numero  6  maggio 2000 Sommario

Polemiche

ELOGIO DELL'INDIVIDUO SOCIALE
Bruno Morandi  

Una nuova forma di relazioni che consenta agli esseri umani di recuperare il controllo dello sviluppo economico, tecnico-scientifico e del proprio sviluppo, in un processo simultaneo di trasformazione e autotrasformazione: questo rapidissimo enunciato può riassumere ciò che chi scrive chiama comunismo, altri socialismo, e altri ancora superamento del capitalismo ovvero della logica dell'impresa e del mercato. E fra i tanti problemi che un simile mutamento solleva quello di un controllo sociale sugli sviluppi della scienza è forse il più difficile di tutti, per la molteplicità di questi sviluppi e dei relativi linguaggi (e anche per i pessimi precedenti di altri tentativi di controllo da Galileo al "caso Lyssenko"); ma è un problema che non può essere eluso da chi aspira tuttora a cambiare il mondo, mentre il nuovo "Secolo biotech" si apre con nuove e inaudite possibilità di incidere sulla natura, i cui effetti sembrano ogni giorno di più sfuggire di mano.
Di quanto è avvenuto nelle scienze ci offre una bella sintesi Marcello Cini - maestro di epistemologia per tanti di noi - nei suoi articoli sui numeri zero e 3 della Rivista del Manifesto: dalla progressiva sostituzione nella seconda metà del 20° secolo dell'egemonia della fisica e di una visione della scienza come marcia inarrestabile alla scoperta delle leggi oggettive che regolano il mondo, con un nuovo paradigma più legato alla biologia e una visione dell'evoluzione come intreccio di necessità e di casualità, fino all'abbattimento delle barriere fra materia inerte e materia vivente, e fra sfera biologica e sfera mentale, che Cini definisce come la svolta epocale di questo volgere di secolo. Ma che per lui si porta via integralmente anche Marx, la lotta di classe e il comunismo, come un'utopia irrimediabilmente datata.
Da dove partire per vedere come, partendo da premesse sostanzialmente condivise sia sul disastro del socialismo dell'Est - che tutti stiamo duramente scontando - sia sulla visione dello sviluppo scientifico, si può arrivare a conclusioni praticamente opposte? Anzitutto riconoscendo (è sempre buona norma) il grosso pezzo di verità presente nel giudizio dell'interlocutore: non c'è dubbio che oggi non sia più sostenibile il determinismo della lettura positivista di Marx, fatta di sviluppi causali univoci, leggi della storia e una visione della scienza derivata in sostanza dalla meccanica newtoniana. Ma per andare oltre, piuttosto che partire dagli spunti diversi pur presenti in quel Marx che solo oggi conosciamo integralmente, conviene subito chiedersi - almeno per chi come me, più che di studiarlo in generale, si occupa di trasmetterlo in una formazione politica - a che cosa questi ci serva oggi.

