Partiti e movimenti in Internet
LA POLITICA
NELLA RETE
Guido Moltedo
In Arizona, alle primarie democratiche dello scorso marzo, 39.942 elettori hanno votato via Internet. Questa partecipazione ha portato il numero complessivo dei votanti a 86.907, un record per le elezioni primarie in quello stato.
Questa notizia rappresenta una svolta nella storia della democrazia in Occidente? E in che senso? Oppure è solo l'ennesima bizzarria "americana"?
Innanzitutto, non è una notizia tipicamente americana. In Spagna, alle prossime elezioni legislative del 2004, ha promesso il governo Aznar, si voterà elettronicamente, tramite il proprio personal computer o il televisore o il telefono cellulare collegati in rete o qualsiasi altro congegno connesso col web. Si potranno scegliere liste e candidati seduti in poltrona a casa, in un bar, in un albergo di una città straniera, da una nave in crociera. Anziani e malati potranno votare senza problemi. I voti, poi, saranno computati in tempo reale. Dopo una mezzora si conosceranno i risultati.
Risparmio di tempo, e di soldi, sostiene il governo spagnolo, che ha puntato molto su questa "innovazione". Ed "è garantita la totale segretezza e sicurezza", ha dichiarato a Panorama Ignacio Royo-Villanova, dirigente di Indra, la società madrilena che ha messo a punto per il governo spagnolo il nuovo sistema elettorale elettronico.
Alle due notizie citate, che riguardano la politica istituzionale, si possono aggiungere tante altre dello stesso genere fiorite in questi ultimi mesi, più un'infinità di altri casi che concernono le forme della politica di base: organizzazioni, associazioni, sindacati, collettivi, centri sociali ecc. Le vicende di Seattle hanno portato alla ribalta un fitto reticolo internazionale di siti di cui il popolo della rete era già ben a conoscenza da tempo e che, invece, ha colto di sorpresa il grosso dell'opinione pubblica internazionale. Prima ancora, aveva suscitato curiosità e interesse la vasta solidarietà internazionale intorno alle vicende del Chiapas, anche grazie all'uso intelligente della rete da parte del subcomandante Marcos.
Sbaglia, dunque, chi pensa che forme di mobilitazione come quelle viste a dicembre a Seattle, contro il Wto, o quelle del 16 aprile a Washington contro il Fondo Monetario Internazionale, siano immaginabili solo in certe punte avanzate dell'Occidente, cioè in America. Abbiamo citato un esempio tra i tanti dell'America Latina. Ma lo stesso vale per l'Europa: in Francia, la giornata di protesta degli insegnanti contro il ministro Claude Allègre e la sua politica scolastica, il 16 marzo scorso, è stata possibile, in misura notevole, anche grazie a Internet. Scriveva Le Monde, a commento di quella mobilitazione: "Sindacati, collettivi, associazioni, istituti scolastici: il web straripa di siti che chiamano allo sciopero e alla manifestazione". E lo stesso quotidiano parigino, lo scorso marzo, è tornato sul tema del ruolo crescente della "tela", come dicono in Francia, e ha aperto la prima pagina con un titolo di grande rilievo, "France, politique.com", per un servizio ampio dedicato al boom francese della politica in rete, specie in vista delle prossime presidenziali.
Questi fatti ci dicono dunque che la politica, nelle sue diverse forme e articolazioni, è già ben presente nella rete. D'altra parte, almeno negli Stati Uniti, la diffusione del web e il suo ruolo anche nella politica sono stati punti qualificanti del programma di Bill Clinton e di Al Gore. Inoltre in diversi piccoli comuni statunitensi la messa in rete dei cittadini è da anni oltre il livello sperimentale. Insomma, il nesso Internet-politica è una vecchia storia oltreoceano, anche se ultimamente il dibattito ha preso nuovo vigore, in collegamento con il procedere dell'innovazione tecnologica.
Ci si chiede ora, in America come in Europa, se lo sviluppo ulteriore dell'intreccio politica-rete sarà tumultuoso e rapido così come avviene o è già avvenuto nei campi dell'economia, della cultura, del costume. Se così sarà, non si potrà semplicemente parlare di un nuovo mezzo di comunicazione politica, che si va ad aggiungere a quelli moderni o tradizionali, ma di un mutamento considerevole della politica stessa, anzi, probabilmente, di una sua vera e propria mutazione. Verso forme di "plebiscitarismo elettronico"?
