 e il 1973 (The Economist, 20/11/99). Inoltre, le esportazioni cinesi sono passate dal 12% del PIL nel 1988 al 22% nel 1994 (OCSE, 1999). Sebbene la rapida crescita del commercio cinese abbia trasformato il paese in un mercato più aperto rispetto al periodo precedente la riforma del 1978, la Cina ha ancora un'economia molto più chiusa rispetto agli altri quattro paesi asiatici.
Le ampie dimensioni dell'economia cinese, il livello del suo sviluppo economico e le nuove disposizioni governative spiegano il basso rapporto scambi/PIL (vedi Tabella II). Con un ulteriore sviluppo economico e una maggiore specializzazione, il rapporto tra scambi con l'estero e PIL è destinato ad aumentare ma, date le sue dimensioni, non tanto quanto quello degli altri quattro paesi asiatici.
La rapida crescita del commercio estero cinese è stata il risultato, da un lato, di una partenza da livelli molto bassi, dall'altro di una deliberata scelta della classe dirigente di sfruttare il vantaggio competitivo cinese nelle industrie ad alta intensità di manodopera, per riuscire a trarre dagli scambi esteri i profitti assolutamente necessari al loro programma di modernizzazione a lungo termine. I risultati prodotti dalle esportazioni sono stati possibili grazie al decentramento delle grandi imprese legate al commercio estero. La Cina è stata così in grado di sfruttare il suo vantaggio comparativo per competere con successo con i suoi vicini asiatici (Perkins 1994, p.33; Naughton 1999, p.205).
La relativa competitività delle esportazioni cinesi, costituite soprattutto di prodotti manifatturieri ad alta intensità di manodopera, può essere osservata nelle Tabelle III e IV.
Vale la pena notare come il vantaggio competitivo delle esportazioni cinesi nei beni ad alta intensità di manodopera sia aumentato a partire dal 1990, quando il costo della forza lavoro è aumentato in modo significativo nei quattro paesi asiatici ed è contemporaneamente sceso in Cina. La diminuzione del costo della manodopera e la svalutazione della moneta cinese del 40% nel 1994 hanno creato pressioni sulle quattro economie asiatiche. Queste, tuttavia, vantavano ancora alti tassi di crescita del PIL e delle esportazioni e ancora godevano dei forti afflussi di capitale, così che non hanno risentito delle pressioni competitive della Cina. È soltanto nel 1997, quando le esportazioni cinesi sono aumentate rapidamente del 21% e la domanda di esportazioni asiatiche da parte dei paesi dell'OCSE si è affievolita, che i quattro paesi asiatici hanno cominciato a riscontrare gravi difficoltà economiche (Sen 1999, p.2071).
Peraltro, le quattro economie asiatiche hanno subìto la forte concorrenza della Cina nell'attirare investimenti diretti esteri. Tra il 1979 e il 1997, la Cina ha attirato qualcosa come 231 miliardi di dollari USA, gran parte dei quali nell'industria manifatturiera (Bradman and Sun, 1997). Come nel caso della crescita delle esportazioni, l'aumento degli investimenti diretti esteri è stato particolarmente alto negli anni Novanta. In verità, a partire dal 1993, la Cina è stata il secondo principale destinatario di investimenti diretti esteri dopo gli USA, con investimenti che ammontavano al 5% del PIL l'anno (Naughton 1999, p.204) e circa al 13-15% dell'investimento interno lordo (OCSE 1999). Ancora più significativo, come indica la Tabella V, il grosso degli investimenti diretti esteri è arrivato dai suoi vicini asiatici, riflettendo il rafforzamento dei legami economici tra la Cina e le regioni asiatiche. Una fonte particolarmente importante degli investimenti diretti esteri in Cina è il Giappone: dal 1970 il Giappone è stato il terzo principale investitore in Cina dopo Hong Kong e Taiwan. All'investimento giapponese viene dato maggiore valore, per il suo contributo al progresso tecnologico e al know-how imprenditoriale, settori nei quali il Giappone sta più avanti di Hong Kong, Taiwan e Corea del Sud. Inoltre, molti dei programmi di investimento di Hong Kong e Taiwan comprendono partner giapponesi.
