numero  7  giugno 2000 Sommario

Sulla proposta di Pintor

A PARTIRE DAL LAVORO
Dino Greco  

Pintor è tornato a riproporre il tema della costituzione di una nuova formazione politica che "unifichi o raccordi tutta la sinistra non governativa". E per maggiore chiarezza ne ha nominato i potenziali soci fondatori, con un'operazione del tipo: a + b + c = x.
Condivido l'intenzione ed anche l'urgenza di un'iniziativa che "destabilizzi questo quadro politico costrittivo e mortifero", e comprendo che da qualche punto si debba pur cominciare. Ma temo che non ce la caveremmo solo con uno scatto della volontà, sospinti ad unirci dal senso di una comune, imminente rovina. I prodromi dell'insuccesso elettorale erano già scritti e visibili nella realtà. Eppure ciò non è bastato a renderne avvertita neppure la parte più consapevole della sinistra antiliberista. In ogni caso, si è guardato al fluire degli avvenimenti come si osserva la corrente del fiume muovere inesorabilmente verso la cascata.
Se la strada giusta fosse quella di formulare la ricetta più radicale (combattiamo il "capitalismo senza aggettivi") avremmo da tempo risolto i nostri problemi. Invece non è così e l'annuncio di un nuovo evento a sinistra è rimasto piuttosto un'invocazione, carica di suggestioni e di aspettative, ma (per ora) sterile.
La ricerca di una maggiore coesione a sinistra si è limitata al lavoro, invero utile, ma sostanzialmente elitario, di un gruppo di persone che si centrifuga da una sede di confronto all'altra, rimbalzando da un'associazione ad una consulta, da un forum ad una redazione: tutti animati pressappoco dalla stessa ragione sociale, ma riluttanti a trovare poi un luogo, non dieci luoghi, dove dialogare e tentare finalmente sintesi condivise, capaci di alimentare esperienze ed azione politica e sociale diffuse.
Al punto che, persino di fronte ad una posta rilevante come quella dei referendum, ad un'analisi comune (ma è proprio così?) corrispondono indicazioni di voto diverse.
Per cominciare bisognerebbe che tutti rinunciassero alla presunzione che la sede buona per lavorare sia quella dove le proprie opinioni prevalgono e guadagnassero una maggiore propensione al reciproco ascolto.
Sarà pur vero - come dice Rossanda - che l'isolamento produce più chiusure che aperture, ma sull'arroccamento non attecchisce alcuna fase costituente.
Le affollate assemblee per la costituzione dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra e per la presentazione della Rivista dicono che c'è una parte della sinistra strutturata che avverte l'insostenibilità di una diaspora autodistruttiva ed un'altra sinistra - disincantata e tentata dal disimpegno - che sarebbero disponibili a reingaggiarsi in un progetto politico serio. Ma non esiste un partito dell'astensione che possa essere avocato a sé, neppure da una sinistra critica: solo una concreta prassi politica e sociale può dimostrarlo.
E per fare questo occorre un soggetto politico che - come ognuno sa - non è un'entusiastica assemblea ogni tanto, ma un'organizzazione che quella carica vitale sappia tradurre in progetto, in proposta credibile, in pratica di massa, in lavoro quotidiano: è qualcosa a cui dai vita e che trovi sul campo oggi, domani e dopo, che non funziona ad intermittenza, secondo le campagne e gli umori, che offre spazio ai movimenti, alle esperienze e ne diviene interlocutore solido, che se ne nutre e ne reinveste la carica innovativa, innestandola nella migliore tradizione comunista: tutto il contrario del settarismo, ma anche dell'improvvisazione, dell'estremismo sussultorio e protestatario, ma anche della supponenza burocratica che presume di fondare in proprio ogni verità.
Tutto ciò è necessario ed anzi indispensabile.
Ma al processo che a quell'approdo può portare bisogna dedicare più "lavoro costituente" e maggiore capacità di progetto e di iniziativa politica.
Togliamoci dalla testa che una vittoria della destra favorirebbe di per sé la nascita di un'opposizione seria.
Perché il problema è proprio quello di una linea politica "seria": se ce l'hai, essa vale tanto per il governo quanto per l'opposizione. Altrimenti non c'è penitenza che ti può rilanciare.
