Visto dall'Europa
SOVRANITA' LIMITATA?
Bernard Cassen
Vi sono momenti in cui molti parametri importanti variano in modo indipendente l'uno dall'altro, portando così a una nuova congiuntura. È la situazione in cui ci troviamo oggi con la firma a Roma del Trattato sulla Costituzione europea (29 ottobre), la rielezione di George W. Bush (2 novembre) e la morte di Yasser Arafat.
Con l'esclusione di Berlusconi, la prospettiva di dover trattare con George Bush per altri quattro anni non farà certamente piacere ai dirigenti dell'Europa occidentale. I grotteschi `valori morali' che invoca, la figura di eletto da dio, il nazionalismo esasperato, il disprezzo per il `vecchio mondo' non lo fanno certo apprezzare da parte dell'opinione pubblica europea e mettono in una posizione scomoda gli atlantisti tradizionali, che vorrebbero avere un `modello' di America un po' più presentabile.
L'occasione si presenta con la sostituzione di Arafat alla guida dell'Olp e dell'Autorità palestinese. Ariel Sharon e George Bush hanno smesso di dichiarare che il raís scomparso era l'ostacolo principale alla pace in Medio Oriente, sapendo bene che l'unico vero ostacolo è il rifiuto israeliano di restituire i territori palestinesi occupati non solo a Gaza - dei quali Sharon vuole effettivamente sbarazzarsi -, ma anche in Cisgiordania, dove vivono più di 200.000 coloni ebrei. Adesso i due dirigenti dovranno mettere le carte in tavola. A meno che atti terroristici su civili israeliani non forniscano loro un nuovo pretesto per non fare nulla.
In Europa Tony Blair è certamente il più interessato all'effettivo avvio dell'iniziativa di pace di Bush. Il suo sostegno incondizionato a una guerra in Iraq, che sempre di più si sta rivelando un insuccesso politico e sociale, lo ha screditato di fronte alla grande maggioranza dell'opinione pubblica inglese. Ha assolutamente bisogno di mostrare ai suoi connazionali e agli altri leader europei di avere una certa influenza sulla Casa bianca, di non essere il `cagnolino' del presidente e che la famosa `relazione speciale' con gli Stati Uniti di cui si vanta non è una pura fantasia, che nessuno - eccetto lui stesso - prende sul serio. Ma, per ora, non si è osservato alcun cambiamento nell'atteggiamento americano che possa essere attribuito al leader inglese: nel suo recente viaggio a Washington, non ha ottenuto né la convocazione di una Conferenza internazionale sulla Palestina né la nomina di un inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente. E Bush ha addirittura rinviato a una data imprecisata la creazione di uno Stato palestinese. Così Blair è tornato dal suo viaggio negli Stati Uniti a mani vuote.
Le dimissioni di Colin Powell e la sua sostituzione con Condoleezza Rice dovrebbero aprirgli gli occhi una volta per tutte: a Washington è arrivata un'équipe omogenea di `falchi', che farà uso del `mandato' ricevuto dagli elettori per applicare la sua politica. E tutti sanno che questa politica non darà molto peso agli alleati e riconoscerà solo `coalizioni volontarie' (coalitions of willing), che accettano le sue decisioni senza discutere. Così Blair, per cercare di uscire da questa situazione, ha bisogno di presentarsi a Washington non più come un `amico fidato', ma come portavoce di tutta l'Europa. È questo il motivo dell'incontro con Jacques Chirac il 18 novembre scorso.
