Il voto spagnolo: Izquierda unida
TEMPO
DI ARTIGIANI
E COSTRUTTORI
Víctor Ríos Vidal
C'è chi sostiene che la storia è una scienza che si dedica a predire il passato; e qualcosa di simile si dice anche degli economisti. Se così fosse, cosa bisognerebbe dire della sociologia elettorale e delle analisi politiche? Si può trovare sempre una buona ragione per affermare: "io lo avevo già previsto". Ma quando le sconfitte sono della dimensione di quella che abbiamo subito tanto il Psoe che Izquierda unida lo scorso 12 marzo, il meno che possiamo fare è assumere un atteggiamento di umiltà e avere il coraggio di trarne conclusioni orientate a correggere alcune pratiche, che ci fanno perdere il sostegno di tante persone, che - pur essendo di sinistra - non ci hanno votato.
La semplice rassegna dei dati offre già uno scenario utile per avanzare qualche interpretazione e trarne alcune conclusioni. Nelle recenti elezioni ha partecipato al voto il 66,99% del corpo elettorale. Il Partito popolare ha avuto 10.230.345 voti, vale a dire il 44,54% dei suffragi. Il Partito socialista il 34,08%, e 7.829.210 voti. Izquierda unida il 5,46% e 1.253.859 voti. In rapporto alle precedenti elezioni generali, il Psoe perde 1.596.468 voti e Izquierda unida 1.385.915.
Il problema del passaggio di voti tra le differenti opzioni politiche è soggetto a diverse interpretazioni; ed è difficile acquisirne una conoscenza esatta con le attuali tecniche di ricerca sociologica. Valga come esempio che secondo diversi studi il trasferimento di voti tra Iu e il Ppe (cioè i voti che sono passati dai vecchi elettori di Izquierda unida al Partido popular) oscilla tra i 90.000 e i 410.000. O che il numero dei nuovi elettori che hanno scelto i candidati del Ppe si muove in una forchetta tra i 500.000 e 1.250.000 voti. Per questo sembra difficile trarre conclusioni solide, mentre in cambio è facile fare delle valutazioni interessate ed ideologizzanti.
Senza dubbio non siamo del tutto ciechi di fronte ai dati e alle loro possibili interpretazioni. Le perdite e i guadagni sono ripartiti in modo molto diseguale: i guadagni si accumulano a destra e le perdite a sinistra. Non è possibile più di un'unica conclusione: il centro-destra, rappresentato dal Ppe, ha vinto chiaramente ed il Psoe e Iu abbiamo subito una sconfitta senza attenuanti. È utile non nascondersi dietro altre interpretazioni più favorevoli e ingannose.
Continuando con i dati, che possono risultare utili per il presente come per il futuro - e magari forse per continuare a predire il passato - possiamo documentare il consolidamento di un definito profilo democratico tra le differenti forze maggioritarie. Tanto il Ppe come il Psoe hanno un elettorato con una distribuzione omogenea. Izquierda unida, invece, concentra tutto il suo potenziale - fino al 73% dei suoi elettori - nella fascia tra i 18 e i 44 anni. Vale a dire, non solo l'elettorato più giovane, ma anche il più qualificato e istruito ed anche - proprio per questo - il più socializzato nei valori e nei simboli consolidati dopo la transizione politica. Questo dovrebbe rappresentare un motivo serio di riflessione per noi.
Perché siamo stati sconfitti
Le ragioni della nostra sconfitta hanno una prima spiegazione nelle stesse motivazioni che spiegano le ragioni della vittoria del Partido popular. Potremmo semplificare, articolando l'interpretazione tra le ragioni che hanno a che vedere con la gestione politica del Ppe e l'impostazione della sua campagna elettorale e quelle altre che invece si interessano del modello socio-lavorativo e politico dominante oggi in Spagna.
Rispetto alle prime, senza voler in alcun modo affrontare in modo esauriente il problema, possiamo dire che il Ppe ha avuto successo nella gestione della congiuntura economica e della situazione politica. Senza alcun dubbio, si è visto beneficiare da uno scenario e da una situazione internazionali favorevoli. Ma è anche vero che ha saputo esprimere una qualche attenzione al quadro sociale, in modo che la sua gestione si presenta attenta a combinare gli incentivi ai mercati con il mantenimento di alcuni elementi di coesione sociale. Il frutto più appariscente di questa politica è, forse, il prolungato periodo di "pace sociale", di cui il Ppe ha potuto avvalersi in questa legislatura: cosa assolutamente sconosciuta nelle fasi precedenti.
Nella sua gestione politica, il Ppe ha governato con abilità una situazione apparentemente complessa dopo la sua vittoria, che non gli aveva garantito una maggioranza assoluta, e lo aveva reso dipendente, pertanto, dai nazionalisti conservatori di Catalogna e dei Paesi baschi dopo le elezioni del 1996. Se nella prima fase, l'instabilità parlamentare era stato il tema ricorrente, questo problema era completamente scomparso dai media e dall'agenda politica già a partire dal 1997. Ma la cosa più importante è stata la capacità di questo partito di separarsi dal suo passato sia reale che simbolico e - almeno - di neutralizzare i timori più acuti circa il suo rispetto dei diritti democratici e del pluralismo politico e culturale.
