numero  7  giugno 2000 Sommario

Editoriale

LA SECONDA SCOSSA
Direzione  

È forse esagerato dire che una risata li seppellirà. Hanno molte risorse che li proteggono. Ma per questa volta sono naufragati nel ridicolo. Parliamo non solo dei referendari, avvezzi all'avventura, ma dei padroni di Confindustria allenati a calcolare il rischio; dei dirigenti Ds, pur cresciuti in una scuola di prudenza; e dei direttori dei più grandi giornali, di solito pronti, con la scusa dell'indipendenza, a non compromettersi in prima persona. Avevano scommesso tutta la posta su un quorum, convinti di avere ormai convinto, col martellamento di un decennio, la maggioranza degli italiani che nuove dosi di uninominale maggioritario avrebbero curato tutti i mali, e di aver conquistato i giovani, i precari, i padroncini, al mito della flessibilità. Non conta solo che hanno perso, conta la misura della sconfitta: 30% di votanti e 70% di astensioni, tre province che raggiungono a stento il quorum contro cento che lo mancano.
Ora dicono: astensionismo, come crisi della politica, apatia, disinformazione. Una pietosa bugia. L'astensionismo come malattia endemica e crescente c'era e c'è: anche se finora era stato considerato da loro fenomeno fisiologico, quasi utile, in una democrazia moderna e "occidentale". Questa volta comunque si tratta d'altro. Lo scorso aprile ha votato il 70% degli italiani, e già allora una parte notevole dei nuovi astenuti esprimeva non indifferenza, ma un rifiuto e una protesta attiva. Come si spiega allora, che in un solo mese le astensioni passino dal 30 al 70%? Effetto delle scelte di alcuni partiti, che all'improvviso, magicamente, recuperano il potere carismatico di trascinare i loro elettori contro le loro spontanee convinzioni? O più plausibilmente del fatto che milioni di elettori hanno capito che non è con drastiche riforme della legge elettorale che si risana un sistema politico degenerato, constatano gli effetti perversi dell'uninominale maggioritario, avvertono che non è la libertà di licenziare che può assicurare nuovi posti di lavoro?
Non solo: ma quel 30% di votanti è esso stesso ingannevole per eccesso. Somma infatti coloro che sono andati a votare per il quesito elettorale, a quelli che ci sono andati per quello sui licenziamenti, o semplicemente per "fermare Berlusconi". E se poi a quella cifra si sottraggono i no, si constata che ormai solo 10 milioni di italiani su 48 chiedono un di più di maggioritario, e solo quattro milioni su 48 hanno detto di sì al quesito sui licenziamenti. Negare a questo risultato il carattere di un netto e consapevole rifiuto politico - sia pure prodotto da forze diverse, con non coincidenti motivazioni, e anche avendo in testa diverse risposte - è semplicemente insensato.
Come sempre un no in un referendum non basta. Per sua natura, esso rimanda la palla al parlamento. E qui i giochi si riaprono e diventano più complicati.



Quello su "una nuova legge elettorale", anzitutto. E i referendari sono già in campo, per i tempi supplementari, cioè per svuotare o rovesciare il risultato, contando sull'eterogeneità di coloro che "hanno vinto", e anche sul fatto che la legge attuale sopravvissuta non funziona bene, ha prodotto effetti deludenti, non piace neppure a chi l'ha preferita al peggio.
Prima ancora di iniziare il discorso, si impone una discriminante elementare. Una nuova legge elettorale sarebbe stata opportuna, o necessaria, quale che fosse stato il risultato referendario. Ma ciò non vuole dire che possa prescinderne. Se dovesse servire a procedere nella stessa direzione che il quesito referendario suggeriva sarebbe, oltre che imbroglio politico, un abuso costituzionale. E tale sarebbe appunto, come qualcuno propone, un sistema che aggiungesse all'attuale sistema uninominale maggioritario, magari riducendo la parte di quota proporzionale, un premio di maggioranza e l'elezione diretta del presidente del consiglio.
Una soluzione si può e si deve invece trovare - ma è probabile che non la si trovi - entro lo spirito del pronunciamento avvenuto, e al suo interno si può far valere anche quell'esigenza di stabilità del governo e di chiarezza di alternative che pure esiste ed è riconosciuta. Una base di partenza esiste, ed era già stata proposta: una legge elettorale "alla tedesca" che contempera efficacemente rappresentanza e stabilità. A parole tutti cominciano a convenirne dopo avere a lungo rifiutato di discuterne. Ma appunto a parole, perché reticenza e imbroglio già emergono. Legge alla tedesca significa infatti due cose chiare: è un sistema proporzionale corretto da due elementi che non contraddicono il principio generale: lo sbarramento del 5%, e la sfiducia costruttiva. Sarebbe un sistema coerente, che funziona; e non ci sarebbe ragione di aggiunte. Ma se, per avere il necessario consenso in questo parlamento, o per correggere l'attuale frammentazione del sistema politico italiano, si volesse aggiungere un modesto premio per la coalizione di maggioranza, o l'indicazione - non l'elezione - di un premier che altrove è semplicemente prassi sperimentata, se ne potrebbe seriamente discutere. Ma il presidenzialismo di cui pure si parla, è altra cosa, esautora di fatto il sistema parlamentare, cambia di segno all'insieme: la sostanza del quesito appena sottoposto al voto sarebbe di fatto resuscitata, anziché respinta.
La seconda partita che si riapre riguarda la legge sui licenziamenti. Qui la controversia è ancora più netta, e il risultato più incerto. Quel quesito referendario era solo la punta di una offensiva più vasta: su precariato, sistema sanitario, lavoro interinale ecc. Il voto non solo lo ha bloccato, quel referendum come gli altri, ma, nei voti espressi, ha chiaramente prevalso il no. In parlamento però anche molte delle forze che hanno chiamato all'astensione generale su questo quesito condividevano il sì e, se dovessero domani conquistare il governo, andrebbero per le spicce. Allora si tratta, subito, di fare leva su un risultato così esplicito per porre paletti più resistenti e duraturi: approvando ad esempio senza ulteriori rinvii o mediazioni al ribasso la legge sulle rappresentanze sindacali, o nuovi provvedimenti a tutela dei diritti non solo dei lavoratori stabili ma di quelli variamente precari. E di costruire con il sindacato e nel sindacato forze e orientamenti capaci di reggere futuri e duri confronti.



