numero  7  giugno 2000 Sommario

Sulla proposta di Pintor

UN LABORATORIO IN LAGUNA
Paolo Cacciari  

Luigi Pintor, dando voce ad un'aspirazione molto diffusa tra i naufraghi della sinistra, ci sollecita a "misurare la nostra fantasia" nel far nascere presto una nuova "formazione politica" da utilizzare già nelle elezioni politiche generali del 2001. In questo scenario parlare di esperienze concrete può forse essere utile a condizione di non perdere il senso delle cose. Sarà bene quindi precisare subito che ciò che fino ad ora abbiamo fatto a Venezia è un semplice raggruppamento elettorale di più liste rosse, verdi e civiche (che ha ottenuto complessivamente il 16,5% dei voti a favore di Gianfranco Bettin, risultando determinante per l'elezione di un sindaco di centro, Paolo Costa). Davvero poco in confronto all'immane compito della costruzione di una sinistra d'alternativa, antiliberista, antigovernativa (mi accontenterei che dimostrasse autonomia di giudizio e indipendenza strategica dai governi) o più semplicemente anticapitalista "senza aggettivi" - come preferisce Pintor. Anzi; le due cose non vanno confuse. Va detto con sincerità che probabilmente molti dei partecipanti al "cantiere" veneziano non condividerebbero nemmeno questi termini e preferirebbero definirsi in un modo meno politicamente impegnativo e più in positivo: sinistra sociale, sinistra ambientalista, cattolici impegnati nel volontariato, sindacalisti di base, persone impegnate in esperienze di autogestione... compresi comunisti di tutte le versioni. In questo senso si può dire davvero che a Venezia si è vista una "sinistra plurale" che si è ritrovata assieme nell'occasione delle elezioni amministrative, ma che - seppure a ranghi sparsi - esisteva già animando nel profondo la città con molte iniziative di valenza sociale, culturale, politica. Ciò che ha spinto molte persone di questa nebulosa a ritrovarsi e a coalizzarsi (in una sorta di mini "stati generali" dei movimenti sociali veneziani) non è stata la improvvisa scoperta di una finalità di potere, di una volontà di occupazione del palazzo, ma semplicemente la necessità di tenere più possibile "sotto controllo" l'amministrazione locale per continuare ad usarla. Insomma - a costo di essere accusato di voler svilire l'esperienza veneziana - la molla che ha fatto scattare la coalizione non è stata una particolare tensione ideologica, un qualche imperativo politico, ma semmai un banale bisogno di sopravvivenza; come rete del volontariato sociale che opera nel welfare municipale, come centri sociali che occupano patrimoni inutilizzati, come associazioni e organizzazioni degli sfrattati, dei migranti, dei comitati contro il traffico e l'inquinamento, degli artisti di strada...
L'esigenza era e rimane quella di garantire l'agibilità di uno spazio pubblico locale per far vivere una società solidale, dove i cittadini possano utilmente difendere e migliorare le proprie condizioni di vita. Da questo punto di vista Venezia conferma le analisi che vengono dalla ripresa dei movimenti sociali francesi: "Questa nuova generazione di movimenti, sovente associativi e non politici, sembra voler reinventare un militantismo sul campo, forse più radicale che rivoluzionario, più attento ai risultati concreti" (J.C. Brochier e H. Delouche in: "Les Nouveaux sans-culottes. Enquéte sur l'extréme gauche", riportato da Anna Maria Merlo; il manifesto, 22/2/2000).
Non necessariamente queste esperienze devono piacere ai comunisti ed essere "politicamente corrette", solo perché vengono dal basso; sindromi minimaliste, seppure dal volto umano e localismi arcadici (come li chiama Mario Isnenghi, esperto di storia locale), possono colpire anche i movimenti che nascono con le più ferme intenzioni antagonistiche.
L'altra caratteristica del "polo rosso verde" (come è stato chiamato dai giornali) è stata la radicalità delle sue proposte programmatiche (il "no" ad ulteriori megaopere in laguna, le dighe mobili chiamate Mose, ad esempio, ha fatto molto discutere anche tra la sinistra doc), ma fin dall'inizio si è dichiarato parte (distinta, ma parte) del più largo schieramento di "centro sinistra" che qui ha lunghe tradizioni ed esperienze di governo unitario. La consapevolezza di dover confrontarsi e accettare mediazioni con le componenti più moderate della sinistra politica, evitando ogni presunzione di autosufficienza, non ha però comportato la rinuncia ad esprimere la propria diversa identità politica, a competere a viso scoperto per ottenere quote misurabili di consenso popolare (al primo turno), a pretendere di governare la città almeno su quelle tematiche (politiche sociali, politiche ambientali, decentramento amministrativo) ritenute vitali per la prosecuzione delle esperienze di iniziativa sociale e politica in corso.
