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Usa, qualcosa si muove
FRAMMENTI DI SINISTRA
Joseph A. Buttigieg
Venticinque anni fa, il 29 aprile 1975, gli USA recuperavano dal Vietnam i loro ultimi uomini, poche centinaia di persone tra personale militare e funzionari dei servizi segreti. In mezzo al caos e con una fretta poco dignitosa, gli elicotteri USA raccolsero gli americani dal tetto dell'ambasciata di Saigon - e i loro disperati collaboratori sudvietnamiti, tanti quanti riuscivano ad arrampicarsi sul mezzo - traendoli in salvo. Il giorno seguente, le forze del generale Van Tien Dung entravano nella capitale con i loro carri armati e la occupavano, ribattezzandola immediatamente Città Ho Chi Minh. Il 30 aprile di quest'anno, 20.000 persone si sono riunite nel centro della città per assistere a una sfilata che celebrava il venticinquesimo anniversario della liberazione e della riunificazione del Vietnam.
Negli USA, i quotidiani, i settimanali e le principali reti televisive hanno dedicato moltissima attenzione alle celebrazioni della presa di Città Ho Chi Minh; storici e giornalisti hanno delineato alcune riflessioni retrospettive sulla guerra e presentato diversi servizi sull'attuale situazione socio-politica e sulle condizioni economiche, non troppo rosee, del Vietnam. Nessuno di questi interventi è stato particolarmente illuminante, ma c'è da dire che nella maggior parte dei casi le cronache erano prive di rancore (un'eccezione degna di nota è stata l'articolo di Henry Kissinger su Newsweek, in cui l'autore accusa l'amministrazione di Clinton e la "comunità liberale" di non aver riconosciuto a pieno il significato della guerra fredda e, dunque, di non essere stati fedeli patrioti nella gestione della politica estera). Per le generazioni americane più giovani, la guerra del Vietnam non rappresenta neppure una memoria lontana: la conoscono soltanto dai libri di storia e dai ricordi dei genitori. Quanto alle generazioni di mezza età e a quelle più vecchie, per quanto amaro sia stato il sentimento di umiliazione militare subita dagli USA nel Sudest asiatico, ad esso è da tempo subentrato il senso di trionfo e di invincibilità prodotto dagli eventi dell'89 e dalle loro conseguenze, per non parlare del boom economico di cui il paese ha goduto ininterrottamente sin dal declino della presidenza Bush.
Questo non vuol dire però che tutti siano decisi a perdonare e a dimenticare. Agli occhi di molti conservatori, la sconfitta americana in Vietnam non è stata compensata dalla sua successiva vittoria autoproclamata nella guerra fredda. Questo perché, per la destra statunitense, il termine "Vietnam" ha sempre evocato qualcosa di più grande e di più terribile che una clamorosa sconfitta militare per mano di forze comuniste del Terzo Mondo tecnologicamente inferiori. Nel lessico ideologico della destra statunitense, la parola "Vietnam" racchiude infatti l'intero spettro dei movimenti di protesta e delle azioni organizzate di resistenza civile che hanno scosso le fondamenta della società americana tra il 1964 (l'anno della crisi del Tonchino) e il 1972 (l'anno della schiacciante sconfitta elettorale di George McGovern da parte di Richard Nixon). Gli eventi di quegli anni rappresentarono una grave minaccia alla legittimità delle pretese di superiorità morale degli USA, intaccando seriamente la sua immagine di modello esemplare di libertà e democrazia. Agli occhi della destra, i cambiamenti radicali della società statunitense - cambiamenti nelle relazioni tra i generi e le razze, nelle abitudini sessuali, nel senso di responsabilità dello stato verso i suoi cittadini più deboli, nella conduzione della politica estera, nell'interpretazione della costituzione, ecc. - innescati in quegli anni avrebbero danneggiato il benessere politico e morale della nazione a un livello tale che i loro effetti starebbero tormentando il paese ancora oggi. Secondo la destra, la dannosa eredità dei movimenti di protesta degli anni Sessanta si sarebbe radicata a tal punto nella società americana, arrivando a costituire l'orientamento prevalente tra la popolazione, che contagerebbe oggi completamente la cultura politica del paese; e a peggiorare le cose, essa è rappresentata da una figura estremamente potente come il presidente, Bill Clinton.