Su quest'ordine di questioni Stefano Rodotà ha scritto un saggio importante (Tecnopolitica, La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, 1997). Ma la velocità e la diffusione di queste nuove tecnologie, pur non mutando fondamentalmente i nodi esaminati da Rodotà quattro anni or sono, sono essi stessi temi degni di attenzione e carichi di ulteriori interrogativi. La rapidità dell'obsoloscenza tecnologica e insieme dell'innovazione - giorni che valgono mesi e perfino anni - pone problemi di contesto senza precedenti. E questa caratteristica dei nuovi mezzi è poi da intrecciare con un'altra, quella dell'incorporeità, dell'immaterialità, con la netta sensazione di una virtualità che diventa ipertrofica e "spiazza" la dimensione corporea e materiale. Come scrive Ida Dominijanni (prefazione a Franco Carlini, Internet, Pinocchio e il gendarme. Le prospettive della democrazia in rete, Manifestolibri, 1996), "Internet è evidentemente emblematica di quel processo di smaterializzazione e decorporizzazione che da decenni è al centro della riflessione sul post-moderno e che le ormai non più nuove tecnologie vanno accelerando, in un'epoca in cui sempre più il segno prevale sulla cosa".
La New Politics
Leggendo, anche in modo disordinato, i giornali italiani e stranieri di queste ultime settimane si ha la sensazione che una rivoluzione di grande portata, anche per la politica, sia dietro l'angolo. Da un punto di vista tecnologico, sarà grandemente favorita dall'avvento e dalla diffusione della broadband, la "banda larga", cioè da un tipo di cablaggio capace di trasmettere molti più dati e ad altissima rapidità. Grazie alla "banda larga" puoi sfogliare le pagine web con la facilità e la velocità con cui sfoglieresti un libro, e il web diventa praticamente una tv. Anzi è, al tempo stesso, tv, telefono, fax e qualsiasi altra cosa possa connettersi a questo sofisticato sistema di trasmissione. Ebbene, questa nuova tecnologia sarà disponibile molto presto su vasta scala, tanto che la Svezia ha stanziato l'equivalente di oltre 2.000 miliardi di lire per cablare l'intero territorio sulla "banda larga". Entro due anni anche le zone più remote del paese scandinavo potranno disporre di un accesso rapido in rete.
Ciò che rende complicati un'analisi e un giudizio sul presente e soprattutto sull'avvenire della politica nell'era di Internet, è lo sviluppo al tempo stesso rapidissimo ma ancora molto disomogeneo della rete. L'innovazione tecnologica è da tempo un tratto caratteristico dei paesi scandinavi (in Finlandia già nel 1997 esistevano 22 testate quotidiane on line più 11 settimanali): ma altrove?
Intanto i fruitori: sono ancora molto pochi in rapporto alla popolazione mondiale, e per giunta concentrati in Occidente. Secondo l'ultima indagine dell'Eito (European Information Tecnology Observatory), alla fine del 1999 erano quasi 176 milioni gli utenti effettivi della rete in tutto il mondo. Secondo Global Reach sono già 288 milioni. Altre fonti parlano perfino di 700 milioni. Colpisce, però, il tasso straordinario di crescita. Nel 1996 gli "internauti" nel mondo erano solo 40 milioni; secondo l'istituto canadese Angus Reid, saranno oltre un miliardo nel 2005. E in Italia? Da settembre 1999 al marzo scorso, cioè in 180 giorni, il numero degli "internauti" è passato da 3 milioni e 300.000 a 5 milioni e 900.000: un aumento del 79 per cento (dati Astra-Demoskopea). Ma il dato più interessante è probabilmente quello del "crollo dell'ignoranza assoluta": i ricercatori dicono che il 20,1 per cento degli interpellati, a settembre, confessava: "Non conosco Internet" o "Non l'ho mai sentito nominare". A marzo quella percentuale era quasi dimezzata.
Chi ha accesso e chi no
Sono dati e cifre che non intaccano comunque la fortissima divaricazione tra paesi ricchi e paesi poveri, che, anzi, l'innovazione tecnologica anche nel campo della comunicazione sembra piuttosto acuire; e poi c'è, almeno per ora e per alcuni anni ancora, il divario, all'interno stesso dei paesi avanzati, tra abbienti e non abbienti, tra chi ha le capacità di uso dei nuovi strumenti e chi no, ecc. In quasi tutti i paesi dove sono state condotte indagini sul profilo del "navigatore", risulta che si tratta di un soggetto di sesso maschile, con un alto livello di reddito e un elevato grado d'istruzione. In Arizona, il gruppo Voting Integrity Project ha fatto ricorso legale per impedire che si svolgessero le primarie in rete, affermando che favoriscono i ricchi e i bianchi perché messi in grado di votare da casa, in quanto meglio forniti di apparecchi informatici dei neri o dei latinos (ricorso rigettato dal giudice).