La perdita d'identità della sinistra di governo, lo smarrimento dei referenti sociali di un tempo, la persuasione che l'impresa privata (con le sue inossidabili leggi di funzionamento), e non il lavoro sociale, sia il motore del mondo e che il mercato sia il vero principio ordinatore dei rapporti sociali, la recidivante ossessione politicista non sono oscillazioni transitorie, ma derive profonde, delle quali non ci si libera con un esorcismo o per effetto di uno shock elettorale. Quando perdi l'autonomia non la riconquisti con un colpo di reni. Per questo la sconfitta del 16 aprile produce panico, ma non riflessione, ulteriore rincorsa a destra, ma non cambiamento.
La dislocazione politica della sinistra moderata è il risultato di una egemonia reale del capitale sull'insieme della società, non lo sbandamento transitorio di una scelta tattica sbagliata.
Per questo durerà. E lo stesso vale per il sindacato che non dismetterà - di fronte ad un governo di destra - la propensione a-conflittuale e subalterna di questi anni: siamo ben oltre la tradizionale dialettica laburista governo amico-collateralismo governo nemico-antagonismo. Siamo ad una mutazione che investe direttamente la cultura economica e quella sociale, che ridisegna l'idea di rappresentanza e la stessa concezione della democrazia, reiscrivendola nel solco del pensiero liberale.
Da qui, credo, dobbiamo partire. Senza farci atterrire da un compito così gravoso e senza l'illusione di facili rimonte. L'ottimismo degli entusiasti è nocivo come il pessimismo dei depressi, produce la stessa perniciosa inerzia: gli uni credono che le cose si fanno da sole, gli altri che tutto è una passione inutile.
Una seconda osservazione riguarda la linea discriminante che include o esclude gli interlocutori possibili. La fretta di tracciare nuovi confini non si concilia con un processo costituente aperto e dà l'impressione che esista già un socio di maggioranza. Evitiamo che si riproduca lo schema fuorviante per cui la sinistra "doc" è per definizione antigovernativa e vocata all'opposizione.
La critica alla sinistra moderata non riguarda l'assunzione di responsabilità di governo, ma la sua coazione a governare comunque, la sua stupefacente indifferenza programmatica, la sua degenerazione liberista.
Non so dire (e chi lo potrebbe seriamente) se mai nel futuro sarà possibile rimontare il carattere duale della sinistra italiana. Credo però che se esiste una chance, questa non consiste nel ricomporre ciò che non sta (ancora) insieme, ma nel superare - attraverso la costruzione del progetto e di una consistente pratica politica e sociale - quella divaricazione a sinistra che ha inaridito tutte le fonti e che ha spinto ogni spezzone a produrre non il meglio, ma il peggio di se stesso.
2. Determinante è tornare a rappresentare il lavoro subordinato. Tutto quanto: quello autoctono e quello immigrato, quello stabile e quello precario.
Si può, eccome.
È una vera fola che i lavoratori siano irreversibilmente inglobati nella logica d'impresa.
Certo, se tutti fanno a gara a spiegar loro e a praticare la precarizzazione di massa come virtù, come condizione dello sviluppo e del bene comune, se il sindacato rinuncia ad esercitare persino la sua funzione di autorità salariale, se la stessa politica dei redditi (che pure una qualche redistribuzione della produttività del lavoro la presuppone) è considerata un lusso, allora può accadere che anche l'operaio si persuada a giocare le sue carte nella roulette della borsa valori, nella ricerca individuale del colpo fortunato, piuttosto che in un progetto emancipativo e in una crescita collettiva che nessuno gli propone più.
Non è affatto detto che il lavoro subordinato, tutt'altro che in estinzione, sia destinato a frammentarsi nel ginepraio inafferrabile dei "lavori atipici".
È vero invece che la scomposizione del lavoro e la perdita di diritti che ha accompagnato la concentrazione del capitale è stata subita e persino favorita come effetto inevitabile della modernizzazione. È vero invece che è sortita una costellazione di facezie sulle straordinarie opportunità che la liquidazione dei diritti (spacciati per anacronistiche rigidità o per privilegi) offrirebbe alla mobilità sociale del lavoro.
È vero invece che ha libera e spesso incontrastata cittadinanza una sociologia d'accatto - fondata sul nulla - che accredita un'inesistente propensione antropologica dei giovani per il saltuario, per il provvisorio, contrabbandati come tendenza evolutiva verso una vita più dinamica e ricca d'individualità.
Come può sopravvivere la percezione di un'identità collettiva, di un comune destino da conquistare quando se ne disintegrano deliberatamente i presupposti?