A chi osservi dall'esterno la scena politica statunitense, potrebbe sembrare assurdo che Bill Clinton possa essere considerato dagli americani un simpatizzante, o persino un seguace, della sinistra. Dopo tutto, questo presidente ha favorito in modo significativo la pena di morte, ha ridotto drasticamente i sussidi statali ai poveri, ha rinunciato alla promessa riforma radicale del sistema sanitario, ha sostenuto le corporation più potenti e ha ispirato la cosiddetta politica della Terza via, che è stata esportata in Europa indebolendo la sinistra in diverse parti del mondo. Allora perché la destra americana proverebbe un tale odio implacabile nei confronti di Clinton? Per farsene un'idea, basti soltanto guardare a quello che è successo a Washington D.C. il 29 aprile 2000. Quel giorno, alcune persone si sono radunate presso il monumento ai caduti nella guerra del Vietnam - quel muro di nomi che tanto severamente simboleggia il duro prezzo che la cittadinanza ha dovuto pagare per l'arroganza militaristica dei suoi leader - per commemorare i loro morti; nel frattempo, la città è stata sommersa da oltre 300.000 persone (più di tre volte il numero di persone scese in piazza a Seattle lo scorso dicembre per protestare contro il WTO, e trenta volte il numero di manifestanti riunitisi all'inizio di aprile a Washington D.C. contro il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), affluite da ogni zona del paese per prendere parte alla Millenium March a sostegno dei diritti dei gay. Secondo uno degli organizzatori, la manifestazione aveva lo scopo di ricordare ai politici, in quest'anno di elezioni, che la comunità dei gay, lesbiche, bisessuali e transessuali rappresenta il 5% del totale dei votanti. Sia Bill Clinton sia Al Gore si sono rivolti alla folla con un video già pronto per l'occasione. Il che ha scatenato la rabbia dei conservatori, costituendo un'ulteriore conferma della loro convinzione che Clinton sia un leader radicale che sta contribuendo direttamente alla disgregazione sociale e morale della nazione.
Gli attivisti e gli intellettuali della sinistra radicale sostengono con vigore il movimento per i diritti dei gay, così come appoggiano spinte analoghe a favore dei diritti delle donne, dei diritti delle minoranze etniche e così via. Ma questo significa forse che tutti questi movimenti per i diritti umani e civili, sebbene indubbiamente progressisti ed estremamente necessari, siano espressione dei politici radicali di sinistra? E il successo di questi movimenti e il grosso sostegno popolare che riescono a mobilitare sono indicativi della vitalità e della forza della sinistra radicale negli USA? Da una parte, l'origine di questi movimenti per i diritti civili può essere ricondotta ai diversi frammenti provenienti dalle battaglie della sinistra radicale negli anni '60; da un'altra parte, però, le differenze tra oggi ed allora sono enormi e decisamente significative. Negli anni '60 avremmo mai potuto pensare che una marcia per i diritti dei gay sarebbe stata sponsorizzata dalle maggiori corporation, come nel caso della Millenium March del 2000? Una simile sponsorizzazione della Millenium March del 2000 ha portato l'attivista di sinistra gay Bill Dobbs a osservare: "È ormai diventato essenzialmente un evento di marketing, in cerca di una motivazione politica. Dovrebbe essere una lotta per i diritti civili, e non un'operazione commerciale delle corporation". A ciò si potrebbe aggiungere un'ulteriore anomalia: è alquanto probabile che una percentuale significativa di chi trae beneficio economico dal successo dell'affermazione dei diritti dei gay e dei movimenti femministi sosterrà per i candidati repubblicani alle elezioni di novembre. Per quanto sgradevole possa suonare a un radical di sinistra, non è una cosa negativa in sé. Dopo tutto, lo scopo immediato delle lotte per i diritti civili - per quanto radicali possano essere le prospettive che le animano - è di assicurare che le differenze vengano rispettate e che nessun genere, razza, etnia o orientamento sessuale possa precludere qualcuno dal vedersi garantire gli stessi diritti davanti alla legge, o diminuire le sue possibilità di raggiungere l'apice del successo politico, economico o professionale. Il fatto che oggi le corporation siano disposte ad approvare apertamente gli obiettivi di un movimento come quello per i diritti dei gay è un indicatore importante di quanto la lotta per i diritti civili abbia trasformato il tessuto sociale, culturale, politico - e in certa misura anche ciò che si può definire la struttura socio-economica - degli USA.