A questo punto risulterà chiaro al lettore che la coalizione delle tre liste, pur funzionando da cartello elettorale, non è stata e non ha dato nemmeno l'impressione di essere un'alleanza "frontista", né della vecchia, né della nuova sinistra. I Verdi e Rifondazione, pure essendo certamente due partiti - per giunta, "molto partiti" al loro interno - sono riusciti a non apparire una alleanza di potere, come le altre. Al contrario il raggruppamento è apparso come un "antipolo antibipolarista", una voce di critica da sinistra all'iperpoliticismo della sinistra governativa, un salutare "spariglio" quando il mazzo delle carte è noiosamente impaccato.
Un tentativo, piccolo piccolo, locale locale, di intervenire sulla crisi del rapporto tra politica e società, nella convinzione, però, che senza riuscire ad offrire una modalità di partecipazione diretta, quindi praticabile "in proprio" dagli individui, alla politica, la crisi sarà destinata a perdurare. La vera scommessa di Venezia incomincia ora: riuscire a dare corpo e permanenza all'"Assemblea degli elettori e delle elettrici", che verrà articolata in ogni "municipalità", a far lavorare i "gruppi di riflessione" per la scrittura degli "statuti" dei luoghi e dei diritti, ad allargare il "Gruppo consiliare coordinato" ad altri eletti in altre liste. Insomma, dare forma e continuità ad un cantiere di idee e di esperienze capace di progettare una nuova città più inclusiva, più equa, più sostenibile, con più alti tassi di democrazia, come è scritto nella "carta" costitutiva del "nuovo soggetto plurale della sinistra veneziana".
Credo che tra di noi circolino diverse idee su come costruire la sinistra di alternativa, non necessariamente alternative. Una attende che caschi giù dall'alto un "evento" - già auspicato da Bertinotti - confondendolo con l'"avvento" dell'angelo annunciatore della buona novella: nel nostro caso la ricomposizione di tutte le diaspore comuniste; e - a quel punto - avremmo finalmente il Comitato centrale capace di scrivere il Programma comune. Un altro atteggiamento, altrettanto determinista, è di chi si attende la progressiva espansione del Partito (comunista) per via incrementale, con la moltiplicazione delle tessere, delle feste, delle petizioni, delle diffusioni... fino a "tornare" ad essere quella grande forza di massa capace di esercitare egemonia sulla società; e - a quel punto - coincidente con la sinistra di alternativa. Io credo che - oltre al Programma comune e al Partito comunista di massa, che sono certo necessari - vi sia bisogno anche di mettere in essere una modalità di agire politico praticabile dalle compagne e dai compagni, che vorrei chiamare, come fanno Becher e Costello, "azione locale dal basso". O, per usare parole che vengono dalla cultura della differenza: "forme e sedi minimali, della categoria del piccolo e del molteplice, in grado di esprimere, raccogliere e convogliare localmente l'energia sociale degli individui che si relazionano tra loro liberamente: proprietari della loro libertà" (Gigetta Rizzo Pagnin). In altre parole, la costruzione di relazioni plurime e sincretiche, conflittuali e di governo, sociali e politiche, di resistenza e d'autogestione dei bisogni ... nel cui fare convergono segmenti di movimenti, di culture politiche, di forze organizzate per interessi, di riferimenti istituzionali pubblici.
In quest'idea del fare politica attiva che coincide con il promuovere relazioni personali e sociali consapevoli (che pretendono responsabilità pubbliche e chiamano in gioco la politica), si pongono problemi grandi e nuovi per i partiti anticapitalistici, ad incominciare da quello comunista. Non ci si può accontentare di "aprire" le sedi, di "stare" nei movimenti, di "interloquire" con le culture critiche, di "mettere sotto inchiesta" la società... Anche negli slanci più generosi rimane l'idea che il compito del partito politico sia quello di scegliere i propri interlocutori (sulla base d'identikit dei soggetti della trasformazione forniti dalle dispute dottrinarie) e di tentare di rappresentarli (con il solito meccanismo della delega e dentro il quadro istituzionale che c'è dato). Qui vedo il partito ancora intrappolato in un'idea di separazione tra politica e società. Io credo invece che la costruzione di una sinistra di alternativa debba inevitabilmente passare per l'"immersione" di ciascuno di noi, dei nostri piccoli collettivi politici e delle nostre grandi organizzazioni sociali, nelle esperienze quotidiane concrete che le persone fanno per tentare di sopravvivere e di migliorare le loro condizioni, per poi ritrovare all'interno di queste esperienze - se ne saremo capaci e se le ipotesi di partenza dovessero risultare corrette - i motivi e le ragioni di un'idea di società diversa, più o meno equa, più o meno solidale, più o meno libera, più o meno comunista.








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