Sulla proposta di Pintor
SE NON ORA
QUANDO?
Gianpasquale
Santomassimo
Credo che in questi termini si possa riassumere il senso della nuova "lettera ai compagni" di Pintor e dell'urgenza che rende esplicita attorno a un processo di riaggregazione della sinistra. Urgenza che è condivisibile e motivata, e muove a una proposta che credo si debba intendere in forma aperta e non preclusiva, aiutati in ciò dal tono volutamente colloquiale, disarmato e disarmante, che Pintor ha voluto dare al suo appello.
Noto innanzitutto che a differenza del dibattito dell'estate scorsa, rivolto essenzialmente ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti della sinistra (e anche per questo risultato improduttivo, anche se non inutile) il nuovo appello si rivolge a soggetti più ampi (anche se più delimitati, a mio avviso, di quanto sarebbe opportuno) ed è rivolto in primo luogo al "popolo degli astenuti". Che è effettivamente il punto da cui ripartire.
Esiste oggi infatti in Italia una sinistra di massa che non trova rappresentanza politica. È questo il nodo fondamentale da cui dipende ogni possibile ragionamento politico a sinistra. Occorre partire dalla constatazione elementare che ormai il principale partito della sinistra in molte realtà italiane è divenuto, di fatto, il "partito degli astenuti".
Per la prima volta nella storia di questo paese l'astensionismo di massa è un fenomeno che riguarda la sinistra assai più che la destra. È in ogni caso questo il serbatoio di intelligenze, di passioni, di bisogni e di soggettività a cui rivolgersi se si vuole avere qualche minima chance di sconfiggere la destra in Italia.
Non esiste un travaso di voti e di consensi da sinistra a destra, almeno per il momento: anche se quest'esito non è da escludere se questa deriva centrista proseguirà a lungo. Ma per ora la destra non guadagna neppure un voto in termini numerici; avanza in maniera trionfale nelle percentuali dei votanti unicamente perché una massiccia e motivata astensione penalizza la sinistra.
Una astensione che non è frutto di qualunquismo, di disinteresse, di fuga dall'impegno possibile, ma che è semplicemente espressione della impossibilità di esprimersi nell'attuale quadro politico; che contiene in sé una forte domanda politica e una volontà di resistenza alla omologazione, e al tempo stesso il giudizio più severo possibile su una sinistra che non riesce a comprendere volontà e propositi della sua stessa base naturale e obbligata.
Questa sinistra di massa non riesce a immedesimarsi, a conferire un senso alla finzione di un bipolarismo fondato sulla contesa tra un liberismo di sinistra e un liberismo di destra (quando va bene, perché il più delle volte nel merito dei problemi concreti i due schieramenti tendono a confondersi e omologarsi).
Una sinistra nuova, fatta di generazioni diverse, che a distanza di molti anni dall'Ottantanove rifiuta di farsi inchiodare al passato, guarda con legittima inquietudine al futuro e non sente, né ha mai avvertito, le ossessive esigenze di "legittimazione" che il ceto politico postcomunista ha subìto e continua a subire in forme a volte patetiche.
Che è consapevole dell'impossibilità, già ampiamente maturata ed elaborata, di riproporre il vecchio armamentario delle ricette della sinistra novecentesca, ma che non è disposta a smarrire il legame con le aspirazioni, i sentimenti e i bisogni di cui si è nutrita la storia della sinistra in questo secolo.
Una sinistra nuova e diffusa che nei confronti di ciò che resta del maggiore partito organizzato della sinistra non avverte neppure più, a distanza di tanti anni, sensazioni e moti d'indignazione per presunti "tradimenti", cedimenti, abiure. Ma che ha ormai maturato una sensazione di completa, totale estraneità nei confronti della sinistra di governo, dei suoi programmi, della sua logica, del suo orizzonte culturale, del suo stesso linguaggio e della sua prassi quotidiana. E che ha maturato anche una altrettanto definitiva indifferenza nei confronti delle sorti di quel partito, Pds o come si chiama, delle sue fortune elettorali, delle sue vicende interne, delle sue correnti fantasma. Che non per questo lo ritiene un nemico da battere o l'oggetto della polemica più assidua - chi se la sente di sparare sulla Croce Rossa? -, ma semplicemente qualcosa di definitivamente e irrevocabilmente altro da sé.