La lotta per i diritti civili negli USA è tutt'altro che esaurita, poiché mentre i progressi compiuti nel campo giuridico e legislativo sono stati sostanziali, il razzismo, la discriminazione e l'omofobia sono ancora non soltanto diffuse, ma anche profondamente radicate in molte istituzioni e settori della popolazione. I successi conseguiti fino ad oggi sono stati possibili in gran parte grazie alla politica culturale degli attivisti e intellettuali di sinistra; e se vogliamo che i pregiudizi sessuali, razziali, etnici o di genere rimangano un fattore totalmente marginale o persino aberrante, l'impegno per una trasformazione culturale radicale dev'essere sostenuto con immutata intensità.
Sin dalla metà degli anni '70 la maggior parte della sinistra si è ritirata nel mondo accademico, da dove ha elaborato e diffuso teorie e analisi critiche di opposizione alla cultura dominante. Negli ultimi venticinque anni, una grossa parte degli intellettuali di sinistra statunitensi è arrivata così alla conclusione che cultura e politica sono ineluttabilmente intrecciate (di fatto privilegiando il primo termine); hanno lasciato cadere ogni forma di economicismo e hanno al tempo stesso rinunciato alle eredità dell'umanesimo. I classici della tradizione marxista sono stati soppiantati da una pletora di teorie e di scuole di pensiero che, in un modo o nell'altro, minacciano radicalmente i fondamenti della principale corrente di pensiero occidentale; ad esempio, la "distruzione" heideggeriana della tradizione metafisica, l'approccio decostruzionista del logocentrismo di Derrida, la critica dell'Illuminismo della scuola di Francoforte, la posizione di Foucault sul carattere immateriale e pervasivo del potere, l'ermeneutica del sospetto di Gadamer, il ripudio di Lyotard della grande narrativa, il decentramento del soggetto di Lacan. Ispirati da queste ed altre teorie postmoderne e poststrutturaliste, molti intellettuali accademici di sinistra si sono prefissi di rivoluzionare la cultura e, in questo modo, di realizzare una trasformazione sociale e politica radicale. È stato detto, non del tutto ingiustificatamente, che la ritirata della sinistra nel porto relativamente sicuro del mondo accademico abbia portato non solo al suo isolamento proprio dallo stesso strato subalterno della popolazione a cui vorrebbe ridare potere, ma anche a forme di professionismo e di intellettualismo che sono politicamente inefficaci. Eppure, l'attacco degli intellettuali di sinistra alle ortodossie morali, estetiche e filosofiche dominanti, le loro feroci critiche alle norme culturali imperanti hanno sostenuto e rafforzato le attività più "spettacolari" e apertamente politiche di coloro che si battono per i diritti delle minoranze etniche e razziali, delle donne e dei gay nelle strade, nei tribunali e nelle camere legislative a livello sia statale sia federale.
La questione tuttavia persiste: la tendenza "culturalistica" degli intellettuali accademici di sinistra è radicale e politicamente efficace, come affermano i suoi sostenitori? È una questione che ha portato ad amare polemiche e a profonde spaccature tra gli attivisti e gli intellettuali liberal di sinistra che insieme rappresentano ciò che, in mancanza di un termine più adeguato, si potrebbe definire il "blocco progressista" negli USA. Judith Butler, una delle più eminenti pensatrici femministe del mondo accademico (che ha tra l'altro apportato contributi significativi ai queer studies, "studi omosessuali"), ha affermato che le discordie che dividono oggi la sinistra negli USA hanno origine "nell'idea che il poststrutturalismo abbia tagliato la strada al marxismo", e che questo abbia fatto sorgere una "opposizione specificatamente marxista alla riduzione della teoria e dell'attivismo marxisti a mere discipline culturali", o perlomeno a quel tipo di discipline culturali associate alla teoria e alla critica poststrutturaliste. In un saggio intitolato con sarcasmo Merely Cultural, "meramente culturale" (Social Text, vol.15, nn.3&4, 1997), la Butler si propone di respingere "la tendenza a relegare i nuovi movimenti sociali alla sfera del culturale, ad accantonarli perché principalmente impegnati in ciò che viene definito il "meramente" culturale, ed interpretarli poi come fonte di dissenso, disgregazione e particolarismo". La Butler attribuisce questi atteggiamenti a ciò che considera "una rinascita della sinistra ortodossa" e asserisce inoltre che "l'ortodossia della nuova sinistra lavora in accordo con un conservatorismo sociale e sessuale che mira a subordinare le problematiche di razza e sessualità alle "concrete" questioni politiche, producendo una nuova e misteriosa formazione politica di marxismo neo-conservatore". Le accuse della Butler diventano ancora più gravi quando aggiunge: "Il motivo per cui la rinascente ortodossia potrebbe avercela con i nuovi movimenti sociali è proprio la vitalità di cui tali movimenti stanno godendo. Paradossalmente, sono proprio i movimenti che continuano a tenere viva la sinistra ad essere accusati di portare alla sua paralisi".
