numero  7  giugno 2000 Sommario

La "nuova coalizione" di Livingstone

CITIZEN KEN
Tariq Ali  

In tempi d'avversità politica per la sinistra, lo spettacolare trionfo di Ken Livingstone contro la cultura e la politica del New Labour segna una svolta importante per la politica inglese. Non va sottovalutata, questa vittoria, solo perché largamente attesa. Non si tratta di una crepa isolata. Ha, invece, ampie implicazioni per il futuro. E ha un impatto oggettivo, che va al di là di quel che possa o non possa fare Livingstone nei prossimi mesi e anni.
Blair esce umiliato dal voto londinese. La disperazione dei blairiani duri e puri che hanno votato per Norris come seconda preferenza non è riuscita a influire sul risultato. Né la potenza mediatica di Rupert Murdoch è stata in grado di portare alla vittoria contro Livingstone. E neppure i vari Polly Toynbee e Hugo Young su The Guardian sono riusciti a convincere i lettori recalcitranti a votare per Norris o per Dobson. Abbiamo visto anche ex sostenitori di Livingstone passare da un canale tv all'altro come scimmie ammaestrate al ritmo dell'organetto dell'inquilino del numero 10 di Downing Street: effetto zero. E faceva tenerezza il vecchio "sinistro" Dennis Skinner nel ruolo del pupazzo che compiace Blair in pubblico e denuncia il "tradimento del Labour" da parte di Ken (cioè la decisione di contrastare Blair e di lasciare che a decidere fosse l'elettorato): impatto zero.
La campagna "negativa" si è ritorta contro l'apparato del New Labour, isolandolo ulteriormente dai suoi sostenitori tradizionali. Citizen Ken* ha così sconfitto l'apparato. Ed è stato un colpo micidiale contro il Progetto Blair. I ben pagati strateghi dell'immagine, per non parlare dei megafoni carrieristi d'ogni risma (protesi robotiche nei media del regime del duo Mandelson-Campbell), dovranno faticare notte e giorno per negare tutto questo, e contemporaneamente rassicurare il loro "zoccolo duro", di qui fino alle prossime politiche, del fatto che il New Labour si sta adoperando per gli svantaggiati.
Il clistere che al New Labour più piace infliggere ai suoi sostenitori nel gruppo parlamentare e nei media è una schiumosa miscela di amnesie storiche e autentiche fandonie. Ma il vecchio bla bla non funziona più. Un sondaggio pubblicato il 16 maggio da The Guardian mostra un calo drastico del sostegno al New Labour e della stessa popolarità di Blair. Un partito screditato e ultrareazionario guidato da una testa rasata, come l'attuale Partito Conservatore, ha un distacco di appena 4 punti in percentuale. Il che conferma i risultati delle elezioni locali in cui i conservatori hanno guadagnato 593 seggi e conseguito il controllo di 16 città. Il Partito Laburista ha perso 598 seggi e 15 città. La ragione di un esito del genere non è nel passaggio di elettori laburisti all'altra sponda. Semplicemente sono rimasti a casa, per protesta contro le politiche filocapitalistiche del New Labour. La Terza Via è un rozzo congegno in fin di vita. E i tentativi del professor Giddens di dare spessore a una simile assurdità si ripercuoteranno malamente su quel poco di credibilità che resta.