Il rapido afflusso di investimenti diretti esteri a partire dal 1993 è stato soprattutto il risultato della decisione del gruppo dirigente cinese di concedere quote significative del mercato alle compagnie straniere che volevano investire nel paese. Dal punto di vista dell'offerta, i principali fattori responsabili dell'afflusso di investimenti diretti esteri sono i bassi costi della forza lavoro e le prospettive di grosse potenzialità dell'economia cinese in rapida crescita. In particolare, a seguito della liberalizzazione degli investimenti esteri, gli investitori giapponesi sono diventati molto ottimisti sulle possibilità di investimento nel paese. La complementarietà tra le risorse cinesi (compresi i bassi affitti e i bassi salari) e il capitale e le tecnologie giapponesi - oltre al grosso mercato di consumo rappresentato dalla Cina - era una condizione particolarmente attraente per le imprese giapponesi. Così, gli investimenti giapponesi in Cina sono rapidamente cresciuti tra il 1991 e il 1994, passando dagli 812 milioni ai 3,516 milioni di dollari USA (Zhang 1998, p.59). Tuttavia, il calo degli investimenti diretti esteri nel 1997 provenienti dalle regioni asiatiche è stato il riflesso dell'impatto delle crescenti difficoltà economiche in Giappone e della crisi incombente sulle quattro economie asiatiche.
L'economia cinese, nonostante la deregulation, la decentralizzazione e l'apertura al mercato dal 1978, resta un'economia regolata, se non addirittura pianificata, sulla quale il governo centrale ha uno stretto controllo. In particolare, il governo cinese continua a controllare rigorosamente l'afflusso e l'uscita di capitali. È questa differenza sistemica tra la Cina e i quattro economie asiatiche che spiega in parte, se non completamente, perché la Cina sia riuscita a sfuggire alle peggiori conseguenze della crisi.
Per di più, dal momento che il fattore chiave della crisi asiatica è stato comunemente identificato nella liberalizzazione a breve scadenza dei flussi di capitale, che ha portato le banche nazionali e le grandi imprese ad accumulare molti debiti a breve scadenza, le quattro economie asiatiche sono diventate altamente vulnerabili agli sbalzi improvvisi delle aspettative degli investitori - un fattore determinante, che spiega il rapido sviluppo della crisi a partire dalla Thailandia nel 1997. Al contrario dei quattro paesi asiatici, la Cina non ha contratto grossi prestiti a breve scadenza; la maggior parte del suo debito estero alla fine del 1997 (131 miliardi di dollari USA) era a lunga scadenza, e soltanto il 14% a breve scadenza (Naughton 1999, p.207). Nel resto dell'Asia il capitale preso in prestito a breve scadenza era privato, e contratti senza garanzie formali del governo e addirittura senza che il governo stesso ne fosse al corrente. Come ha sottolineato Joseph Stiglitz (indagine IMF, Gen 1998, p.24), il "vero problema è stato l'ammontare dei prestiti provenienti dal settore privato". La mancanza di un controllo sulla quantità e sulla qualità del credito comporta delle incongruità tra passivo a breve scadenza e attivo a lungo termine, oltre che tra attivo delle riserve del commercio estero e passivo del commercio estero. Al contrario, i movimenti di capitale in Cina erano rigidamente regolati e potevano effettuarsi solamente su approvazione delle autorità cinesi - a parte le transazioni illegali. È questa la ragione principale per cui la Cina non ha corso il rischio di accumulare grosse quantità di debiti a breve scadenza soggetti alle improvvise uscite di capitali. Alla fine del 1997, la Cina ha accumulato 140 miliardi di dollari USA nel commercio con l'estero, cioè la terza maggiore riserva nel mondo, una cifra equivalente alle importazioni di un intero anno (Naughton 1999, p.207). Così, la Cina è stata in grado di affrontare finanziariamente gli effetti secondari della crisi, senza dover ricorrere all'aiuto del FMI.