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Anzitutto, e proprio sul terreno dello sviluppo tecnico-scientifico, a non cadere nella sempre crescente spaccatura fra accettazione acritica (e fede in un progresso univoco e perciò incontrollabile) e rifiuto della scienza e della grande scala, dalle nostalgie agresti al dilagare di astrologi e fattucchiere: fra i tanti critici dello sviluppo capitalistico Marx resta pressoché l'unico che, vedendolo insieme come straordinario progresso e come crescente contraddizione, riesca a "reggere" un massimo di combattività nei suoi confronti e una continua ricerca sulle potenzialità che possono derivarne. Ma subito dopo vedrei proprio un'immediata attualità della sua critica del rapporto di capitale e di denaro di fronte alla follia, che Cini giustamente cita da Ryfkin, dell'affidare la ricerca genetica a una logica di massimizzazione dei singoli profitti; mentre più in generale lo sviluppo di tutte le contraddizioni da lui previste - ne fa un rapido ma efficace elenco Burgio nel numero 5 della rivista - rendono ormai evidente l'incapacità della logica dell'impresa e del mercato di gestire i livelli di produttività che pure ha creato. Il che ovviamente non significa alternative a breve, e non solo per il pessimo stato di salute della sinistra, ma perché la soluzione richiede di rimettere in discussione l'intero rapporto di merci (a cominciare dalla riduzione a merce dell'informazione) e di denaro: un tema che al tempo delle rivoluzioni oggi fallite veniva proiettato in un lontano futuro chiamato comunismo, ma che oggi ricompare per intero, e prima di tutto di fronte alla rivoluzione scientifica.
Ma anche sul versante del lavoro sembra difficile fare a meno di Marx e del concetto di classe operaia. Certamente non nell'accezione degli scritti giovanili o divulgativi di una classe che è "generale" perché privata di tutto, e sostanzialmente limitata ai lavoratori manuali dell'industria manifatturiera; ma in quella che emerge dall'insieme della sua opera di salariati del capitale, oggi non in diminuzione ma in formidabile aumento, sia nel Sud del mondo che in Europa a causa delle privatizzazioni. Naturalmente una classe dai confini oggi molto frastagliati e opinabili, e così differenziata da renderne alquanto problematica un'unificazione. Ma molti meno dubbi li hanno proprio i padroni, se si guarda su chi il Fmi e la Banca europea, D'Alema e Blair cercano ogni giorno di scaricare i costi dei disastri prodotti dalla regressione neo-liberista; e a chi impediscono in ogni modo di praticare il più ovvio dei rimedi alla disoccupazione, quello di ridurre l'orario di lavoro per avviarne una redistribuzione generale.
Certamente è vero che l'organizzazione del lavoro è profondamente mutata con la riduzione di tutta l'informazione a merce e la sua trasmissione istantanea in ogni luogo, che ha senza dubbio smentito una delle previsioni di Marx , quella di una crescente concentrazione nelle fabbriche; ma c'è anche un'altra trasformazione del lavoro da lui preconizzata, anche se citata essenzialmente nei Grundrisse e quindi non sviluppata e ignota al marxismo classico. Con l'applicazione diretta della scienza alla produzione la creazione della ricchezza viene a dipendere meno dal tempo di lavoro immediato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto, e dalla capacità umana di dominarli: e con questo "il furto del tempo di lavoro altrui" diviene a un certo punto "una base miserabile" rispetto a questa nuova base creata dalla stessa grande industria (questo non essere ingiusta o cattiva, ma "miserabile", è uno dei giudizi marxiani che mi piacciono di più).
Ma l'intento di queste rapide notazioni non è quello di darsi alle citazioni, quanto piuttosto di supportare una lettura del contributo marxiano che mi sembra anch'essa di straordinaria attualità: l'emergere di una contraddizione di fondo fra la socializzazione della produzione e l'universalizzarsi della tecnologia da una parte, e dall'altra la parcellizzazione di un rapporto di lavoro da mantenere più individuale e più autoritario possibile per massimizzare il profitto immediato. E qui mi compare anche la scuola. Su questa naturalmente ritrovo in Cini la sua fondamentale storicizzazione della scienza - che ne mostra la non univocità - e il richiamo, in particolare con gli sviluppi moderni dell'evoluzionismo, all'avanzare di un ponte culturale fra le scienze "dure" e le discipline storiche. Ma per chi, mentre ciò che invece avanza a tutti i livelli è l'esaltazione, cara alla logica dell'impresa, della selezione precoce e dell'addestramento specifico e contingente?
Ed è allora proprio qui che l'abbandono della nozione di classe, da sostituire con l'elogio della diversità, mi sembra una pessima scelta. E non solo perché siamo in un momento in cui la controriforma di Luigi Berlinguer sta trasformando la scuola classista che pure criticavamo nella - molto peggiore - scuola censitaria di tipo americano, ma perché qui la diversità si trasforma subito nell'elogio delle libere opzioni con relative scelte precoci; e accantona il tema su cui avevamo lavorato del massimo possibile di unitarietà della scuola, dall'unificazione del primo biennio di media superiore agli interrogativi sul futuro delle professionalizzazioni al livello di scuola secondaria.
Sono naturalmente questioni tutte da riprendere, anche perché connesse oggi con l'entità della disoccupazione giovanile (che forse "allontana dalla vita" la scienza assai più che non la sua immagine tradizionale colpevolizzata da Cini). Ma nella lotta alla selezione di classe nella scuola vedrei tuttora una fondamentale connessione fra l'appoggio a chi è svantaggiato - e la battaglia contro il fascismo eugenetico, che Stephen Jay Gould ci mostra in pieno rilancio negli Usa (vedi la nuova edizione del suo "Intelligenza e pregiudizio") per dimostrare che tutte le inferiorità sono ereditate e quindi meritate e immutabili - e il bisogno crescente di una più solida formazione di base comune e multilaterale. Necessaria sia per consentire vere opzioni successive, anche in una prospettiva di educazione ricorrente, sia semplicemente per capire qualcosa di più di questo progresso che ci sfuggirà sempre più di mano, se affrontato in chiave di settorialismi disciplinari.



