Visto dall'Europa
L'AMICO AMERIKANO
Orsola Casagrande
Altri quattro anni. È stata certamente questa in Gran Bretagna la frase più ricorrente dopo l'annuncio della vittoria di George W Bush. L'hanno usata i media nazionali sulle loro prime pagine, l'hanno usata gli editorialisti e i commentatori televisivi. Il quotidiano «The Independent» l'ha illustrata con le foto di Abu Ghraib: l'uomo incappucciato, le catene ai polsi, la soldatessa con il detenuto al guinzaglio. Altri quotidiani sono stati meno espliciti nell'iconografia, ma altrettanto chiari nel linguaggio. Sempre sull'«Independent» Niall Ferguson, docente di storia alla Harward University, scriveva il giorno dopo le elezioni: È finita. Il presidente George W Bush ha ottenuto una vittoria convincente. L'imperatore ha colpito ancora. E il senatore - nonostante quelle magiche iniziali, nonostante l'affluenza alle urne, nonostante Bruce Springsteen, nonostante P Diddy e nonostante il fatto che il Boston Red Sox ha vinto la World Series - è stato sconfitto. Per gli europei (e specialmente, credo, per molti lettori dell'«Independent») il risultato è un incubo. La stragrande maggioranza degli elettori in Europa faceva il tifo per Kerry - in Gran Bretagna nel rapporto di quattro a uno. Potete essere sicuri che la metà degli americani si sente sconvolta come voi. E in effetti lo shock per la vittoria di Bush in Gran Bretagna è stato qualcosa di palpabile. Prima di tutto perché evidentemente una sconfitta di Bush sarebbe stata vissuta dagli inglesi come una sonora batosta anche per il premier Tony Blair. L'immagine di Blair fedele barboncino di Bush è ancora quella preferita nelle manifestazioni contro la guerra, che si continuano a svolgere in tutto il paese. Così la vittoria di Bush ha rappresentato per l'opinione pubblica britannica una boccata di ossigeno (e anche qualcosa di più) anche per Blair, che non è mai stato così impopolare.
Andrew Rawnsley (giornalista dell'«Observer» e autore di Servants of the People, un'interessante lettura introspettiva del New Labour) scriveva la domenica, dopo le elezioni statunitensi:
Non è corretto dire che Tony Blair non si preoccupa mai del fatto che potrebbe sbagliarsi. Dopo il primo exit poll, martedì 2 novembre, che suggeriva che Kerry avrebbe potuto essere il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, il primo ministro se n'è andato a letto dubitando del suo giudizio. Al contrario di molti altri, all'interno del Labour e del resto del mondo, lui aveva sempre dato per scontato che avrebbe continuato ad avere a che fare con George W Bush per altri quattro anni.
Il risveglio per il premier è stato dei migliori: dopo tutto avrebbe dovuto fare a Bush una telefonata di congratulazioni. Rawnsley scrive che «mentre il risultato delle elezioni americane ha lasciato il Partito laburista scioccato quasi quanto gli amici democratici d'oltreoceano, la cerchia attorno al primo ministro sta pompando e presentando la rielezione dell'Amministrazione americana repubblicana più di destra a memoria d'uomo come una rivincita per Blair».
Una rivincita su chi? Sulla stragrande maggioranza del paese che l'ha duramente condannato per la guerra in Iraq? Sulla sinistra del suo partito che è riuscito ormai quasi ad eliminare totalmente? Anche. Ma soprattutto per Blair la sconfitta di Kerry rafforza la sua convinzione, e la sua battaglia dentro il Labour, che la via indicata dal New Labour sia l'unica via vincente per un partito progressista. Con le elezioni alle porte (si voterà, a meno di imprevisti) la prossima primavera, Blair sta mettendo a punto la sua campagna elettorale per assicurarsi un terzo mandato. Le elezioni americane (e quelle australiane) dimostrano che la sicurezza dovrà essere uno degli elementi portanti di qualunque manifesto elettorale. E il contesto politico britannico sarà adattato e modificato (in parte già accade) in modo tale da ruotare proprio attorno alla politica della paura. Che tradotto significa che il New Labour sarà più che mai preoccupato di proporre politiche ancora più repressive su questioni come l'immigrazione, l'asilo e la criminalità. Questioni che non dovranno più essere i cavalli di battaglia dei Conservatori. Questi ultimi, va detto, non hanno gioito della vittoria di Bush. L'anomalo idillio di Blair con il presidente americano ha, infatti, sconvolto anche la `normale' e tradizionale amicizia tra repubblicani e Tories. Che oggettivamente sembrano la brutta copia del partito conservatore guidato, per esempio, da Margaret Thatcher. E non perché siano diventati più moderati della Lady di ferro. Semplicemente perché il New Labour di Tony Blair ha fatto passi da gigante dal '97 (anno delle trionfali elezioni di Blair, che posero fine a diciotto anni di governi conservatori) ad oggi per rendersi il più possibile simile ai Tories. Non è un caso che Blair abbia più volte affermato di sentirsi un thatcheriano di sinistra.