La massiccia partecipazione alla Millenium March per i diritti dei gay a Washington D.C. conferma ampiamente la vitalità che la Butler attribuisce ai nuovi movimenti sociali. Non fornisce, tuttavia, una prova innegabile che questi "continuano a tenere viva la sinistra". Vi sono ragioni valide e legittime - ragioni non animate dal risentimento o da tendenze conservatrici latenti - del perché alcuni rappresentanti della sinistra si rifiutino di aderire alle tesi della Butler, ossia che la lotta per i diritti dei gay e delle lesbiche (lodevole, in quanto tali diritti sono incontestabili) rappresenti, come lei stessa sostiene, una forte minaccia al "meccanismo dei ruoli sessuali nella politica economica". Se è così, allora perché le grandi corporation rischierebbero il disprezzo dei settori conservatori della popolazione appoggiando apertamente gli obiettivi degli attivisti gay? Senza dubbio, i leader delle corporation non sosterrebbero un movimento che rappresenti una minaccia seppure minima alla politica economica su cui poggia il capitalismo. La Butler potrebbe avere ragione quando scrive che "la distinzione tra la sfera economica e quella culturale non è tanto distante come può sembrare". Non ne consegue, tuttavia, che i cambiamenti radicali nella sfera culturale siano necessariamente accompagnati da trasformazioni significative nell'ordine economico esistente, né che debbano provocarle. In verità, capita spesso che gli interessi delle grandi corporation siano più favoriti da determinati cambiamenti importanti nella sfera culturale, sociale e morale, che dai tentativi di mantenere gli usi, le credenze, i valori tradizionali. Se, ad esempio, la Microsoft dovesse dare un'identità gay, lesbica o transessuale a un suo programma wizard, non guarderebbe con favore le pressioni o gli atteggiamenti omofobici, che potrebbero pregiudicare la vendita o la diffusione del programma.
In risposta alla provocazione di Judith Butler, un'altra eminente pensatrice accademica e critica sociale, Nancy Fraser, ha sottolineato: "Gli oppositori dell'eterosessismo non hanno bisogno di impegnarsi a tradurre le battaglie contro gli attacchi allo status sessuale in battaglie contro le deprivazioni di classe per affermare le prime. Non devono dimostrare che le loro lotte minacciano il capitalismo, per provare di essere nel giusto" (Heterosexism, Misrecognition, and Capitalism, in Social Text, vol.15, nn. 3&4, 1997). Nei suoi scritti, in particolare nel saggio Justice Interruptus (1997), Nancy Fraser cerca di mettere a fuoco la distinzione tra due tipi di lotta in cui è coinvolta la sinistra - la lotta contro le "ingiustizie nella distribuzione", che anima le politiche di classe della sinistra sociale, e la lotta contro le "ingiustizie nel riconoscimento", principale attenzione delle politiche dell'identità della sinistra culturale. La spaccatura tra queste due espressioni politiche è, agli occhi della Fraser, "un elemento costitutivo della condizione "post-socialista""; a suo parere, "nelle società capitaliste (...) in cui l'istituzionalizzazione di relazioni economiche particolaristiche permette un relativo sganciamento della distribuzione economica dalle strutture di prestigio, e in cui lo status e la classe possono perciò differenziarsi, il non riconoscimento e la distribuzione iniqua non sono completamente identificabili l'uno con l'altra". La Fraser suggerisce che una forma di lotta non è in nessun caso più importante né ha la priorità sull'altra. "Le ingiustizie del non riconoscimento", come giustamente sottolinea, "sono assolutamente tanto gravi quanto le ingiustizie della distribuzione". La Fraser conclude la sua risposta alla Butler con un appello all'unità: "L'attuale congiuntura politica non viene colta in modo adeguato da una diagnosi centrata sul timore di una possibile rinascita del marxismo ortodosso. Viene invece più compresa da chi riconosce giustamente, e cerca di superare, le divisioni interne alla sinistra tra le correnti socialiste/social-democratiche orientate verso la politica della ridistribuzione, da una parte, e le correnti multiculturaliste orientate verso la politica del riconoscimento, dall'altra. Il punto di partenza essenziale per tale analisi dev'essere il principio riconosciuto che entrambe le parti hanno legittime pretese, che devono essere in qualche modo armonizzate in modo programmatico e combinate in una politica sinergica. Per la giustizia sociale oggi, insomma, sono necessarie sia la ridistribuzione sia il riconoscimento; nessuna delle due basterebbe da sola".