Da quando è succeduto a John Smith alla guida del Partito Laburista, Tony Blair e la sua corte, i burocrati del New Labour, il cui orizzonte di riferimento è quello aperto dalla frana del thatcherismo, ci hanno detto che la socialdemocrazia tradizionale era finita, che il New Labour rappresentava un rottura col vecchio riformismo, che non c'era alternativa al pietroso sentiero tracciato da Margaret Thatcher, e che, per farcela, il New Labour doveva diventare un partito della libera impresa. La vittoria di Livingstone sfida questa tesi. E, ancor più importante, apre la porta ad altri che vogliano fare lo stesso.
Per anni si sentirà l'impatto politico e psicologico di quanto è accaduto. I blairiani, solo fino a poco tempo fa, tenevano a sottolineare la loro continuità con Thatcher, anzi s'impegnavano ad andare oltre il suo "radicalismo", "modernizzando" lo stato sociale e portando avanti il suo programma di privatizzazioni: le poste, il controllo del traffico aereo e la metropolitana londinese. Opporsi a tutto questo - veniva detto agli iscritti - era del tutto inutile. Non c'era alternativa. La Terza Via era la maschera scelta per coprire un genuino neo-liberismo. Le ineguaglianze tra ricchi e poveri sono cresciute sotto Tony Blair. Questa è la differenza tra il New Labour e i precedenti governi laburisti, compreso quello guidato da Harold Wilson.
L'ampiezza della vittoria elettorale del maggio 1997 sorprese gli stessi dirigenti laburisti. Avevano condotto una campagna elettorale banale, forte nell'immagine, debole politicamente. Era tutta giocata sulla continuità più che su un serio cambiamento. E lo stile "presidenzialista" di Blair toccava punte di bonapartismo. Era un'immagine che doveva rassicurare gli elettori, dicendo loro che non era tanto diverso dai tories, al governo dal 1979, e che sarebbe stato amico della grande impresa. Veniva strombazzato ai quattro venti, da Blair e dai suoi maghi dell'immagine, che il sindacato sarebbe stato tenuto a debita distanza. Anzi, si faceva capire che, fosse stato per Blair e il suo gruppo, il partito si sarebbe staccato del tutto dal sindacato. Per un moderno partito democratico non era più tempo dei conflitti vecchio stile. La cultura del New Labour è, essenzialmente, non solo il mantenimento dello status quo, ma la sua difesa, quale conquista del libero mercato e annullamento del conflitto tra interessi dell'impresa e interessi dei lavoratori. Il risultato è che le ineguaglianze sociali, sotto il regime blairiano, sono andate aumentando. Tanto che non c'è di che stupirsi se un socialdemocratico vecchio stampo come Roy Hattersley finisce per apparire alla stregua di un estremista per il solo fatto di ribadire, dalle colonne della sua rubrica su The Guardian, il tradizionale impegno dei laburisti a favore di un blando livello di giustizia sociale. Tutto quel che vuole lo "zoccolo duro" laburista è una piccola dose dell'Hattersley-pensiero. Ma se mai Blair decidesse di fare concessioni a questo tipo di pressioni, di lui, come del suo Progetto, non rimarrebbe niente in piedi.
Idealmente, Blair puntava su un governo di coalizione con i liberaldemocratici per gettare le basi di un nuovo partito di centro in grado di dominare la scena politica per i prossimi cinquant'anni. Questo, almeno, era il suo desiderio, ma la grande maggioranza degli elettori ha reso un simile auspicio un'utopia. Ora si può ripresentare l'occasione perché si apra lo spazio a una nuova forza emergente, un ampio partito di sinistra che unisca i socialisti con la nuova leva di anticapitalisti e ambientalisti. La Gran Bretagna, con il suo sistema elettorale, è l'unico paese nell'Europa occidentale a non aver ancora sperimentato una seria aggregazione elettorale alla sinistra della vecchia socialdemocrazia. Finora il Partito Laburista ha utilizzato il sistema elettorale per conservare il suo monopolio della rappresentanza dei lavoratori e dei ceti medi avanzati. L'introduzione del sistema proporzionale in Scozia e nel Galles ha rotto questo monopolio.
Un ambito in cui il New Labour ha fatto fatica a rinnegare gli impegni assunti quand'era all'opposizione è quello della devolution. Era il tema che avrebbe portato a galla tensioni e odi in ebollizione all'interno del Partito Laburista. Le parole di Blair, a proposito degli effetti che il nuovo parlamento scozzese avrebbe avuto - simili a quelli di un consiglio parrocchiale - sollevarono un'ondata di rabbia. Fu escogitato un congegno per impedire che i nuovi organismi diventassero efficaci ed effettivi, assicurandosi che il New Labour intercettasse e accantonasse il dissenso nella sua fase precoce. Una misura brutale il cui scopo era di assicurarsi che, qualunque cosa accadesse, Downing Street era in grado di controllarla. Una strategia che si è rivelata un boomerang. La vittoria di Ken Livingstone è stata il bis del successo ottenuto da Denis Canavan a Falkirk dove il New Labour aveva "truccato" i cambiamenti promessi. La Camera dei Lord avrebbe potuto essere abolita o trasformata in una camera elettiva. Blair ha optato per una camera di "compari". Nuovo Labour, Vecchia Corruzione.