Per altro verso, Chirac è al tempo stesso in una posizione di forza e di debolezza. Da un lato le sue pessimistiche previsioni sull'Iraq si sono realizzate e non si fa certo scrupolo nel dichiararlo apertamente. Non può che rallegrarsi della decisione dei governi europei che avevano inviato truppe in Iraq e che, uno dopo l'altro, le stanno ritirando o programmano di farlo (è il caso dell'Olanda, dell'Ungheria, della Polonia, della Romania e dell'Ucraina), così da indebolire la posizione di chi rimane: Russia, Portogallo e Italia. Inoltre Chirac, insieme a Gerhard Schröder, ha un'importante carta a disposizione: dare `un'etichetta' al 100% europea a un'iniziativa sul conflitto israelo-palestinese, che Blair sarebbe in seguito incaricato di difendere presso Bush. In un'improbabile ipotesi di successo, il beneficio politico sarebbe diviso fra i due dirigenti. Nel caso iraniano, gli sforzi congiunti di Parigi, Berlino e Londra hanno già permesso di ridurre la tensione e di limitare, almeno per il momento, la possibilità di un intervento di Washington (o di Israele) contro i siti nucleari che Teheran, senza veramente convincere, dichiara avere finalità esclusivamente civili.
Tuttavia la debolezza di Chirac, oltre alla situazione in Costa d'Avorio e in Polinesia, è la questione del referendum sulla ratifica della `Costituzione' europea, previsto nel 2005. Come per altri sostenitori del `sì', la posizione bellicista e unilateralista americana gli serve ora da argomento implicito in favore della `Costituzione'. La prospettiva di un esito negativo del referendum non è, infatti, da escludere, soprattutto se la direzione del Partito socialista è sconfessata nel suo referendum interno sull'argomento, organizzato per il 1° dicembre. Sia i sostenitori di Chirac che una parte del Partito socialista dichiarano che un'America `forte' deve avere come contrappeso un'Europa `forte', e che la `Costituzione' le fornisce questi mezzi. In realtà questa giustificazione, anche se sembra solida, è solo apparente.
Il testo prevede, infatti, delle istituzioni `più leggibili', in particolare la creazione di un ministro degli Esteri della Comunità. Ma prima sarebbe necessario che ci fosse un accordo sul contenuto di questa politica estera europea. Per limitarci al campo della difesa, la Costituzione, riprendendo le disposizioni del Trattato di Maastricht, vieta qualunque iniziativa che non abbia il via libera della Nato e quindi di Washington. Si tratta, insomma, di quello che ai tempi del Patto di Varsavia si chiamava `sovranità limitata' dei paesi satelliti di Mosca. La triste realtà è che i governi europei favorevoli a un'Europa veramente indipendente dagli Stati Uniti si contano sulle dita di una mano: la Francia, la Germania (da poco e con qualche riserva), il Belgio e il Lussemburgo e probabilmente la Spagna di Zapatero. Aggiungiamo potenzialmente, e in un slancio di ottimismo, la Grecia. Così si arriva a un massimo di sei Stati.
Uno degli argomenti utilizzati per far accettare la `Costituzione' è la possibilità offerta ad alcuni Stati, attraverso dei meccanismi di `cooperazione rafforzata', di andare più veloce e più lontano dell'insieme dei Venticinque. Ma questa possibilità è solo teorica, poiché sono necessari un minimo di 9 Stati e la decisione deve essere presa all'unanimità dei membri dell'Ue. In altre parole, questa strada è per ora bloccata. L'unica speranza è che un voto negativo di uno dei paesi dell'Ue porti a una revisione del trattato costituzionale. Vi è tutto il tempo per una sua rinegoziazione, poiché il Trattato di Nizza, che governa l'Ue dal 1° maggio scorso, rimarrà in vigore almeno fino al 2009 e - per alcune disposizioni - fino al 2014. Lo scenario catastrofico di un rifiuto della Costituzione è quindi solo una minaccia politica.
Lo scenario contrario, quello di un `sì' unanime, finirebbe invece per dare il colpo di grazia a un'Europa veramente `europea'. È per questo motivo che incontra il favore di un Blair che, da fedele discepolo di Margaret Thatcher, applica nei fatti la definizione che l'ex primo ministro conservatore dava dell'Europa: «Un grande mercato e niente altro che un grande mercato». Chirac e Blair non hanno certamente la stessa visione della costruzione europea. Se entrambi sono favorevoli alla `Costituzione', significa che uno dei due si inganna. E leggendo il testo di questo documento è difficile pensare che sia il primo ministro inglese.
(Traduzione Andrea De Ritis)