Praticamente tutte le formazioni di sinistra condannano oggi la frammentarietà debilitante della sinistra stessa e promuovono un urgente appello a riunirsi per "una lotta comune". Il consigliere nazionale dei Socialisti Democratici americani lamenta che "la nostra organizzazione vale meno della somma dei nostri membri più competenti". Il problema è da ricondurre al fatto che nessuno è ancora riuscito a capire come riconciliare la necessità di una strategia e di una linea di azione comuni con gli appelli al rispetto del pluralismo e dell'autonomia delle diverse formazioni all'opposizione. Lo scorso anno, la National Task Force for an Independent Political Party promossa dai "Comitati di rappresentanza per la Democrazia e il Socialismo" ha redatto un documento di cui citerò ampi stralci, poiché fornisce una descrizione accurata dello stato attuale della sinistra americana: "Molte persone politicamente attive hanno riconosciuto la necessità di nuovi tipi di impegno elettorale e di nuove strutture elettorali; negli ultimi anni è nato un nuovo movimento diversificato di partiti e di organizzazioni elettorali indipendenti e progressiste. Inoltre, diversi gruppi di pressione, organizzazioni locali e alcuni organismi nazionali chiedono di dar vita a formazioni politiche ed elettorali autonome, progressiste, democratiche e su base rappresentativa. Sono apparsi sulla scena i partiti dei Verdi, il New Party, Campaign for a New Tomorrow composta da popolazione di colore, Alliance for Democracy, il now 21st Party composta dalle donne (attualmente inattivo), dozzine di partiti legati agli stati indipendenti e altre formazioni locali e regionali. Il più recente è il Labor Party, che ha potenzialmente un'ampia base e vaste risorse.... Molti attivisti di queste formazioni condividono l'eredità del pensiero, le prospettive e l'energia della Coalizione Arcobaleno, alla quale appartenevano. (...) Ciascuna formazione cerca a modo proprio di individuare e definire uno strumento elettorale alternativo che risponda in modo più diretto ai programmi politici, e un modo per rivolgere tale programma ai bisogni insoddisfatti della gente. Nonostante il numero e la varietà delle organizzazioni che lo compongono, il movimento politico autonomo progressista di sinistra resta piccolo, non uniforme, frammentato e senza un obiettivo centrale comune. Manca ancora di un comitato elettorale unitario, informato, impegnato e sufficientemente organizzato, in grado di portare le politiche progressiste sulla scena nazionale in modo efficace e di rappresentare un'alternativa seria al potere politico e legislativo". Per risolvere tale situazione, il documento propone una "alleanza per un'azione elettorale comune" che potrebbe svilupparsi in un partito politico di massa "in grado di sfidare concretamente il potere politico e di mettere in atto i cambiamenti strutturali necessari a una trasformazione radicale".