Oggi che il lungo carnevale "nuovista" si è concluso con una schietta e impudente restaurazione craxiana, sarebbe il caso di fare punto e riflettere in forma distesa sulle alterne convulsioni vissute dalla sinistra in questo paese. Credo che la rivista del manifesto dovrebbe proporsi fin da subito questo compito. Per ora basti notare che da Amato ad Amato, dal '92 al 2000, si è concluso un ciclo nel quale sono state bruciate molte speranze e, anche, molte illusioni. In gran parte sincere, vissute con partecipazione autentica, e sulle quali sarebbe ingiusto infierire e di cui vanno recuperate le istanze positive. Tra i molti naufragi definitivi che possono essere segnalati c'è comunque soprattutto quello dell'idea di una transizione del paese e di una trasformazione della sinistra affidata alla politologia miracolistica e improvvisata di meccanismi elettorali sempre più oligarchici, in contrasto violento con la storia e le tradizioni della democrazia italiana, fatta di una pluralità di culture e di esperienze che andavano e vanno intese come una ricchezza a cui attingere e non un'anomalia da cancellare.
A conclusione di questo ciclo, la sinistra di governo si autoassegna nulla più che il ruolo di portatrice d'acqua per coalizioni centriste, e dopo avere introiettato un fattore K ereditario si autoesclude per "una quindicina di anni" dalla possibilità di guidare governi e maggioranze. Ma basteranno quindici anni, se la disposizione culturale è questa? E durante questo lungo purgatorio un ceto politico che aveva puntato tutto sulla governabilità e sull'uso delle leve del potere riuscirà a trattenere ciò che resta del suo elettorato? Nell'immediato, la prospettiva di una contesa elettorale fra schieramenti guidati dal braccio destro di Craxi e dal compare di Craxi non appare in grado in alcun modo di rimotivare la sinistra, né "vecchia", né "nuova".
Dopo oltre dieci anni è inutile illudersi di poter ricomporre a sinistra un quadro che si è dissolto in maniera definitiva. Un decennio è un arco temporale molto lungo, interminabile se ripensato nella sua scansione quotidiana di momenti e di scelte. Nel 1914 Mussolini e Matteotti erano iscritti allo stesso partito, dieci anni dopo le cose erano molto diverse: ma non voglio insistere su quest'analogia, del tutto sgradevole, che serve solo a ribadire il senso di una durata e delle trasformazioni che al suo interno possono delinearsi. Ma anche per questo è sorprendente che un tempo così lungo non sia bastato alla sinistra di governo per elaborare il suo distacco dal passato e per superare le ansie di legittimazione. Del resto, se dopo aver condotto in prima persona una guerra stupida e criminale al servizio della Nato si sente ancora il bisogno di cercare una legittimazione dal colonnello Pappalardo, è probabile che questo psicodramma non avrà mai fine.
Il percorso da avviare, urgentemente, a sinistra dovrebbe coinvolgere il fronte più ampio possibile; con la disponibilità culturale e politica rivolta a produrre il più vasto e coraggioso rimescolamento di carte, di tradizioni, di esperienze (e anche di rendite di posizione e di pigrizie acquisite) che sia possibile. L'idea di una Costituente ha senso solo se intesa come apertura di un processo non predeterminato nella sua composizione e nei suoi esiti. Devo dire, in tutta franchezza, che se i soggetti da coinvolgere fossero solo le aree di disagio e di opposizione "anticapitalistica" suggerite da Pintor non vi sarebbe, in effetti, alcun bisogno di convocare una Costituente: basterebbe rivolgere un alto ed accorato appello ad aderire a Rifondazione comunista. Detto questo, aggiungo anche che condivido la funzione centrale che Pintor assegna a questo partito, nella consapevolezza che una ricomposizione della sinistra non può essere attuata né senza né tantomeno contro l'unica forza organizzata della sinistra non governativa.