È chiaro che non ci sono stati solo risultati positivi e successi politici in questa gestione: abbiamo conosciuto anche fenomeni come le aggressioni razziste e xenofobe contro i lavoratori africani a El Ejido, l'atteggiamento di complicità di Aznar con il governo inglese nel caso dell'estradizione di Pinochet, il sospetto assai fondato di episodi di corruzione, riferiti ad alcuni ministri, come quello dell'Industria e portavoce del governo Josep Piquet, ecc. Ma la cosa significativa è proprio forse lo scarso impatto elettorale di questi errori e insieme il fatto che, in generale, nessuno di questi ha appannato la sua immagine, né il suo tentativo di presentare il Ppe come un partito di centro e lo stesso Aznar come un buon amico politico di Tony Blair.
Infine, è stato interessante, benché questo meriterebbe una specifica ed approfondita analisi, lo svolgimento della campagna elettorale. Tra le scelte abili fatte dal Ppe, quella di maggior interesse è stata la sequenza dei temi su cui questa è stata impostata, che è risultata protagonista, nei fatti, dell'agenda mediatica e politica della campagna elettorale.
Ma le ragioni più importanti che spiegano la sua vittoria, quelle che più hanno un peso sul nostro futuro bisogna cercarle nei cambiamenti sostanziali, che hanno accompagnato il processo di modernizzazione, che ha conosciuto il nostro Paese dopo la transizione. Senza entrare nell'analisi delle caratteristiche e nell'approfondimento critico di questo modello, bisogna sottolineare che le trasformazioni che si sono prodotte hanno toccato tutti gli ambiti: produttivo, intellettuale, sociale, politico, economico, simbolico, nel sistema di relazioni, e così via.
È in questi cambiamenti, in questa trasformazione del nostro Paese che dobbiamo concentrare la nostra riflessione, per individuare le prospettive della sinistra. Qui innanzitutto troviamo la spiegazione più penetrante di ciò che è successo il 12 marzo 2000: c'è stata una sconfitta sociale, politica e culturale della sinistra. E questa dimensione articolata e multiforme del nostro insuccesso riguarda Izquierda unida, chiaramente, ma anche tutte quelle organizzazioni, collettivi e persone, che si riconoscono nella sinistra, quale che sia il contenuto che vogliamo dare oggi a questa parola.
Tra i lasciti del processo di modernizzazione e della transizione politica, c'è il fatto che abbiamo oggi di fronte una società civile critica e una sinistra profondamente disarticolata e frammentata. E che si è prodotta una rottura tra il politico e il sociale, che ha determinato una frattura tra le forze ed i movimenti sociali e la tradizionale rappresentanza politica. In questo contesto, una organizzazione come Iu soffre enormemente. E siamo coscienti che ricostruire questo tessuto richiederà nuovi strumenti e, probabilmente, nuove generazioni di artigiani e costruttori.
Forse possiamo trovare in questo una ragione profonda del fatto che l'accordo tra il Psoe e Iu non ha funzionato elettoralmente. Anche se non è sufficientemente chiaro il suo impatto effettivo. C'è una certa unanimità nel ritenere che è stato funzionale alla campagna elettorale del Ppe, perché ha mobilitato il suo elettorato più indeciso. Ma, per ciò che si riferisce al Psoe e a Iu, ci sono forti dubbi sul suo impatto reale: inconsistente nella valutazione di alcuni, negativo per altri. Per quanto riguarda Izquierda unida bisognerebbe aggiungere che non è chiaro cosa sarebbe successo se non si fosse negoziato questo accordo, se si tiene conto delle previsioni elettorali, che avevamo nel dicembre 1999, che erano sicuramente inferiori ai risultati che poi si sono ottenuti.
Ma, comunque stiano le cose, è chiaro che l'Accordo non ha sortito gli effetti sperati. E che la spiegazione più interessante di questo ci riporta alla nostra situazione politica, all'allontanamento dalla nostra base sociale e alle nostre debolezze e forse anche all'ignoranza di quei codici di comunicazione, di quei messaggi, di quelle qualità e di quelle scelte, che potrebbero aiutare a trasformarci in una forza nuovamente capace di attrazione per molti uomini e donne della sinistra.
Cosa faremo ora
Abbiamo una convinzione: i nostri mali e i loro possibili rimedi hanno una dimensione quanto meno europea. Siamo sicuri che le preoccupazioni che abbiamo e le soluzioni che sperimentalmente cerchiamo sono comuni a un'area di forze come il Partito comunista francese, il Partito comunista portoghese o Rifondazione comunista, per limitarci a parlare di quelle a noi più vicine da un punto di vista "geo-politico". Forse non è molto. Ma non si tratta della consolazione di non essere soli, ma della convinzione che dobbiamo trovare insieme le energie per ridefinire ed attualizzare - qualcuno dirà mutare, altri lo chiameranno rinnovare, altri ancora rifondare... parole polisemiche e, indubbiamente, non prive di intenzionalità, di volontà politica - i nostri progetti.