Vi sono in pratica scarsissime probabilità che la sinistra statunitense possa dare origine, nell'immediato futuro, a una formazione capace di partecipare in modo efficace alla politica elettorale. Vi sono tuttavia alcuni momenti in cui i diversi elementi della sinistra riescono a convergere e sembrano coincidere. Tali momenti - come Seattle, lo scorso dicembre, e Washington D.C., ad aprile - tendono a produrre un'ondata di ottimismo ed esuberanza, e lasciano intravedere la concreta possibilità di una grande coalizione di sinistra. Si tratta di occasioni salutari, non soltanto perché producono una visione possibile per il futuro, ma anche perché hanno un forte impatto "educativo" sulla popolazione; contribuiscono inoltre a rafforzare "l'ottimismo della volontà" della sinistra. È comunque importante che tali occasioni siano accompagnate da analisi lucide guidate dal "pessimismo dell'intelligenza": non si deve lasciare che l'esuberanza annebbi la realtà degli interessi e degli obiettivi molto diversi - e talvolta contraddittori - che muovono i vari gruppi, per quanto convergano e sembrino coincidere in questi momenti straordinari quanto transitori (per una sottile analisi delle contraddizioni latenti a Seattle, vedi l'articolo di James O'Connor, Gli Usa dopo Seattle, in La rivista del manifesto, marzo 2000). L'evidente ed urgente necessità di unità e solidarietà non dovrebbe essere usata come una scusa per proporre o sostenere un programma minimo di sinistra.
Nel suo saggio Achieving Our Country: Leftist Thought in Twentieth Century America (1988), Richard Rorty - come molti altri sostenitori dichiarati della sinistra - sottolinea la necessità di porre fine al settarismo della sinistra statunitense. Le pagine del suo libro, tuttavia, sono dense di critiche settarie sia ai marxisti sia alla cosiddetta sinistra culturale. "La retorica di questa sinistra - scrive - resta rivoluzionaria invece che riformista e pragmatica". Secondo Rorty, la sinistra dovrebbe rinunciare al suo sogno di una radicale trasformazione e, piuttosto, "tornare all'impegno per una riforma a piccole dosi nell'ambito dell'economia di mercato. Questa è stata la strategia della sinistra americana nei primi due terzi del secolo". In altre parole, Rorty vuole che la sinistra abbandoni la linea seguita a partire dalla metà degli anni '60 e riprenda la tradizione di Dewey. "Noi americani non abbiamo bisogno che Marx ci mostri l'esigenza della ridistribuzione", afferma Rorty; e per meglio sottolineare il suo rifiuto degli elementi marxisti presenti in certe correnti della sinistra americana, si dilunga in una giustificazione del suo anticomunismo e in una sfrontata difesa delle politiche della guerra fredda. Non si scusa invece minimamente per il suo appoggio alla Guerra del Vietnam, ma esprime la sua ammirazione per il movimento di sinistra che ha contribuito a porre fine a quel conflitto; tale ammirazione rimane comunque altamente contenuta. Il movimento di opposizione alla Guerra del Vietnam, a suo parere, ha portato con sé una perdita dell'orgoglio nazionale. I militanti di sinistra nel periodo della Guerra del Vietnam sono arrivati a credere, come Christopher Lasch, che "gli Stati Uniti della metà del secolo dovrebbero essere descritti come un impero piuttosto che come una comunità". Ciò che la nuova sinistra non ha capito, secondo Rorty, è che gli Stati Uniti non erano tanto un impero del male, quanto "una democrazia che combatteva un impero del male". Adesso, prosegue Rorty, è tempo che la sinistra riaccenda l'orgoglio nazionale, per riacquistare la sua fede nelle possibilità di attuare le riforme nell'ambito delle strutture politiche esistenti. È a dir poco sconcertante che un eminente intellettuale come Rorty possa proporre una sinistra riformista e nazionalistica in un momento in cui il capitale sta portando scompiglio su scala globale. È probabilmente un altro sintomo del cattivo stato in cui versa la sinistra americana.
La disavventura imperialistica degli USA in Vietnam si è conclusa trent'anni fa; ma adesso gli USA e i loro principali alleati europei sono impegnati in un'altra sventura imperialistica, cioè la subordinazione del globo al capitalismo del libero mercato. Non è il momento di tornare indietro, come Rorty suggerisce; e non è neppure auspicabile che la sinistra indugi in dispute intestine sanguinose sull'efficacia o sull'impotenza delle politiche culturali radicali. La sinistra è confusa non solo perché frammentata, ma anche perché non è riuscita, fino adesso, a realizzare un'analisi convincente ed efficace di come l'avanzata del capitale abbia contribuito alla sua frammentazione.
(traduzione di Francesca Buffo)
Joseph Buttigieg è professore alla Notre Dame University, Indiana
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