Questa disomogeneità di fruizione e di accesso è già, di per sé, un fattore politico che non milita a favore di una visione democratica e ottimistica della rete e, in particolare, del suo ruolo rispetto alla politica. Ma, appunto, data la velocità vertiginosa del suo sviluppo tecnologico e della sua diffusione, fissarsi su questo aspetto generale sarebbe un apprezzamento statico, di corto respiro. Peraltro, America Online e Gateway hanno già annunciato la commercializzazione di una nuova serie di apparecchi tecnologici che permetteranno di accedere ai servizi web, a basso costo, in qualsiasi momento della giornata e da qualunque posto, e con programmi meno complessi e più affidabili. In breve, per accedere a Internet non sarà più necessario il computer che conosciamo, ci saranno "pannelli" o "quaderni elettronici" o lo stesso schermo tv. Come il televisore, i congegni web diventeranno comuni elettrodomestici, anche se una simile assimilazione richiederà qualche tempo (i primi prodotti sperimentali in commercio non hanno ottenuto, per ora, il favore dei consumatori che gli esperti di marketing prevedevano).
Lo stesso rischio di "staticità" e di miopia vale per le considerazioni riguardanti l'utilizzo attuale della rete da parte delle forze politiche organizzate e da parte di tutti coloro interessati a seguire la vita politica e a parteciparvi. Una fotografia dei siti politici, in Italia e nel mondo, ci mostra una grande effervescenza e un crescente interesse, ma poi, a ben vedere, Internet è tuttora, per la politica, solo un altro mezzo, principalmente propagandistico, analogo e da sommarsi a quelli già esistenti. La sua caratteristica di spicco e qualificante, l'interattività, è ancora scarsamente usata. I siti politici sono prevalentemente "vetrine", più che "luoghi" di dibattito politico, per la passività non certo dei fruitori ma piuttosto dei politici, che non sanno ancora e non vogliono usare il nuovo mezzo secondo le sue proprie caratteristiche (l'interattività, innanzitutto).
Così, in Italia, il web, nonostante l'impetuoso sviluppo degli ultimi mesi, ha un peso molto inferiore rispetto agli altri canali per documentarsi e per scegliere. Secondo Renato Mannheimer (Corriere della Sera, 3 aprile), "tra le fonti per documentarsi, la rete è la meno consultata" anche se "già circa un elettore su sei dichiara di averne usufruito per orientare la propria scelta". Anche negli Stati Uniti, dove pure il fenomeno Internet è ben più radicato e diffuso che in Italia, il suo ruolo nelle scelte politiche degli elettori appare ancora debole, sebbene in rapida crescita. Secondo un'indagine condotta dalla George Washington University su un campione qualificato di consulenti politici (Democracy Online Project), solo il 12 per cento degli intervistati ritiene che Internet giuochi un ruolo "molto importante" nella campagna presidenziale in corso. Tuttavia, a parte la citata vicenda delle primarie in Arizona, un altro sintomo indica che la rete può avere un impatto notevole: il fenomeno McCain è in buona parte legato al tam tam su Internet che ha accompagnato la sua campagna, dopo l'inaspettato successo in New Hampshire, un passaparola che gli ha consentito un'ingente raccolta di fondi, indispensabili nelle primarie statunitensi.