Certamente quella della scuola e del lavoro è solo una faccia di un problema di universale mercificazione a cui non si può contrapporre - come Marx non ha fatto ma molti suoi epigoni sì - un elementare egualitarismo distributivo, che ignora la sostanziale differenza fra gli esseri umani: è la giusta reazione agli egualitarismi ingenui che mi sembra indurre Cini a generalizzare l'enorme importanza odierna della difesa della diversità biologica, in un "elogio della diversità" che applicato non al comunismo (per il quale accetterei anche una definizione come "regno della differenza") ma all'attuale società sempre più divaricata mi sembra molto pericoloso. A questo proposito ho sempre trovato utile una distinzione fra la soddisfazione dei bisogni fondamentali, nei quali gli esseri umani più si assomigliano e che può essere programmata in termini universalistici - e su questo la pianificazione centralizzata non è stata né assurda né così fallimentare - aggiungendovi oggi le condizioni al contorno che la finitezza del pianeta impone alla generalizzazione di certi consumi; e il resto dei bisogni che non possono essere impunemente né tutti ridotti a merce e misurati in denaro - su questo sottoscriverei integralmente ciò che dice Cini - né decisi a priori da qualcuno, perché inseparabili dai diversi modi in cui possono svilupparsi gli esseri umani.
E qui il discorso può saldarsi con un'altra sua osservazione, che condivido, sulle gravi conseguenze - e comunque sull'ormai raggiunta "falsificazione" - della separazione cartesiana fra mente e natura, da cui in sostanza deriva quella fra conoscenza e valori, fra scienza ed etica. Ma davvero questo superamento travolge anche Marx? Naturalmente questi, per cercar di accreditare un po' la rispettabilità dei suoi studi, usa la parola "scientifico" nel senso del suo tempo; ma non intreccia proprio giudizi di fatto e giudizi di valore, come gli verrà poi ampiamente rimproverato? E la sua "forza-lavoro", un po' categoria descrittiva dello sviluppo capitalistico e un po' soggetto politico, sembra assai più vicina, piuttosto che alle estrapolazioni "oggettive" alla Malthus (oggi del resto tuttora di moda in demografia) agli scenari sistemici resi popolari dal rapporto M.I.T. del '72, che cambiano a seconda di cosa fa la gente.



Naturalmente nel frattempo molta altra acqua è passata sotto i ponti, e non c'è dubbio che il problema che abbiamo oggi di fronte - e sollevato dagli articoli di Cini - siano le inaudite novità della rivoluzione genetica e informatica, che domineranno nei prossimi anni il dibattito sia epistemologico (ed etico) che politico. Ma che mi sembrano più che mai riproporre il problema che vedo al fondo della riflessione marxiana: quello della costruzione di un "individuo sociale" in grado di gestire un potere così straordinario, che comprende anche a pieno titolo una nuova divisione del lavoro e una scuola capaci di rendere complementari le diverse attitudini umane (e anzitutto di fornire ad esse un linguaggio comune).
Certo la cosa non è dietro l'angolo, ma il mondo orrendo - anche trascurando le non poche possibilità di disastro ecologico-genetico - che la logica di mercato sembra prospettare anche secondo libri "moderati" come quello di Ryfkin, mi fa pensare che non si tratta neanche di un sogno da secolo 22°, come sembrava a molti dieci anni fa. E per concludere con una notazione ottimistica osservo che Seattle ha fatto intravedere qualcosa di nuovo sia a Marcello Cini che a me; e mi permetterei di aggiungere che almeno in quel caso la composizione della forza antagonista, che oltre al "meta-soggetto" a cui pensa Cini comprendeva anche una imprevista ricomparsa sulla scena della classe operaia americana (che forse si accorge di quanto le costano le condizioni di lavoro nel Sud del mondo) fa apparire non solo tutt'altro che obsoleto, ma forse perfino prioritario anche il vecchio appello "Proletari di tutti i paesi unitevi".



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