Ancora sui rifiuti
LEGAMBIENTE RISPONDE
Roberto Della Seta
Andrea Poggio
Il dossier dedicato dalla «rivista del manifesto» al problema dei rifiuti ha stimolato un ricco e utile dibattito. Ci sono stati interventi tecnicamente approfonditi (Marco Cardiroli, Giorgio Nebbia), altri più `politici' (Roberto Musacchio e Patrizia Sentinelli), si preannunciano nuovi contributi come il libro di Marino Ruzzenenti.
Musacchio parte dalla giusta considerazione che di per sé i meccanismi di mercato non sono in grado di affrontare al meglio questo come altri problemi ambientali: del resto i rifiuti sono una `merce' che per definizione non ha valore, anzi ha valore negativo, e - come recita la legge - sono materia destinata all'abbandono, «sostanzialmente merci usate» ricorda Nebbia. Merci usate che `una terza rivoluzione industriale' ed energetica dovrebbe portare a considerare nuova risorsa: se e quando questo cambiamento radicale avverrà, allora sarà difficile vedere il confine tra l'economia di produzione dei beni e quella di trattamento del rifiuto. Entrambe le economie saranno coinvolte nella progettazione di beni duraturi e compatibili, entrambe valorizzeranno materiali destinati ad essere di nuovo usati e alla fine degradati nei cicli naturali. Il movimento di liberazione dai rifiuti avrà vinto e avremo costruito una civiltà a `rifiuti zero', autenticamente sostenibile perché `a rifiuti zero' sono i fondamentali cicli naturali.
Un mondo così non è proiettato nell'utopia, ma si sta faticosamente costruendo. Si costruisce nelle mobilitazioni e nelle riflessioni dei movimenti altermondialisti, che mostrano una forte consapevolezza della necessità di superare i dogmi della crescita e di promuovere stili di vita e di consumo più `sobri'; si costruisce nelle lotte e nelle proposte degli ambientalisti e di tutto il `popolo inquinato', nelle efficienti raccolte differenziate dei 500 `Comuni ricicloni', nelle migliaia di installazioni e impianti dedicati alla raccolta e differenziazione, al trattamento dei materiali pericolosi, al compostaggio, alla progettazione e commercializzazione di nuovi prodotti, e negli sforzi per recuperare energia dalla quota residua non riciclabile, secca e combustibile. Certo alcuni di questi impianti inquinano, provocano scompensi ambientali come gli altri impianti industriali. E come le altre industrie vanno controllati, spinti ad investire nelle tecnologie e nei processi per ridurre gli impatti; e quando i loro impatti sono troppo elevati e non possono essere minimizzati, vanno chiusi.
Troppo spesso però, comitati di comodo sostenuti da questa o quella forza politica di opposizione locale contestano indifferentemente tutti gli impianti che trattano rifiuti, e persino le piattaforme comunali per le raccolte differenziate: noi non ci stiamo a sposare tutte le lotte in nome della parola d'ordine `rifiuti zero'. Questi impianti sono diversi dalle discariche e dagli inceneritori per la massa indifferenziata dei rifiuti, che invece rispondono esclusivamente al desiderio del mercato di liberarsi al più basso costo economico (che vuol dire ad un altissimo costo naturale) delle merci usate destinate all'abbandono.
Cosa diversa e ancora più grave sono i sistemi di smaltimento illegale dei rifiuti: che vanno dagli abbandoni selvaggi (che ci ritroviamo ogni anno nel corso delle iniziative di volontariato come `Puliamo il mondo' e `Spiagge pulite'), fino al `lavoro sporco' delle `ecomafie', che continuano a controllare una parte del ciclo di smaltimento dei rifiuti sia privato (i rifiuti speciali delle aziende) che pubblico (quello dei rifiuti solidi urbani). Rispetto a queste forme illegali e criminali, una discarica o un inceneritore pubblici controllati rappresentano comunque un progresso. Il punto è che in Campania, e in generale nelle regioni meridionali `commissariate' da dieci anni, commissari e subcommissari dei governi di destra come di sinistra hanno praticato una via di uscita dall'illegalità improduttiva e in ogni caso inaccettabile: hanno appaltato ai privati non solo i servizi di raccolta e trattamento, ma anche la scelta sulla tipologia degli impianti e persino la loro localizzazione. Così facendo si è eliminato il controllo pubblico sul ciclo dei rifiuti, si sono deresponsabilizzati i Comuni e la popolazione rispetto alla raccolta differenziata, si è rischiato alla fine di portare nuova acqua al mulino ecomafioso. Difficile oggi trovare una soluzione in Campania senza rimettere radicalmente in discussione l'appalto ai privati della Fibe: se sono questi gli inaccettabili compromessi cui fa riferimento Rifondazione, siamo d'accordo.