Il quadro qui sopra tracciato farebbe dunque pensare che l'avvento di Internet non abbia confermato né le paure degli apocalittici, di chi, per dirla in breve, vi vede una replica, ancor più pericolosa, di quel che è stata ed è, per la politica, la televisione dagli anni '60 in poi, né le attese degli integrati, di chi considera la rete un'opportunità rivoluzionaria per una rinnovata e capillare partecipazione politica. "L'affermazione delle rete - scrive Sara Bentivegna (La politica in rete, Meltemi, 1999) - ha smentito entrambe le letture e si è tradotta in un ulteriore spazio comunicativo dove si sono riproposte modalità e dinamiche proprie del contesto sociale all'interno del quale si è sviluppata. (...) La rete, quindi, si è dimostrata essere né uno strumento che agevola la democrazia né uno strumento che la ostacola fino ad annullarla". "La rete - ragiona ancora Bentivegna - può contribuire all'evoluzione dei processi democratici di una società ma, certamente, non può essere l'elemento propulsivo alla base di tale processi. Analogamente essa può essere lo strumento attraverso il quale si affermano forme di controllo e di dominio sui cittadini ma non può essere all'origine dell'affermazione di tale disegno". Secondo la studiosa, anche nel caso del rapporto tra Internet e politica, la questione cruciale è quella della "contestualizzazione" sociale di tale relazione.
Rilievi del genere sono fondati, se si osserva il fenomeno nel breve periodo e, soprattutto, in questa sua fase iniziale. Ma, come è avvenuto con la televisione, e probabilmente in misura molto superiore e comunque diversa, Internet è destinata a diventare essa stessa "il contesto".
Apocalittici e integrati
Come scrive Franco Carlini (op. cit.), "non è in discussione se la rete sia un nuovo mezzo di comunicazione costituzionalmente più agile e aperto alla partecipazione (...), la domanda più di fondo è se la rete già rappresenti - come pensano gli ottimisti - o possa rappresentare - come pensa chi scrive - uno spazio pubblico libero e influente, una sfera dell'agire sociale non separata (...) ma pienamente intessuta e protagonista dei conflitti e degli antagonisti".
Questa trasformazione radicale, pervasiva, del comunicare sociale pone, insomma, importanti interrogativi, non necessariamente riducibili a una secca alternativa tra "apocalittici e integrati".
Per ora si osservano punti importanti a favore delle potenzialità democratiche della rete e della sua espansione e punti altrettanto importanti di segno negativo. L'interattività, la velocità della comunicazione, l'economicità dei costi, la compresenza della comunicazione verticale e di quella orizzontale, l'assenza di confini, l'accesso alla gran parte dei quotidiani e dei periodici del proprio paese e internazionali, nonché a ogni tipo di documentazione, sono i principali aspetti positivi. Sul versante negativo, questi stessi tratti virtuosi possono rivelarsi carichi di rischio. Il venir meno di figure di mediazione, com'è quella del giornalista, può rendere questa incredibile mole di materiale informativo eccessiva e caotica, e quindi o inutilizzabile o comunque solo apparentemente più accessibile. Per non dire dei rischi di manipolazione o di "informazione fasulla" (fake information) già ampiamente disseminata nella rete.
Ma al di là delle valutazioni e delle previsioni, un nodo cruciale va messo al centro della riflessione - un'urgente riflessione - perché è indubbiamente quello che può segnare il grande cambiamento.
Riguarda la democrazia diretta.
Forse è perentoria l'affermazione di Dick Morris, già consulente di Clinton e autore di un saggio (Vote.com, Renaissance, 1999) che ha fatto scalpore negli Usa: "Che la democrazia diretta via Internet sia buona o cattiva è domanda futile. È inevitabile. Sta arrivando ed è meglio mettersi l'anima in pace". Morris prevede che "attraverso i siti interattivi politici e informativi la gente sarà in grado di votare su qualsiasi questione". Di qui è breve il passo da una democrazia rappresentativa a una democrazia diretta e poi "continua". Un referendum ininterrotto su tutto.
È una prospettiva che eccita molto Morris: "A Thomas Jefferson sarebbe piaciuto vedere Internet. La sua visione utopica di una democrazia basata su assemblee comunali e sulla partecipazione popolare diretta sta per diventare realtà". Ma è un futuro che inquieta chi vi vede, a ragione, una possibile e progressiva deriva verso forme plebiscitarie.
Intanto, c'è un tema su cui cominciare a ragionare: tutto quello che, da un punto di vista concreto e pratico, può prefigurare una qualche forma di democrazia diretta, con il forte rischio che sia plebiscitaria, ormai esiste e non può che affinarsi ulteriormente. E il tempo, in questo campo, procede con una velocità vertiginosa, un dato, come abbiamo osservato, "sconvolgente" rispetto ai ritmi della democrazia che conosciamo.
Non basta, perciò, né chiudere gli occhi - cioè negare la rete - né aprire siti, senza chiedersi perché, ma solo per esserci, e senza rendersi conto che, così, si sta contribuendo al disegno e alla costruzione di un altro mondo.