Se i media hanno nel complesso letto (seppure con sfumature diverse) la vittoria di Bush come qualcosa che renderà la vita più difficile all'Europa e al mondo, il mondo politico e l'opinione pubblica, i movimenti e le comunità di cittadini stranieri hanno vissuto e interpretato la vittoria dei repubblicani come portatrice di future catastrofi. Robin Cook, l'ex ministro degli Esteri del Labour, ha chiesto di «dedicare un pensiero ai 55 milioni di americani che hanno votato contro Bush: se noi abbiamo dei problemi all'idea di vivere altri quattro anni con l'Amministrazione repubblicana - ha detto - figuratevi chi, in America, ha votato per impedire che Bush conquistasse nuovamente la Casa Bianca». Cook, che si era dimesso perché contrario all'intervento in Iraq, ha sottolineato che «quello che rende questo manipolo di ideologi reazionari una minaccia per il mondo è il loro approccio a problemi storici ed estremamente complessi. Per loro sono facilmente e velocemente risolvibili con la forza militare». Ed è per questo, sostiene l'ex ministro, che gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di imporre queste soluzioni militari in modo unilaterale. Sono il prodotto di un'era, continua Cook, in cui l'America è emersa come l'unica superpotenza e considerano gli alleati non come «prova di una forza diplomatica, ma semplicemente come la dimostrazione di una debolezza militare». Cook preannunciava che l'Amministrazione Bush avrebbe festeggiato la vittoria mettendo a ferro e fuoco Falluja. Ma questa volta, sottolinea l'ex ministro, «gli Usa cercheranno la vittoria militare, costi quel che costi, in termini politici e di vite umane». Quanto al ruolo di Blair, Cook sostiene che oggi è diventato ancora più impellente per il premier (visto che i sondaggi continuano a dare in calo la sua popolarità) cercare di ottenere qualcosa in cambio del suo aiuto incondizionato alla guerra americana. Il primo punto su cui Blair sembra voler insistere è il processo di pace israelo-palestinese. Resta da vedere quanta influenza avrà il premier britannico sull'amministrazione Bush, anche alla luce della scomparsa di Arafat.
Per Mike Marquesee, giornalista e membro di Stop the War Coalition (la coalizione contro la guerra nata dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, e contraria alla guerra in Afghanistan), la rielezione di Bush significa «un incubo lungo altri quattro anni». E se anche «Bush rivendicherà un mandato, non è affatto detto che noi dovremo accettare questa rivendicazione. I risultati delle elezioni - sostiene Marquesee - comunque dimostrano che Bush è un leader di guerra che non parla e nemmeno ha la fiducia di metà della popolazione americana». In Europa, sostiene Marquesee, ci sarà certo chi utilizzerà questo risultato per «spingerci a riconciliarci con la superpotenza. E verrà detto che rifiutare questo riavvicinamento significa essere anti-americani. Un'accusa che ci viene rivolta da dopo l'11 settembre, e che è diventata un modo per liquidare o reprimere chi è impegnato in una critica seria e costruttiva dell'egemonia americana».
