Il voto spagnolo: il PSOE
RICOSTRUIRE
IL PROGETTO
SOCIALISTA
Antonio G. Santesmases
Le elezioni del 12 marzo 2000 sono ormai alle nostre spalle; e sono emerse diverse valutazioni sulle cause della sconfitta e sulle possibili vie d'uscita dalla situazione politica che questa ha prodotto. Mi concentrerò, anche per un'esigenza di brevità, sui due argomenti che hanno trovato maggior credito da parte dei commentatori, per soffermarmi solo nelle conclusioni di questo contributo sul problema della leadership.
Il Psoe e l'identità nazionale
Nel corso della campagna elettorale, il Partito popolare ha accusato i socialisti di presentare tanti diversi programmi elettorali, che risultava impossibile sapere a quale tra questi fare riferimento. Sono stati criticati l'accordo comunale con il Blocco galiziano, la politica verso il Partito nazionale basco e la coalizione elettorale con la Sinistra repubblicana della Catalogna. A tutto ciò si è inoltre sommata una campagna di discredito del Ppe verso i patti elettorali dei socialisti con forze nazionaliste in Aragona e nelle Baleari.
Tutte queste critiche hanno avuto forti ripercussioni per la ripresa della violenza terroristica.
Quando si realizzò l'accordo tra il Psoe e Izquierda unida, in molti sostenemmo che era una notizia assai importante, in quanto permetteva di contrastare una campagna con cui si pretendeva di focalizzare il confronto sulla "identità della Spagna", e non sui problemi che preoccupano gli spagnoli. Si trattava di un'occasione, che rendeva possibile un cambiamento di rotta, che avrebbe permesso di mettere con chiarezza sul tavolo le differenze ideologiche tra destra e sinistra.
Non è andata così. Persino a Vittoria, dove fu assassinato il socialista Fernando Buesa, la crescita elettorale è andata a favore del Partito popolare. Questi infatti è riuscito a mettere a valore il suo ruolo di "partito nazionale", che difende la Costituzione del 1978 di fronte alla barbarie terrorista.
Il messaggio che ci ha frastornato è che solo il ministro degli Interni Mayor Oreja è stato capace di misurarsi con coraggio e con rigore con la minaccia dell'Eta. Il corollario di questa posizione è chiaro: solo con un capo del Governo nazionale basco del Partito popolare (si pensa forse allo stesso Mayor Oreja?) può trovare soluzione il problema basco1. Il discorso è stato chiaro, semplice, nitido, e come tutte le cose troppo semplici, per quanti voti possa aver procurato al Partito popolare, non è cosa priva di grandi rischi. Nel momento in cui si sceglie così nettamente la strada della sfida e si svaluta il ruolo dei socialisti baschi nella fase in cui la loro egemonia era condivisa col Partito nazionale basco2, si sta chiedendo semplicemente e piattamente la loro sottomissione alla politica del Partito popolare. Mentre, per altro verso, sorprende il fatto che partiti che hanno avuto tra loro un accordo parlamentare, come il Ppe e il Partito nazionale basco3, siano risultati incapaci di fare il più piccolo passo avanti nella risoluzione del maggiore problema degli spagnoli. Però questa incoerenza e questo limite grave, senza alcun dubbio, non sono stati penalizzati dagli elettori.
Il Partito socialista è divenuto una realtà assai complessa in rapporto alla questione nazionale. Sono ormai lontani i tempi in cui il Psoe appariva il partito dei "giovani nazionalisti", che si avviava a rimettere la Spagna nel posto che le spettava nel contesto internazionale. Siamo in una fase assai diversa. Abbiamo ormai di fronte una destra giovane, forte, vigorosa, che non ha alcun bisogno che il partito socialista svolga il ruolo di "borghesia civilizzata". Questo ruolo oggi gli elettori lo hanno attribuito al Partito popolare. E il Partito socialista deve svolgere il ruolo della sinistra; ma la sinistra - a differenza della destra - è plurale. Ed è plurale perché nel progetto del socialismo convivono almeno due progetti diversi sulla questione nazionale.
Uno è il progetto della maggioranza del Psoe, che si considera soddisfatta degli attuali livelli di autonomia regionale e cerca di evitare due grandi mali: la violenza terrorista e le diseguaglianze territoriali. Raggiungere la pace nei Paesi baschi, favorire una cultura della tolleranza ed evitare gli squilibri gravi tra i territori sono le preoccupazioni più rilevanti per la maggioranza dei socialisti. Questa maggioranza non pensa che vada toccata la Costituzione e, se dovesse riformarla, non partirebbe dalla questione nazionale.