Ma è inutile nascondersi che questo partito esiste anch'esso da quasi dieci anni, ha svolto una funzione importantissima di rappresentanza, di testimonianza e di lotta, è stato tributario dei nostri voti in forme molto superiori ai consensi effettivi alla sua linea, ma non è riuscito a configurarsi come una alternativa e una proposta credibile. Ha vissuto anch'esso, e non a caso, un'erosione da parte delle astensioni di massa a sinistra, ha conosciuto due scissioni nate entrambe dal problema, evidentemente non esorcizzabile, del possibile contributo all'indirizzo generale del paese.
Proprio gli esiti dell'ultima scissione possono indurre a una riflessione sulla prospettiva. Registriamo il sostanziale e inequivocabile fallimento dello spezzone di Rifondazione che ha scelto la via di una "governabilità" che ha finito per prescindere dai contenuti dell'azione di governo. Anche qui con molte energie e soggettività autenticamente e sinceramente volte al fine primario, pressoché unico, di "sbarrare la strada alla destra".
Solo che si è dovuto constatare che sbarrare la strada alla destra - come si usa dire - è possibile solo rimotivando l'elettorato di sinistra e offrendogli una prospettiva di cambiamento che non sia la semplice opzione del "meno peggio".
Quanto a Rifondazione, il suo problema di fondo è riassumibile nell'incapacità finora manifestata di mettersi in gioco e di uscire dalla prigione della rappresentanza esclusiva della cosiddetta "sinistra antagonistica" che essa stessa si è costruita, per parlare a tutta la sinistra e coinvolgerla in un progetto credibile.
Questo ci riporta all'interminabile querelle delle due sinistre. Esistono in forma definita e irreversibile due sinistre? Una sinistra di governo e una sinistra antagonistica? Credo che questa scissione si sia manifestata nei fatti, e che non sia riassorbibile in tempi brevi e in forme indolori. Ma prenderne atto non significa accettare con compiacimento questa divisione di ruoli. C'è infatti un pericoloso appagamento reciproco nella teoria delle due sinistre. Dove ognuno appare abbastanza soddisfatto del ruolo che svolge, quasi in una tacita divisione dei compiti. Lasciateci governare - finché possiamo -, e per il resto protestate pure, rappresentando quella quota fisiologica di disagio che è inevitabile in ogni società complessa.
In realtà non riesco a vedere nulla di nuovo in questa teoria. Vedo più che altro la riproposizione di una lacerazione antica e inconcludente del movimento operaio italiano, che la migliore tradizione comunista aveva tentato di superare. La riproposizione del tutto anacronistica della scissione tra riformismo e massimalismo nei loro aspetti più stucchevoli e deteriori, e con la coazione a ripetere comportamenti di cui pure si conosce a memoria la debolezza. Omologazione al presente da un lato, massimalismo testimoniale e privo di sbocchi dall'altro.
In ogni caso emerge da entrambe le parti la convinzione che il presente è immodificabile, che ci si può solo adeguare, farsi trascinare dall'onda, o testimoniare ribellione ed estraneità. Bisognerebbe tornare a quella capacità di "fare politica" e di proporre soluzioni che è stata una delle connotazioni storiche più valide e originali dell'esperienza comunista negli anni della Repubblica.
Qui non si tratta di chiamare a raccolta ciò che resta del vario estremismo italiano. Si tratta, al contrario, di unificare a sinistra tutte le persone ragionevoli che all'estremismo si oppongono. Cosa c'è di più estremistico che bombardare per due mesi e mezzo un paese inerme? Cosa c'è di più estremistico che smantellare lo stato sociale in nome della competitività di individui e gruppi in lotta darwiniana per emergere e trionfare sui più deboli? Cosa c'è di più estremistico che distruggere ogni senso residuo di solidarietà sociale spronando allo scontro fra generazioni, dei figli contro i padri, dei giovani disoccupati contro il "privilegio" di chi si guadagna da vivere lavorando?
C'è un campo di soggettività, di intelligenze e di pratiche molto più ampio di quello a cui per istinto si è portati a pensare quando si evoca una dimensione di "sinistra anticapitalistica". Ci sono consapevolezze maturate lentamente e precipitate solo negli ultimi due anni attorno all'insostenibilità della strada intrapresa dalla sinistra italiana a cui va fatto appello senza porre steccati e pregiudiziali.