Il controllo sui flussi di capitale è ancora più favorito in Cina perché la valuta cinese non è convertibile in conto capitale, e solo in parte convertibile in transazioni su conto corrente. Ci sono state alcune fughe di capitali, a seguito di transazioni illegali e degli alti costi di transazione in Cina (Wang 1998, p538); però la Cina è riuscita ad attirare somme sostanziose di investimenti diretti esteri senza pagare il costo dell'instabilità finanziaria, delle speculazioni sulla valuta e degli improvvisi prelievi di capitale. Mentre difendeva l'economia dalla precarietà finanziaria, il governo cinese prendeva delle misure decisive per contrastare la tendenza al declino del settore primario dell'economia. In particolare, il problema dell'eccesso di produttività e della saturazione del mercato è cominciato a sorgere in Cina intorno alla metà degli anni Novanta in alcune industrie, e nel 1997 in quasi tutte le altre (OCSE 1999). Grazie alle dimensioni della sua economia, alla limitata apertura e al mantenimento del controllo centralizzato sull'economia, il governo cinese è riuscito a risolvere questo problema adottando le misure espansionistiche keynesiane. Gli altri quattro mercati asiatici non hanno operato questa scelta per l'opinione comune che le politiche keynesiane non siano adeguate alle economie aperte; così, a eccezione della Malesia, hanno scelto di lasciare la risoluzione della crisi nelle mani del FMI, la cui ostilità nei confronti delle misure keynesiane è risaputa. Come ha sostenuto Max Corden (1998), dopo lo scoppio della crisi le condizioni dei quattro paesi asiatici erano in realtà mature per l'attuabilità delle politiche keynesiane. Nonostante la Cina abbia evitato il pieno impatto della crisi, ci sono stati alcuni effetti secondari prodotti dai crescenti vincoli economici tra il paese e i quattro mercati asiatici: il calo delle loro importazioni ha portato a una diminuzione delle esportazioni cinesi. Ad esempio, nel 1998 le esportazioni cinesi in Indonesia sono scese del 36,4%; quelle dirette in Corea del Sud del 31,3%, in Thailandia del 23,5% e in Malesia del 16,9% (Wang 1999, p.552). Per di più, la Cina fa concorrenza per alcune merci d'esportazione ai quattro paesi asiatici nell'ambito del più ampio mercato internazionale; così la pesante svalutazione delle loro valute ha colpito in modo grave l'economia cinese. Nel 1998 le esportazioni cinesi sono aumentate in misura marginale, dello 0,5% (rispetto al 21% del 1997), mentre le importazioni sono diminuite dell'1,5%, portando a un surplus di 29,3 miliardi di dollari USA nel conto corrente, con un aumento delle riserve di valuta estera da 5 miliardi a 144,9 miliardi di dollari USA (OCSE 1999).
Le esportazioni tessili cinesi, che rappresentano l'elemento di punta delle esportazioni nell'insieme, non sono rimaste seriamente colpite dalla svalutazione della moneta dei quattro mercati asiatici, dal momento che questi non sono stati in grado di puntare su un aumento delle proprie esportazioni verso altri mercati. Le esportazioni colpite dalla svalutazione sono quelle relative agli ordini per i cantieri navali e per l'acciaio, di cui discuteremo più avanti.
Il grosso degli investimenti diretti esteri in Cina proveniva dalle regioni asiatiche, le quali, a seguito della crisi, hanno ridotto i propri investimenti nel paese; inoltre, gli investitori si sono allontanati dai paesi in via di sviluppo, inclusa la Cina, rivolgendosi verso i più sicuri paesi avanzati. Di conseguenza, il tasso di investimenti diretti esteri è sceso drammaticamente dal 25% circa nel 1997 al 2,2% nel 1998 (OCSE 1999). Il calo di afflusso di investimenti diretti esteri in Cina è un problema serio, in quanto stava e sta lì il motore portante delle sue esportazioni (Wang 1999, p.539).