Questa posizione però sicuramente non è condivisa da tutti i socialisti e, per altro verso, è chiaramente respinta da molti socialisti catalani. Recentemente, un noto architetto catalano affermava sulla stampa che è ormai ora di rompere con un partito decrepito come il Psoe e di costruire un partito catalano di sinistra. Pochi fanno affermazioni come questa con la stessa brutalità, ma sono in molti a pensare che per ora gli tocca di sopportare il Psoe. Per tanti anni il Partito socialista catalano ha foraggiato con una gran quantità di volti il Psoe, mentre gli toccava di fare proprie politiche assai difficili da digerire per l'elettorato catalano. Oggi la ruota ha girato. Il socialista Maragall è stato sul punto di vincere nelle elezioni per la Generalitat, prendendo peraltro più voti del suo avversario moderato (e risultando sconfitto di misura perché la coalizione che lo sosteneva ha avuto meno seggi), mentre, negli stessi giorni, il Psoe ha subito una strepitosa sconfitta nelle elezioni politiche. Il Partito socialista catalano non sacrificherà le sue prospettive di futuro per restare all'ombra di un partito "nazionale" spagnolo, per quanto questo sia un partito socialista.
Non c'è altra soluzione che la ricerca di una formula di convivenza che permetta che entrambi i progetti trovino accoglienza nella stessa organizzazione - se risulterà possibile - o che almeno si riesca a realizzare una politica di cooperazione non belligerante tra le due organizzazioni. Il Partito socialista catalano per vincere ha bisogno di sottolineare il suo profilo catalanista ed il Psoe per sopravvivere non può permettere che la bandiera della Costituzione del 1978 resti nelle mani del Partito popolare. Sono però compatibili queste due prospettive?
Il Psoe e la sinistra plurale
Sui risultati elettorali sono state svolte molte analisi. Appare evidente che è avvenuto quanto temevamo. La destra si è mobilitata; una parte dell'elettorato di centro ha abbandonato il Psoe, mentre l'elettorato di sinistra non è uscito dalla sua apatia.
Anche su questo terreno si disegnano due prospettive. Per i difensori del "socialismo della terza via" le cose sono chiare. Cosa bisogna fare la prossima volta? Il contrario di quanto si è fatto in questa occasione. Bisogna evitare immagini da fronte popolare e ricondurre il progetto su un terreno di moderazione politica, che rappresenta l'area su cui si producono le vittorie elettorali. Il patto con Izquierda unida è stato infatti un cattivo affare in termini elettorali. Questa prospettiva ha una punta di cinismo, quando coloro che la difendono dimenticano che gli esperimenti hanno esiti diversi a seconda di chi ne è protagonista. Dire che il patto della sinistra, difeso tra gli altri dalla Sinistra socialista, ha dimostrato la sua inconsistenza, quando il candidato del Psoe era Almunia, è essere in malafede. Almunia ha cercato di "fare il Jospin", ma non poteva né sapeva farlo, forse anche perché, in ultima istanza, questo sarebbe stato un andare contro le sue convinzioni più profonde. Gli elettori di sinistra lo hanno notato e non sono usciti dai loro attegiamenti astensionistici.
Di fronte alla prospettiva del socialismo liberale, il socialismo di sinistra deve riconoscere che c'è una ferita molto profonda in settori della sinistra sociale, che non perdonano né gli errori del Partito socialista né le giravolte nella politica delle alleanze di Izquierda unida. Una parte degli elettori è in sofferenza per il Kossovo ed un'altra non dimentica "l'epoca della pinza", in cui il Ppe e Izquierda unida avevano sommato le loro critiche contro il governo socialista4. Queste ferite non si sono cicatrizzate in una settimana. Arriveranno un giorno a dissolversi e sarà mai possibile ricostruire una politica di sinistra?