E veniamo a un punto di dissenso vero. Noi rifiutiamo l'incenerimento dei rifiuti tal quali e consideriamo accettabile la termovalorizzazione solo se a bruciare è una frazione marginale, residua, secca e non pericolosa, di rifiuti; ma ci pare un assioma indimostrato (e indimostrabile) quello per cui l'incenerimento sarebbe il fondamentale e principale ostacolo alla differenziazione e al riciclaggio. Questo semplicemente non è vero, non è vero che, sconfitto l'incenerimento, decolli finalmente il sistema industriale del nuovo uso dei materiali. In Italia si brucia meno del 10% dei rifiuti prodotti, e fino a dieci anni fa la quota rimanente andava quasi tutta in discariche, gran parte delle quali per rifiuti indifferenziati.
Oggi è cresciuta la raccolta differenziata (nel 2002 il 19% di media nazionale), e la Lombardia e il Veneto sfiorano il 40%. Ebbene, metà della potenzialità di incenerimento è concentrata in Lombardia, mentre da Roma in giù, dove il riciclaggio è al lumicino, non ci sono inceneritori. Persino in Lombardia, dove di forni inceneritori ce ne sono ormai troppi e gli ultimi due autorizzati importano rifiuti da altre regioni (la terza linea di Brescia si alimenta dalla Toscana, la seconda linea di Parona, Pavia, tratta rifiuti piemontesi), non è affatto vero che dove si brucia non si differenzi: caso esemplare il Comune di Trezzo che, nonostante la presenza di un forno, differenzia il 68% dei rifiuti, o l'intera provincia di Milano (3,8 milioni di abitanti), che nonostante 4 forni e l'aperto boicottaggio della municipalizzata ricicla il 40%. In realtà, l'unica correlazione generale plausibile dice che dove le lotte ambientali hanno trovato amministrazioni attente e un tessuto industriale pronto, le differenziate e il riciclaggio hanno raccolto successi pari a quelli del Centro-Nord Europa. Con o senza l'incenerimento.
Legambiente è protagonista nel movimento radicale che si batte contro le discariche e gli inceneritori, che è stato capace di elaborare analisi e proposte, che ha diritto di parola quanto il comitato di Acerra. Di chi protesta ad Acerra condividiamo molte posizioni ma non l'idea che in Italia si possa fare a meno di impianti di trattamento e recupero energetico. Non l'affermazione che a Napoli si possano trovare più facilmente discariche, in cui sistemare i milioni di tonnellate di rifiuti (bioballe o biostabilizzato che si vogliano chiamare) attualmente stoccati vicino all'abitato. E non crediamo che i molti amministratori (anche di Rifondazione) che si sono formati nelle lotte ambientali possano credibilmente sostenere l'esportazione in Germania delle scorie accumulate in un decennio di emergenza.
Marco Caldiroli ripropone poi l'importante questione del rischio sanitario legato ai funzionamenti inadeguati e talvolta imprevisti dei forni di incenerimento. Ha ragione quando ricorda la difficoltà di controllare decine di inquinanti diversi (anche cancerogeni) prodotti da combustibili per definizione eterogenei. Ma, come lui stesso e Giorgio Nebbia ricordano, per stabilire il miglior trattamento possibile per le diverse tipologie di materiali che compongono i rifiuti, si dovrebbero promuovere ricerche sugli impatti sanitari e ambientali dell'intero ciclo d'uso. Perché, per esempio, anche la raccolta differenziata e il riciclaggio di molti materiali provocano importanti effetti inquinanti. Basti pensare al riciclo dei metalli: Legambiente è molto critica sull'uso e sulle ipotesi di ampliamento dell'inceneritore della municipalizzata di Brescia, ma non c'è dubbio che in quella città abbiano disseminato molte più sostanze cancerogene le fonderie locali che riciclano metalli da mezza Europa. Insomma, in fatto di impatti ambientali le ricette assolute sono spesso ingannevoli, e bisogna sempre tenere conto di una molteplicità di fattori non solo tecnici ma anche sociali.
Un'ultima considerazione: ciò che ci divide da alcuni amici intervenuti nella discussione (recupero energetico per la quota combustibile e non riciclabile) è solo una parte del problema, mentre concordiamo tutti che il cambiamento da operare sia grandioso (ridurre, riclare, riusare, recuperare e tutte le `R' che volete). Per giunta, l'attuale governo sopporta con fastidio il riciclaggio (pur operato in gran parte da Regioni governate dal centro-destra) e fa di tutto per favorire l'incenerimento massivo. Lo scontro di Acerra è solo un'avvisaglia di quello che può capitare, in parte sta già capitando, un po' in tutta Italia. Se a questa politica la sinistra e l'ambientalismo non sapranno contrapporre una proposta che stia in campo, qui e ora, in Campania come nel resto del Sud e nell'intero paese, noi tutti avremo perso in credibilità e l'Italia perderà un ennesimo treno verso la sostenibilità e la qualità ambientale dello sviluppo.
Roberto Della Seta è
presidente nazionale di Legambiente.
Andrea Poggio è
vicedirettore generale Legambiente.