E questo partendo da una premessa: il mantenimento della nostra identità di forze di trasformazione e della nostra vocazione ad offrire alternative serie al capitalismo. E, insieme, mostrando ogni giorno il nostro impegno per la trasformazione sociale attraverso programmi, proposte e politiche concrete, per migliorare la vita della gente. Nessuna delle analisi che abbiamo fatto sinora ci ha portato alla conclusione che non siamo necessari o che forse potremmo essere più utili incorporandoci ad "una casa comune della sinistra". Si tratta infatti di esperienze che sinora, dove si sono prodotte, hanno più volte dimostrato di avere un respiro assai debole.
Attraverso Izquierda unida, difendiamo l'autonomia e la necessità del nostro progetto. Dal momento che è valutazione comune - e peraltro questa costituisce una ragione di vita sufficiente - che quanto più avanza il mercato più questo evidenza le sue diseguaglianze e la sua distribuzione asimmetrica delle ricchezze, dei poteri, delle risorse. Continua ad avere senso fare i conti con questa realtà.
È imprescindibile una nuova articolazione delle nostre proposte e delle nostre forze che combini la dimensione statale-nazionale con quella europea. E valutiamo che è necessario riorientare verso lo spazio europeo una parte delle nostre strategie e prospettive. Non è una fuga in avanti; ma la conclusione più evidente delle analisi su mondializzazione e democrazia.
Oggi l'Europa si offre come uno spazio adeguato per aggiornare l'agenda politica ed economica e rendere più praticabili e significativi discorsi e proposte come quelli della sinistra di trasformazione. E questo occorrerà farlo lavorando nello stesso tempo per una maggiore articolazione della sinistra sociale, sindacale, culturale e politica sul terreno mondiale.
Al contrario, con un'iniziativa impostata rigidamente sul terreno nazionale-statale, potremmo essere risucchiati in una discussione sempre più particolare ed escludente e in un conflitto per le "clientele politiche" con forze nazionaliste di segno diverso.
Antonio Gutierrez - il segretario generale delle Comisiones obreras fino a questo Congresso - nel Rapporto al VII° Congresso, letto il 12 aprile 2000, dice: "Il nuovo "laburismo" o il "nuovo centro", nella sua versione tedesca, che hanno popolarizzato contributi intellettuali come la "terza via" di Antony Giddens, non sono le prime scintille della nuova sinistra del XXI secolo, ma gli ultimi fuochi della sinistra declinante al tramonto del XX secolo". Su questo, siamo d'accordo con lui. O lui lo è con noi, che è la stessa cosa. Perciò, se è evidente che nella revisione di quella che si autodefinisce "terza via" non cerchiamo - e sicuramente non incontreremo - il riorientamento dei nostri ragionamenti e delle nostre pratiche, dobbiamo volgere lo sguardo ad altre situazioni, verso altri luoghi.
In Izquierda unida, affronteremo questi ed altri nodi nella nostra prossima Assemblea, che si terrà dal 27 al 29 ottobre di quest'anno. Siamo coscienti che la posta in gioco è assai alta: la nostra utilità o inessenzialità politica nel nostro Paese. E non c'è bisogno di drammatizzare questa posta: basti solo infatti pensare che un gran numero di cause buone e legittime resterebbero senza espressione né rappresentanza politica se Iu scomparisse. Probabilmente la società troverebbe prima o dopo una nuova forma di risposta delle forze subalterne a tanta ingiustizia e miseria. Ma abbiamo l'obbligo morale e politico di cercare di essere più utili ora, e di realizzare questo a partire dalla situazione attuale, con le attuali forze e insieme ad altri soggetti nuovi, e con il bagaglio morale, intellettuale e politico che abbiamo prodotto in questi anni.
Abbiamo ritenuto che la cosa migliore sia dare voce ed occasione di partecipazione alle nostre iscritte ed iscritti, ma anche ai nostri amici, simpatizzanti, elettori. Per aprire il nostro dibattito alla società, a questa realtà a cui ci richiamiamo. Abbiamo scelto modalità di lavoro simili a quelle che hanno dato un risultato così positivo ai comunisti francesi: un'ampia consultazione dell'insieme della nostra organizzazione e di tutti i collettivi e le persone di sinistra interessati ad essa, attraverso un questionario aperto, a partire dal quale elaboreremo i nostri materiali per l'Assemblea, dopo aver conosciuto i risultati della consultazione. L'obiettivo è quello di ascoltare in forma diretta le domande della nostra base sociale, le sue critiche, le sue esigenze e le sue proposte.
Con queste inquietudini e passioni, abbiamo fiducia di arrivare alla nostra VI Assemblea federale, offrendo alla sinistra del nostro Paese alcune risposte di fronte a tante domande. Non abbiamo smesso di ritenere che la migliore attitudine continua ad essere la capacità di combinare il pessimismo dell'intelligenza con l'ottimismo della volontà.
Víctor Ríos Vidal è segretario
della presidenza federale di Izquierda unida
coordpresid@itzquierda-unida.es
(traduzione della redazione)