Questo è il progetto che bisogna sviluppare. È un progetto che ha bisogno di un cambiamento profondo della strategia dei sindacati. Era molto difficile vincere quando intellettuali di rilievo come Fernando Savater affermavano che Mayor Oreja era il miglior ministro dell'Interno di tutto il periodo democratico e quando dirigenti sindacali come Antonio Gutiérrez riservavano al ministro del Lavoro Pimentel gli stessi elogi. Per quale ragione bisognava cambiare se con i popolari si era realizzata la pace sociale e non c'erano stati né scioperi generali né conflitti operai? La strategia dei sindacati per prudenza, per cautela, per la preoccupazione di promuovere mobilitazioni che non trovassero un adeguato sostegno è stata una strategia di pacificazione, di negoziazione, di concertazione; ed ha finito con il funzionare come un forte elemento di legittimazione della politica del governo. Si pensi al patto tra governo e centrali sindacali dell'autunno 1999 sulle pensioni, per visualizzare ciò che sostengo.
Senza curare le ferite della sinistra sociale e senza una ripresa di iniziativa da parte dei sindacati non è possibile aprire una fase nuova.
Il Psoe ha la necessità di dotarsi di una grande pazienza e di una notevole prudenza politica per non essere travolto dalla questione nazionale. Il Psoe ha inoltre bisogno di costruire una prospettiva a medio termine, che gli permetta di progettare una società alternativa. Ricostruire un progetto è più difficile che eleggere un leader. Pensiamo prima al progetto e procediamo successivamente alla elezione di una direzione collegiale, che sia capace di accumulare le energie necessarie per avviare la ricostruzione di una identità socialista, che oggi è profondamente frammentata.
Il nodo della leadership
Il lettore penserà che oggi la politica non è fatta solo di idee, ma che esige volti che la incarnino e che per questo non si può mettere in secondo piano la questione della leadership. Il Psoe ha vissuto come un grande trauma questa questione. Fu infatti un trauma la sovraesposizione della leadership di Felipe Gonzàlez, che impediva che emergesse con forza la ricchezza e il pluralismo del partito. Fu un trauma anche la leadership di Almunia, imposta dall'alto: sconfitto nelle primarie5, e sconfitto alla fine dagli elettori. E fu una speranza che mise capo a una grande frustazione la possibilità aperta nelle primarie da Borrell. Questo è stato l'unico momento, in cui pareva che fosse possibile rompere una dinamica fatta di rassegnazione e di sconfitta.
La lezione che si può trarre da queste esperienze è che siamo davanti ad un grande problema.
È il terzo grande problema. Il primo è la costruzione della convivenza tra autonomisti e federalisti, tra i difensori dell'attuale assetto costituzionale e quelli che sostengono la necessità di superarlo. Il secondo è la difficoltà comune a tutte le forze socialdemocratiche, che riguarda il nodo di come ci si guadagna il sostegno delle classi medie e delle aree sociali intermedie, degli elettori di centro e della sinistra sociale. Il terzo grande problema è come rendere compatibile una democrazia di partito con l'entusiasmo sollecitato dalle primarie.
Una struttura bicefala non è destinata a funzionare e non possamo ridurre i congressi del partito a convenzioni elettorali in cui si sanziona la squadra scelta dal leader eletto da tutti i militanti. La deriva presidenzialista che ne conseguirebbe sarebbe infatti molto pericolosa per una democrazia fondata sui partiti. Ma - ed è qui il problema - non è possibile dimenticare né svalorizzare il desiderio dei militanti di una organizzazione politica di partecipare alle decisioni cruciali.
I militanti furono assai contenti delle primarie e, anche per il numero assai scarso di ragioni di interesse della milizia in un partito politico, sarebbe preoccupante che si prescindesse da uno dei momenti di maggiore innovazione politica.
Non riesco ancora ad avere chiaro il meccanismo che dobbiamo promuovere, ma uno bisognerà trovarne, che sia capace di evitare questi due rischi: il pericolo presidenzialista e il riflusso della militanza nei partiti.
Un'ultima questione, che è emersa questi giorni, è se il candidato del Psoe alla presidenza del Consiglio deve stare in Parlamento; o se sia invece possibile eleggere un leader, che resti in attesa fuori del Parlamento per 4 anni. È possibile che la sconfitta così severa subita da Almunia e il trauma che questa trascinava con sé dal passato facesse sì che tutti i piani già elaborati saltassero in aria. Alcuni avevano pensato ad un risultato onorevole, ad una sconfitta dolce, che avrebbe permesso di mantenere la stessa direzione di marcia, attendere e scegliere il nuovo candidato in prossimità delle successive elezioni. Infatti Maragall è emerso solo nella primavera del 1998 ed ha avuto un grande risultato. Ma la verità è che questi piani oggi sono divenuti inattuali.