Non appena il contagio finanziario si è diffuso tra i mercati asiatici, la Cina ha intrapreso severe misure per contrastare l'impatto negativo della crisi e per rafforzare il proprio ruolo politico ed economico nell'area. Al contrario dei quattro paesi asiatici, che sono stati costretti a svalutare le loro monete e ad adottare misure macroeconomiche restrittive, la Cina ha scelto di non operare svalutazioni, ricorrendo alle politiche espansionistiche monetarie e fiscali per stimolare la domanda interna e mantenere un discreto tasso di crescita intorno all'8%. Tra le misure adottate c'è stato un aumento nell'investimento fisso del 10%, che ammontava a 33,5 miliardi di dollari USA, il 38% dei quali destinati alle infrastrutture, il 17% allo sviluppo tecnologico delle imprese statali e il 13% allo sviluppo dei beni immobili (OCSE 1999). Un'altra serie di misure prese per contrastare la svalutazione nazionale delle valute dei quattro mercati asiatici si è concentrata sulle esportazioni: a dicembre 1998, agli operatori commerciali fu ordinato di promuovere le esportazioni "in cento e uno modi" e furono offerti incentivi fiscali mediante l'aumento degli sgravi sull'IVA per le esportazioni dal 5, 7% al 14% (Naughton 1999). In più, nel 1998 la Banca Export-Import cinese ha concesso crediti e prestiti per l'esportazione del 69% in più rispetto all'anno precedente (Wang 1999, p.552), a causa della maggiore concorrenza dei costruttori navali e delle industrie dell'acciaio coreane e giapponesi, che avevano tratto grossi benefici dalla svalutazione delle loro monete (OCSE 1999, p.62).
L'azione del governo cinese fu apprezzata dai suoi vicini asiatici e dagli USA. Dopo tutto, la svalutazione della propria moneta in un mercato globale in fase depressiva serve soltanto ad appropriarsi ognuno del mercato dell'altro, e alla fine è controproducente. In ogni caso, il rifiuto della Cina di svalutare la propria moneta fu interpretato da molti come una decisione responsabile volta a limitare il diffondersi della crisi. Fu anche interpretato come un segno che il governo cinese si stesse impegnando ad assumere un ruolo costruttivo di leadership nella zona, e quest'idea fu rafforzata dal contributo della Cina di 4,5 miliardi di dollari al FMI per riconsolidare i quattro mercati asiatici. Lo scenario può indurre a ironiche considerazioni, vista la grossa svalutazione della Cina del 1994, che ha rappresentato il fattore decisivo per lo scoppio della crisi.
Sin dai primi anni Novanta la Cina ha cercato di riformare il proprio sistema finanziario, non più adeguato ai profondi cambiamenti avvenuti nel resto del sistema economico, ma a quanto pare con scarso successo. Questo perché la riforma del sistema fiscale, in particolare del settore bancario, è strettamente vincolata alla riforma delle imprese statali (Haddad, 1995). Non sorprende, dunque, che la crisi abbia messo in allerta la Cina sulla necessità di accelerare le riforme finanziarie. Poco dopo lo scoppio della crisi, nel novembre 1997 si tenne una conferenza finanziaria internazionale per discutere delle implicazioni della crisi finanziaria asiatica, e del modo in cui la Cina avrebbe potuto sfuggire al suo impatto (Wang 1999, p.540).
Il governo decise così nel 1998 di riformare il sistema bancario e di incoraggiare la formazione di mercati finanziari trasparenti. Queste misure prevedevano tra le altre cose la concessione di una maggiore autonomia per le banche commerciali statali e per la Banca popolare cinese; alle banche commerciali fu permesso di prendere decisioni autonome nell'ambito delle questioni riguardanti i prestiti e i programmi d'investimento. Il governo abolì inoltre alcuni prestiti sfavorevoli e destinò 270 miliardi di Yüan a obbligazioni nazionali per ricapitalizzare le quattro maggiori banche commerciali statali (Wang 1999, p.541). La partecipazione della Cina al WTO comporterà l'accesso delle banche straniere al commercio valutario con le corporation cinesi entro due anni dall'ingresso, e con le persone entro cinque anni.
Eppure, il governo cinese, consapevole del pericolo rappresentato dai movimenti di capitale a breve scadenza e dell'instabilità che questo comporta, ha deciso di mantenere il controllo sul conto capitale. Ha inoltre imposto un controllo persino maggiore sul volume e sulla struttura del debito estero. Poi, nel gennaio 1999, il governo ha annunciato che la legislazione sul fallimento in Cina non avrebbe garantito il diritto di precedenza ai creditori stranieri (Pempel 1999, p.227). Le reazioni della Cina alla crisi asiatica sono state impostate in primo luogo per risolvere problemi a breve e medio termine direttamente legati alla crisi. La classe dirigente cinese, comunque, sa bene che finché continuerà a dipendere in larga misura dalle tecnologie straniere, la sua influenza politica ed economica nell'area asiatica e nel mondo intero è destinata a rimanere circoscritta.