I referendum in Scozia e nel Galles furono tenuti come dovuto e i cittadini delle due regioni votarono per dar vita a un proprio Parlamento (in Scozia) e una propria Assemblea (Galles). Il Partito nazionale scozzese (SNP) e il Plaid Cymru hanno costituito la maggiore opposizione al New Labour ed entrambi i partiti nazionalisti si sono trovati alla sinistra di Blair su questioni di politica sia interna sia internazionale. In Scozia molti ex elettori laburisti hanno disertato passando ai nazionalisti. Stesso fenomeno in Galles. E dire che nessuno dei due partiti nazionalisti aveva condotto una campagna anti-inglese. Entrambi avevano sottolineato l'importanza dell'Europa e di politiche sociali progressiste. La presenza di questi due partiti ha in parte risolto il problema di un'opposizione socialdemocratica alla politica economica del New Labour. La sfida di Ken Livingstone è il primo serio colpo nei confronti del governo in Inghilterra. È una vittoria che potrebbe cambiare il clima politico dentro e fuori il Partito Laburista. I parlamentari, timorosi come sono di perdere il seggio (e molti sono a rischio), potrebbero cominciare a riscoprire se stessi.
La politica in Gran Bretagna si è fatta alquanto capricciosa. L'esperienza al governo del Partito Laburista ha intaccato vecchie certezze. La fedeltà non è più cieca come un tempo. La ragione è semplice. I blairiani hanno trasformato quello che era un partito "grande chiesa" in una fazione di matti. Il che spiega l'isteria del nuovo apparato: qualunque serio dissenso è slealtà, qualsiasi politica alternativa è un ecco-perché-non-ci-votavano, qualsiasi tentativo di organizzare la sinistra è contrastato come il ritorno ai brutti, vecchi tempi della corrente Militant. Il solo modo di difendere il Partito Laburista è distruggerlo del tutto.
Si sente un bisogno disperato di un nuovo partito. Il buon risultato dei Verdi, il fatto che l'Alleanza socialista di Londra (un'alleanza di gruppi trotskisti, dominati dal Socialist Workers Party) abbia negato la vittoria al New Labour a Camden e Barnett è un segno di qualcosa di nuovo, anche se il voto fascista e ultranazionalista è stato superiore a quello dell'estrema sinistra: un motivo per fermarsi a riflettere.
Intanto, cresce la pressione all'interno del Partito Laburista per riammettere Ken Livingstone. Se l'apparato di Blair opporrà resistenza, finirà ancor più isolato rispetto ai suoi stessi militanti. Tony Benn ha osservato che, se voltagabbana come Shaun Woodward (un ex apparatchik dell'ufficio politico tory) sono benvenuti, perché non Livingstone? La risposta è ovvia. Perché riammetterlo significherebbe accettare che il Progetto Blair è fallito, in quanto il sindaco di Londra è ora un leader della stessa statura di Tony Blair. Lui, Livingstone, sogna ancora di prendere la guida del Labour e di arrivare un giorno a Downing Street come primo ministro. Non vede l'ora. Giornali come il Financial Times e The Guardian sono nel panico, e cercano d'inventare scuse. Quest'ultimo osserva che "adesso la Gran Bretagna è nella morsa di una forma nuova della politica".
Questo è vero solo in parte.
Quel che stiamo vivendo è, essenzialmente, una protesta da parte degli elettori laburisti. Non sono per niente soddisfatti del New Labour. E non servirà a riguadagnare la loro fiducia qualche soldo in più per l'istruzione, la sanità e lo stato sociale. Ci vuol ben altro, un gesto forte, come la ri-nazionalizzazione della rete ferroviaria: questo sì entusiasmerebbe gli elettori, ma sembra improbabile che avvenga.
Nel frattempo, dentro il gruppo parlamentare laburista, crescono rabbia e paura. È la paura di perdere il seggio alle prossime elezioni. Alcuni sostenitori del cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown, si affannano a mascherare il loro odio per Blair e gli danno del "thatcheriano". Se il New Labour continua a sprofondare nei sondaggi, cresceranno le pressioni per affossare Blair, anche se è improbabile che avvenga prima delle prossime elezioni.

(traduzione di Elza Fraga) Tariq Ali è membro del comitato di direzione della New Left Review







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