In questa circostanza mi sembra molto pericoloso scegliere un leader che non si misuri quotidianamente nel Parlamento con il presidente del Consiglio. Il nostro è un sistema parlamentare ed è imprescindibile che la voce dei socialisti si possa far sentire in quella sede al massimo livello. Ma sono cosciente che abbiamo un gruppo parlamentare ricco di grandi figure del passato, dove non si intravvedono con facilità i possibili candidati alla leadership. Malgrado ciò, però penso che sia molto rilevante che il leader sia un parlamentare.
In un Paese come il nostro, in cui l'attenzione politica si concentra frequentemente su Vittoria o Barcellona, la centralità del Parlamento dello Stato è imprescindibile. Non sarebbe positivo ripetere l'esperienza di Hernandez Mancha6 nel Partito popolare.
Come osserverà facilmente il lettore, sono più i problemi che vedo che le soluzioni che offro. Ci sono momenti in cui si riesce a vedere con chiarezza le vie che non bisogna percorrere, benché non risulti ancora possibile mettere con forza sul tavolo soluzioni indiscutibili dei problemi. Una risposta risolutiva a questi non la vedo. Mentre mi sembrano assolutamente evidenti gli ostacoli che bisogna affrontare: evitare il conflitto rovinoso tra federalisti e autonomisti; coniugare gli interessi delle classi medie, dei lavoratori e dei settori intermedi e rendere compatibile la forza della democrazia diretta con il rigore della democrazia dei partiti.
note:
1 Con la fuoruscita dal Parlamento basco di alcune formazioni politiche legate all'Eta, attualmente il Partito nazionale basco e i suoi alleati non hanno più una maggioranza autosufficiente. In questo contesto, il Partito popolare sostiene l'esigenza di elezioni anticipate, con l'obiettivo di ripetere in queste il risultato delle elezioni politiche nei Paesi baschi, che lo metterebbero in condizione di esprimere la maggioranza di governo. (NdR)
2 Negli anni tra il 1986 e il 1998, i Paesi baschi erano stati governati da una coalizione tra il Partito nazionale basco e il Psoe: a questa ha fatto seguito un governo di coalizione tra forze nazionaliste. (NdR)
3 Dopo le elezioni del 1996, il Ppe di Aznar non disponeva dei voti della maggioranza assoluta del Parlamento; ed ha governato fino al marzo 2000, anche in forza di un patto parlamentare col Partito nazionale basco. (NdR)
4 Nel periodo tra il 1993 e il 1996, quando l'esperienza di governo socialista era in declino, ed emergevano episodi gravi di corruzione e responbilità significative nelle illegalità, che avevano accompagnato la lotta al terrorismo, si sviluppò un attacco concentrico da parte della destra del Ppe e di Iu, che alcuni commentatori - tra cui il direttore di El diario del mundo - definirono con l'immagine di "politica della pinza", teorizzando oltretutto la necessità di una cooperazione tra destra democratica e sinistra fondata sui valori, per mettere fine a un governo che aveva travalicato i limiti della legalità. Inutile dire che quella contesa assai aspra ha lasciato uno strascico non ancora risolto nell'elettorato di sinistra. (NdR)
5 Il 24 aprile 1998, il Psoe aveva dato vita ad elezioni primarie, in cui il diritto di voto era riconosciuto a tutti gli iscritti, per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio della successiva tornata elettorale. In questa circostanza Borrell ebbe una netta affermazione su Almunia, che pure era segretario del partito. Ma 13 mesi dopo, il 14 maggio 1999, Borrell rinunciò alla designazione; e questo portò alla indicazione - da parte degli organismi dirigenti del Psoe - di Almunia a candidato premier, senza ulteriori consultazioni. (NdR)
6 Mancha è stato leader del Partito popolare prima di Aznar per pochissimo tempo. C'è chi ritiene che la fragilità della sua esperienza e il suo difetto di autorevolezza fossero stati pesantemente condizionati dal fatto che, essendo senatore, era fuori della Camera dei deputati, che è l'istituzione centrale del Paese. (NdR)
Antonio García Santesmases è portavoce
della corrente "Sinistra socialista" del PSOE
garciasantesmases@wanadoo.es
(traduzione della redazione)