Per cominciare a ridurre la sua dipendenza dalla tecnologia straniera, il governo cinese ha riconsiderato i suoi settori prioritari per l'investimento estero, mettendo al primo posto è stata data alle industrie ad alta tecnologia. L'elenco comprendeva inoltre programmi nel settore farmaceutico, in quello della tecnologia dell'informazione, nella difesa ambientale e nei trasporti, in particolare il progetto dell'automobile elettrica (OCSE 1999). Per favorire l'attuazione delle nuove priorità agli investimenti, è stato deciso che le importazioni di beni strumentali che comprendono l'alta tecnologia sarebbero stati esenti dal pagamento delle tariffe doganali. Altrettanto importante per la Cina è la necessità di sviluppare un settore di ricerca di alto livello che sia in grado di generare un discreto grado di innovazione per mantenere i vantaggi di competitività e/o acquisirne di nuovi. L'esperienza di altri mercati industrializzati dimostra che il vantaggio di competitività nei prodotti di manodopera intensiva è un fenomeno transitorio, che può essere facilmente superato da paesi meno sviluppati. Il tasso insufficiente di sviluppo dell'innovazione cinese è valido potenzialmente per tutte le industrie, incluso quelle a manodopera intensiva. Per sviluppare la propria tecnologia endogena e assimilare le ultime tecnologie straniere, la Cina deve generare infrastrutture innovative efficienti e un ambiente politico e culturale favorevole, perché individui e imprese possano sperimentare nuove idee e commercializzarle (Haddad 1995). Le infrastrutture innovative comprendono, tra le altre cose, a) un sistema di brevetti efficace per incoraggiare i potenziali innovatori ad assumersi i rischi necessari a cogliere i frutti del proprio lavoro; b) istituzioni di ricerca e sviluppo fondate dallo stato per realizzare ricerche di base e svilupparle in potenziali prodotti commerciali; c) istituzioni finanziarie trasparenti per offrire venture capital ai potenziali innovatori. Ancora più importante, è che ci sia un grado di competitività da parte delle imprese statali e di quelle imprese locali tale da incoraggiare l'innovazione e la diffusione. Per sopravvivere e crescere in un ambiente competitivo, le aziende sono costrette a essere innovative; se la sopravvivenza dell'azienda è garantita, vi sono pochi incentivi, o nessuno, a innovare. La trasformazione delle imprese statali in imprese efficienti e innovative è dunque fondamentale per lo sviluppo economico a lungo termine della Cina e per la sua modernizzazione.
Come nel caso della caduta del "modello sovietico", con i conseguenti problemi della transizione verso un'economia di mercato, la caduta del "modello asiatico" e la conseguente distruzione economica hanno dato una valida lezione alla leadership cinese. I due avvenimenti li hanno convinti dell'esattezza della loro strategia per riformare e modernizzare l'economia del paese. La rovinosa esperienza delle grandi economie in transizione, come la Russia e l'Ucraina, hanno in effetti convinto la classe dirigente cinese della necessità di mantenere un controllo politico autoritario per evitare pasticci improvvisi e terapie shock tanto incoraggiate dal FMI. Dall'altro lato, l'esperienza dei quattro mercati asiatici ha dimostrato l'efficacia di mantenere il controllo centralizzato sull'economia e di resistere alla liberalizzazione prematura, soprattutto del conto capitale, mentre i mercati sono ancora imperfetti e le istituzioni ancora incomplete o fragili.
Dev'essere sembrato assurdo agli occhi dei leader cinesi l'aver lasciato la risoluzione della crisi asiatica nelle mani del FMI, con la predilezione di questo per le dottrine e le politiche monetarie restrittive e per le forze del "libero" mercato. Perciò, la prima lezione che la Cina ha tratto dalla crisi asiatica è ignorare il consiglio del FMI, nel caso in cui si ritrovasse a dover affrontare una simile crisi. È improbabile che l'attuale classe dirigente cinese consegnerà la sua politica economica nelle mani di un'istituzione esterna che ha la tendenza a prescrivere la stessa amara medicina a qualsiasi tipo di paese.