La sinistra interna al Labour ha espresso le sue critiche e le sue preoccupazioni fin dal post 11 settembre. Ma, dopo le elezioni americane, ha scelto di identificare nella richiesta (e nella dura battaglia) del ritiro immediato delle truppe dall'Iraq il suo prossimo terreno di scontro. Ma sarà un lavoro difficilissimo. Blair ha praticamente liquidato in questi anni tutte le voci di dissenso interno. In parte modificando lo statuto del partito e rendendo praticamente impossibile l'elezione `nei posti che contano' della sinistra. In parte espellendo gli indesiderati. George Galloway, il deputato scozzese che ha poi fondato la coalizione Respect è forse l'esempio più eclatante di questa politica di epurazione. Ma una spallata alla sinistra rimasta dentro al Labour l'hanno data i sindacati, che al congresso del partito hanno nei fatti consentito il `salvataggio' di Blair. Sulla guerra in Iraq, infatti, le Unions non se la sono sentita di affondare il coltello e andare fino in fondo. Cioè di votare per il ritiro delle truppe britanniche dall'Iraq. E questo per la sinistra laburista è stato davvero un brutto colpo. Anche perché le frenetiche trattative e gli incontri segreti organizzati dall'apparatnik hanno dimostrato alla sinistra la potenza e la pressione che il partito continua ad esercitare. O più semplicemente, la capacità di ricatto. Per convincere i sindacati a ritirare il loro appoggio alla mozione sul ritiro, i blairiani hanno usato, infatti, l'appello in lacrime di una sindacalista irachena che poi è emerso essere una collaboratrice della Cia.
Dunque l'elezione di Bush alla Casa Bianca ha esplicitato in maniera quasi brutale la realtà con la quale la sinistra laburista, i movimenti, il paese dovranno fare i conti nei prossimi anni. Un inizio della nuova fase che si è aperta (anche se è avvenuto prima delle elezioni americane) è stata la manifestazione per il ritiro delle truppe e la cessazione dell'occupazione, che si è svolta a Londra il 17 ottobre scorso. C'è bisogno di mettere in campo forze, idee e mezzi nuovi - hanno detto in molti anche ai due Social forum europei (quello ufficiale e quello `oltre') -, per attrezzarsi ad affrontare gli attacchi futuri (e non solo quelli militari).
Ma c'è anche un'altra questione, che è stata affrontata da chi ha analizzato i risultati delle elezioni americane. E cioè la questione del debito di George Bush nei confronti di Tony Blair. Per il direttore del conservatore «Daily Telegraph» (che la guerra l'ha nel complesso sostenuta), Boris Johnson, «il debito è enorme. Bush ha usato il nome di Blair innumerevoli volte: era la prova del sostegno internazionale di cui godeva». Johnson suggerisce che Blair dovrebbe riscuotere il debito mettendo Bush alle strette sulla questione palestinese. Sul «Daily Mail», Max Hastings scrive invece che Blair dovrebbe chiedere a Bush di «definire una politica futura per l'Iraq che lui [Blair, NdR] e il popolo inglese siano in grado di capire e, seppure in maniera riluttante, sostenere, e che abbia una pur sbiadita speranza di successo». Rapporto più forte che mai, invece per Peter Riddell che sul «Times» scrive: «Un risultato certo di questa elezione è che il destino di Blair e della sua politica estera rimarranno inestricabilmente legati a George W Bush». L'«Evening Standard» timidamente suggerisce che sarebbe importante se Blair provasse (riuscirci è un altro conto) a usare la sua relazione con Washington per influire sui processi di cambiamento in Medioriente e in Africa. «Non sarà facile - ammette il quotidiano londinese - e il Labour Party non gradirà. Ma Blair deve dimostrare di avere qualche simpatia per i valori tradizionali che sottendono il successo elettorale di Bush. Il premier dovrà capitalizzare la sua amicizia con l'uomo che è ancora una volta il più potente del mondo.»
Ma la vera questione è un'altra. Blair sta già pensando alle prossime elezioni politiche (nella primavera 2005). Vuole un terzo mandato. E l'alleato americano non sarà proprio il cavallo di battaglia da usare in maniera preponderante in campagna elettorale. Lo sintetizza John Kampfner sul «New Statesman». Il premier britannico, scrive, dovrebbe ottenere dal presidente americano un impegno a «desistere da nuove imprese militari nel Medioriente». Naturalmente non all'infinito. Ma, per cortesia, «almeno fino alle prossime elezioni politiche in Gran Bretagna».