Del tutto aperto, e molto più difficile, resta invece, dopo il referendum, il problema della prospettiva politica in un futuro ravvicinato. Alle elezioni politiche manca ormai solo un anno, forse solo mesi. L'indubbia abilità di Berlusconi, e l'insipienza con cui il centro-sinistra ha reagito al risultato delle regionali e i Ds si sono immolati sull'altare del maggioritario, hanno ulteriormente reso più fosche le previsioni. Allo stato dei fatti è del tutto improbabile rovesciare in pochi mesi il corso delle cose. Il centro-sinistra, insieme a Rifondazione, può contare sul 43% dei voti a livello nazionale contro il 53% del Polo. Senza Rifondazione solo sul 38%. Confermando la scelta attuale di un ulteriore spostamento al centro - nel programma e nel leader - l'accordo con Rifondazione diverrebbe impraticabile, e poi non basterebbe neppure a sommare gli elettorati rispettivi né a recuperare astensioni. Anche una correzione effettiva di linea e di comportamenti, che per ora non si intravede neppure, difficilmente avrebbe nell'immediato effetti risolutivi. Ma è altrettanto evidente che una sconfitta alle politiche oltre a dare in mano il paese a una destra avventurosa e incapace, avrebbe effetti più devastanti e duraturi: quasi certamente produrrebbe una frana sul versante delle forze centriste, pronte a prendere il volo, e una crisi organica della "sinistra di governo".



Il tema prioritario, che il referendum aiuta a segnalare e impone di affrontare, è allora: come evitare che una probabile sconfitta diventi un disastro? E per questo occorre che già prima delle elezioni politiche muova i primi passi un progetto di ricostruzione della sinistra, una sinistra plurale che ritrovi maggiore unità, definisca un programma comunemente accettabile ma riconoscibile dai tanti che l'hanno abbandonata per astenersi, ed una presenza radicata e diffusa nel paese reale.
Ma una sinistra "plurale" - come l'esperienza francese dimostra in positivo, e quella spagnola in negativo - ha un senso e qualche speranza solo se non si improvvisa come operazione tattica, dell'ultimo momento, e per stato di necessità. Ora quindi - e non dopo il 2000 - dovrebbe avviarsi in modo esplicito un dibattito, una riflessione radicale nella "sinistra di governo" che rimetta in discussione non le tattiche, ma l'intera strategia praticata per un decennio e che si è conclusa in modo disastroso, con un declino di forza e una marginalità di ruolo. Senza una svolta è facile prevedere una crisi radicale dei Ds (e della stessa Cgil).
È possibile che questa svolta si avvii in quel partito? E' molto difficile: perché si sono ormai radicati profondamente al suo interno altri orientamenti strategici, su di essi si è compromesso l'intero gruppo dirigente, si è inoltre modificata la costituzione materiale del partito (e del sindacato). Lo stato di pericolo evidente può stimolare, ma anche deprimere.
Decisivo diventa allora, almeno altrettanto, ciò che avviene, o può rapidamente avviarsi, per ragioni analoghe, nel settore della sinistra di opposizione. Nel suo insieme, e con la sua stessa pluralità, essa non è una forza irrilevante almeno potenzialmente, a livello sociale e anche elettorale. In Italia e altrove: come ha dimostrato Livingstone. Il risultato del referendum lo conferma. Ma anche questa parte della sinistra conclude il decennio frammentata, indebolita, generosa nella sua resistenza e nella sua testimonianza, ma manchevole nel progetto, nella cultura, nei quadri, e soprattutto nel suo rapporto di massa.
L'accelerazione estrema dei processi in atto dovrebbe anche qui stimolare uno scatto di volontà, una scelta di rilancio su basi nuove. Non stiamo parlando di catarsi, di improvvisazioni organizzative, di autoscioglimenti avventurosi. Tanto meno proponendo la raccolta di resistenti che rappezzi i cocci di una crisi. Ma di un coraggioso rinnovamento dall'alto e dal basso, che la metta in grado, quantitativamente e qualitativamente, di intervenire su un terremoto che generalmente investe tutta la sinistra e il suo popolo, per aiutare un lungo ma urgente lavoro di ricostruzione. Su questo tema la Rivista ha già avviato nello scorso numero e testardamente intende continuare, un confronto. Se non ora, quando? Chi può ancora dire, in buona coscienza, "ciò non mi riguarda, sto come sto", chi nei partiti, chi nei sindacati, chi nei giornali, nelle associazioni, nei movimenti, così come sono, o a casa, per conto proprio, lamentandosi di tutto e di tutti?








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