Come meravigliarsi della crescente estraneità politica e sociale di tanti giovani se ogni giorno si racconta loro che la competizione - traslata dai rapporti fra le imprese alle relazioni sociali - è il sale della vita, il solo modo per affermare se stessi, per conquistarsi un avvenire?
Rappresentare il lavoro subordinato comporta che si torni ad occuparsi di quel pianeta inesplorato che sono le concrete condizioni di lavoro, per scoprire e far scoprire che gli interessi di un metalmeccanico a posto fisso non sono "naturalmente" più prossimi a quelli del suo padrone di quanto non lo siano a quelli di un "interinale", di un assunto a tempo determinato, di un lavoratore dei servizi appaltati ad una cooperativa o di un immigrato "in nero" che chiude la catena dei senza diritti.
Rappresentare il lavoro subordinato significa riaffermare il carattere duale della produzione, della realtà sociale e degli interessi che vi sono sottesi, ricominciare a pensare che l'impresa non si occupa del bene comune, né quando gestisce la forza lavoro, né quando decide come, dove e a quali condizioni allocare gli investimenti. E ridare senso e spessore alla critica di una politica che ha delegato alle imprese tutto, compresa la lotta alla disoccupazione attraverso la più tradizionale (e fallimentare) delle ricette liberiste: flessibilità + detassazione, che ha retrocesso lo stato a funzioni gregarie e che ora vorrebbe espiantare la Costituzione del '48 per sostituirvi, anche formalmente, la nuova mitologia mercatista.
Questo si deve e, soprattutto, si può fare.
Per dirne una, non è sovrumano spiegare che il modello che produce (in una città come Brescia) cinquantamila miliardi di fatturato al prezzo di venticinquemila infortuni l'anno è un modello perverso perché sancisce il divorzio fra sviluppo e progresso.
Certo, non basta pontificare. Occorrono strategie politiche e sindacali, voglia e capacità d'invenzione e d'iniziativa. Con la tenacia della goccia che batte, giorno dopo giorno, e con il coraggio, al momento maturo, di gesti di rottura.
E il centro? E le componenti moderate?
Fra la fine degli anni '60 e la metà dei '70 gli operai conquistano: il diritto di assemblea e l'abolizione delle gabbie salariali, le 40 ore settimanali con il sabato libero e l'1% di contribuzione delle imprese per investimenti sociali, le 150 ore per il diritto allo studio e il valore unico della contingenza a 2.389 lire al punto.
Dentro le lotte di quegli anni straordinari vive, anche con tratti radicali, un'idea generale di società che diventa cultura di massa, che produce partecipazione e democrazia e che si riverbera sull'insieme della società e sulla politica.
È in quell'arco temporale così breve che il parlamento approva la legge che tutela il lavoro degli invalidi e lo statuto dei lavoratori, la legge sulle lavoratrici madri e la riforma delle pensioni, quella della sanità e della casa, del fisco, della psichiatria.
È in quel periodo che si ha la massima espansione del consenso intorno al movimento operaio. È in quel crogiuolo che una prospettiva generale di cambiamento conquista altri ceti sociali, strati di piccola borghesia ed un'intera generazione di intellettuali. È lì che la sinistra raggiunge l'apice della sua influenza sulla società italiana.
Non ricapitolo queste cose per sentirmi sentenziare che non è con la nostalgica rievocazione di un passato tramontato che si trovano le risposte per una realtà sotto ogni aspetto così profondamente mutata.
Lo faccio per sottolineare un punto per me decisivo.
Per coltivare una ragionevole speranza è necessario che il mondo del lavoro rientri in campo.
Non esistono altri protagonisti immaginari che possono surrogare questo ruolo.
Solo con idee e progetti forti si può sperare di suscitare interesse ed entusiasmo, solo con un nitido progetto di cambiamento si possono mobilitare energie. Imitando e riciclando gli stilemi della politica corrente, rendendo gli schieramenti intercambiabili e omologati, ci si condanna senza scampo e con pieno merito alla residualità e al tramonto, allo stucchevole teatrino politicista dentro il quale, a ben vedere, non accade mai niente perché tutto è già successo. Quando non si possiedono idee proprie si finisce fatalmente per inseguire quelle altrui.
Può darsi poi che - prima o dopo - qualcuno in qualche modo ricominci. Ma la Gran Bretagna è lì ad ammonirci che i tempi possono essere indefinitamente lunghi e i prezzi enormi.
Forse conviene preparare un'altra storia.








Inizio Sommario