Ci sono oggi moltissime iniziative che vanno nel senso di una ricomposizione e che si muovono, e a volte si sovrappongono, in tutta Italia. L'Associazione per il rinnovamento della sinistra e la stessa Rivista del Manifesto hanno funzionato da strumenti di aggregazione, con iniziative affollatissime. Dove si è registrata tutta la diversità di linguaggi e di esperienze vissute oggi nella sinistra diffusa, e la difficoltà di ricomporle, ma anche la sensazione che non si partirebbe da zero. Esiste un minimo comune denominatore di cui si ha sempre maggiore consapevolezza, che non è solo rifiuto, opposizione, disagio. Che non è solo il "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" che pure di per sé basterebbe a connotare un'area molto vasta della società.
Ma che è anche l'aspirazione a una società più libera e meno liberista, la difesa e il rilancio di una forma di civiltà europea fondata sulla dignità e la tutela del lavoro, e la volontà di impegnarsi, o tornare ad impegnarsi in direzione della giustizia sociale.
Occorrerebbe fare quello che in parte la destra è riuscita a fare: rinnovarsi facendo emergere dalla società nuovi quadri politici. La destra esprime ciò che può, in termini culturali e istituzionali, ma con un'indubbia corrispondenza fra i suoi eletti e la sua cultura diffusa.
A sinistra, si tratta ormai di sostituire pressoché in blocco un ceto politico che ha fatto fallimento e che è privo di credibilità e di prospettive. Selezionata in passato sulla base del conformismo e del grigiore, questa classe dirigente non ha più la capacità neppure di leggere i dati elementari della realtà. Continuano a ritenere di dover conquistare il centro, di poter battere la destra acquisendone i programmi, e non sembrano accorgersi della voragine di consensi che si è spalancata, da tempo, a sinistra. Non si tratta di aver "perso le antenne", si tratta di non averle mai avute, di averle sostituite con gli occhiali deformanti della pressione interessata di una "stampa amica", che ha diretto e condizionato dall'esterno un gruppo dirigente privo di consistenza culturale e di visione politica autonoma.
Dopo aver incalzato per distruggere quanto restava dell'identità e dell'insediamento del movimento operaio, i consiglieri del principe rimirano oggi il risultato catastrofico dell'avvento imminente di una destra pronta a farsi regime. Ad essi va rivolto l'invito a non perseverare nel farsi e farci del male. A tanta parte del ceto politico della sinistra di governo verrebbe voglia semplicemente di ripetere l'invito impietoso che il tanto evocato Carlo Rosselli rivolgeva ai vecchi dirigenti socialisti che avevan fatto fallimento consegnando il paese in mano ai fascisti: fatevi da parte, non intralciate con la vostra permanenza il compito di ricostruire la sinistra.
Una nuova "formazione politica" - il termine volutamente indistinto e provvisorio che Pintor ha usato, e che può significare partito, federazione, cartello - è più che mai urgente, indispensabile e indifferibile. Senza mettere in campo la sua forza reale, che è largamente superiore ai risultati elettorali degli ultimi anni, la sinistra non può sperare di spostare gli equilibri del paese e di tentare di battere la destra. Oppure in ogni caso di costruire un'opposizione credibile e incisiva, per quella che rischia di configurarsi come una lunga resistenza politica e culturale. Chi s'illude a sinistra che convenga lasciare le cose come stanno e che dopo una sconfitta possa rinascere una sinistra più combattiva e rigenerata non fa i conti con l'effetto disgregante e lacerante che avrebbe oggi in Italia una sconfitta contro questa destra, consumata senza neppure tentare di invertire la tendenza, consegnando alla destra la vittoria senza lottare.
La sfida a cui la sinistra è chiamata è una sfida anche contro il tempo, che sappia invertire una lunga propensione alle frammentazioni, riacquistando un senso unitario del ruolo della sinistra che è fatto in primo luogo di disponibilità culturale e di apertura politica.
E se non ora, quando ?