Adesso che il modello asiatico è stato appannato, se non completamente screditato, è probabile che il "modello cinese", in particolare con la sua enfasi sul controllo economico centralizzato, in virtù di una forte (autoritaria) leadership politica, soprattutto in tempi di crisi e di transizione economica, possa trovare una nuova popolarità presso i paesi in fase di industrializzazione con sistemi di mercato incompleti e incrinati. L'attrattiva del modello cinese è comunque illustrata dal caso della Malaysia, le cui misure di controllo del capitale nel 1998 si dice fossero basate proprio sul "modello cinese" (Wee 1999); in questo caso la stalla fu chiusa dopo che i buoi erano già scappati. I controlli sul commercio della valuta malaysiana e sui movimenti di capitale a breve scadenza sono stati diretti ad evitare la speculazione e l'improvvisa uscita di capitali, che avevano fatto precipitare la Malesia nella crisi. Un'altra lezione che la leadership cinese dovrebbe trarre dalla crisi asiatica è che l'economia dev'essere pronta per la globalizzazione prima di divenire completamente aperta.
Con l'obiettivo a lungo termine della Cina di modernizzare l'economia tenendosi al passo con le ultime tecnologie, diventa necessario rendere le sue imprese competitive su scala internazionale. Il paese dovrebbe mantenere la competitività dei prodotti ad alta intensità di manodopera, e indirizzare al tempo stesso le sue strutture industriali e per l'export verso un maggiore sviluppo tecnologico e una migliore qualità dei prodotti. La Cina ha la capacità di fare entrambe le cose, date le sue risorse praticamente illimitate di manodopera non specializzata e semispecializzata e il suo importante pool di esperti, scienziati, ingegneri e tecnici più numerosi che nella maggior parte dei paesi avanzati. La necessità di aumentare il grado di innovazione e di produttività diventerà urgente per la Cina, quando il Giappone e i quattro paesi asiatici usciranno completamente dalla recente crisi e quando il mercato cinese sarà più aperto alla concorrenza straniera, a seguito dell'ingresso nel WTO. Le riforme strutturali destinate a rendere la Cina più innovativa, adattabile e pronta a reagire alle forze del mercato dovranno acquisire un ritmo più veloce e al tempo stesso essere volte ad evitare il caos e il disorientamento della Russia e dell'Ucraina. Valutando il loro caso a posteriori, la Russia e l'Ucraina si sarebbero probabilmente trovate in migliori condizioni finanziarie se avessero seguito il "modello cinese" di transizione. Il fatto che la Cina non abbia vissuto quello che Janos Kornai ha definito una "recessione trasformazionale" (1994) non comporta, come molti commentatori hanno sostenuto, che la leadership cinese stia rinviando il giorno della resa dei conti, o che "la Cina stia aspettando l'arrivo di una crisi" (Patrick 1999). E non è vero che la Russia sia in qualche modo in anticipo sulla Cina sulla strada di un'economia (di mercato) efficiente.
Sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che la crisi asiatica e la recessione economica in Giappone, insieme al ritorno sulla scena di Hong Kong e Macao, abbiano spostato l'equilibrio di potere nell'area a favore della Cina. Superando la crisi senza ricorrere alla svalutazione monetaria, la leadership cinese è riuscita a dare l'impressione che il proprio paese detiene un ruolo determinante in Asia. Ma sebbene la Cina abbia la volontà politica, non ha il potere economico e militare necessario a sfidare gli USA o a diventarne un potenziale rivale (Bobrow 1999). Tuttavia, è probabile che la sua strategia a lungo termine di crescita economica sostenibile, di modernizzazione e di minore dipendenza dalla tecnologia straniera, oltre a ciò che è stata definita una "furtiva strategia di affermazione" (Hodder 1999), estenderà l'influenza politica ed economica della Cina, contenendo così l'egemonia americana nell'area pacifico-asiatica.

(traduzione di Francesca Buffo) Louis Haddad è professore di economia alla University of Sydney







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