Visto dall'Europa
LE MANI SUL PETROLIO
Elmar Altvater
La rielezione di George W. Bush, il 2 novembre scorso, è stata probabilmente un duro colpo per il papa: gli è nato un concorrente che come lui ha ricevuto il suo mandato da Dio. Per di più il papa transatlantico, a differenza di quello romano, non ha solo le guardie svizzere, ma tanto di divisioni, ed è pronto a scatenarle con tutta la loro potenza di fuoco in una guerra apocalittica contro il Male nel mondo. E non basta: oltre a credere nei miracoli come il suo collega del soglio romano, questo papa texano addirittura li produce. Sembra che il 2 novembre, in alcune circoscrizioni elettorali la partecipazione al voto abbia raggiunto il 139%. Corriger la démocratie! Comunque sia, non possono sussistere dubbi: più di 50 milioni di americani hanno eletto alla Casa Bianca un bugiardo, e quel che è peggio, un criminale di guerra. Come è caduta in basso, in così breve tempo, la grande Storia di un grande popolo!
Mentre il papa di Roma benedice il mondo (urbi et orbi), quello insediato alla Casa Bianca scaglia minacce ai quattro venti, contro chiunque su questo pianeta non sia disposto ad accettare il suo regime fondamentalista. Quando vengono dai potenti, le minacce fanno paura. Ed è la paura che evidentemente ha spinto molti americani a preoccuparsi soprattutto della sicurezza. Paura di che? Del `terrorismo', che l'11 settembre 2001 ha colpito negli Usa un obiettivo ad alta carica simbolica. E da chi deve venire la sicurezza? Dal più forte e potente, che detiene la supremazia aerea dovunque nel mondo (anche sul Vaticano), e può addirittura attaccare obiettivi nemici nello spazio. Solo che, come sappiamo, la paura scatena reazioni irrazionali, anche al momento di usare la punzonatrice o il computer nel seggio elettorale.
Il finanziere George Soros, noto per la sua grande lucidità, aveva detto nel 2002 che l'esito delle elezioni brasiliane era di fatto irrilevante, poiché al tempo della globalizzazione i soli a scegliere veramente sono gli americani. Allo stesso modo, quando si vota negli Usa non si elegge soltanto il presidente degli Stati Uniti, bensì il capo del pianeta. Perciò oggi la Terra è ostaggio di un elettorato irrazionale come quello americano, e di un presidente fondamentalista, che in fatto di irrazionalità non è certo da meno.
Ma questa è solo la metà del problema. L'altra metà sta nel decadimento morale del ceto politico e di una maggioranza dell'elettorato Usa. All'indomani delle elezioni, la popolazione di Falluja ha sperimentato sulla propria pelle di che cosa è capace il presidente dell'`unica superpotenza mondiale', sentendosi legittimato da Dio e dagli elettori, e dove conduce un irrazionalismo dotato di razionalissimi mezzi militari: alla conquista mediante distruzione dell'obiettivo da conquistare. Se Bush avesse il senso dell'ironia potrebbe dire, come il capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville, di aver agito con perfetta razionalità per uno scopo folle. Un testo dell'Ottocento come quello del Manifest Destiny, espressione di fede «nella Terra e nel popolo di Dio» (God's own people and country), ripreso di sana pianta nel XXI secolo, è diventato il programma del potente movimento evangelico, che ha consegnato per la seconda volta la Casa Bianca a George W. Bush.
E Kerry? La sua presenza alla Casa Bianca avrebbe comportato un'alternativa? Indubbiamente se ne sarebbe avvantaggiata la cultura politica degli Usa in quanto tale. Ma in materia di politica estera Kerry avrebbe sicuramente portato avanti il `progetto Bush', puntando sulla cooperazione degli alleati molto più dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Il suo stile sarebbe stato decisamente meno zotico, il tratto più educato e colto; ma il suo governo avrebbe proseguito l'avventura irachena, invitando anche i `vecchi' europei a prendere parte alla partita di caccia. In Germania, i sostenitori dell'aggressione all'Iraq (i cristiano-democratici con Schäuble, la Fdp e i socialdemocratici con il ministro della difesa Struck e l'esperto di politica estera Klose, i Verdi col loro leader Bütikofer), avrebbero fatto di tutto per far passare, più o meno apertamente, l'invio di truppe tedesche in Iraq. All'indomani delle elezioni l'ex ministro della difesa Rühe ha insistito per un «ravvicinamento tra europei e americani». Oggi però, a fronte dello spettacolo agghiacciante («shock and awe») della distruzione di Falluja, è diventato probabilmente un po' più difficile entusiasmare per quest'impresa l'opinione pubblica della Rft. La classe politica tedesca, in tutta la gamma che va dal nero al verde, era già pronta a lasciarsi coinvolgere nell'avventura irachena. La `vecchia' Europa si preparava ad assimilarsi a quella `nuova' nel bagno di ringiovanimento del `partenariato transatlantico'. Ma tutto questo non sembra interessare molto l'Amministrazione Bush, come insegna Falluja: evidentemente a Washington non si tengono in gran conto le reazioni dell'opinione pubblica europea.
Dopo le elezioni americane, chi criticava lo slogan «no blood for oil» («niente sangue in cambio di petrolio»), giudicandolo antiestetico, semplicistico e rozzamente economicista, dovrà ricredersi: la posta in gioco è chiaramente il petrolio. Gli stessi ispettori dell'esercito Usa hanno dovuto smentire l'esistenza di armi di distruzione di massa addotta per scatenare la guerra. Ora però anche l'altro e più nobile motivo - portare la democrazia in Iraq dopo il rovesciamento di Saddam - cade come una maschera scoprendo l'efferato cinismo degli occupanti. Il progetto sbandierato di fare di questo paese uno Stato modello per tutto il mondo arabo è troppo risibile per poter essere discusso seriamente. Resta quindi un solo movente plausibile per questa guerra: portare avanti nel XXI secolo la politica dell'«oil empire», l'impero petrolifero Usa.
Di fatto, il prezzo del petrolio e il livello dell'offerta giocano un ruolo determinante nello sviluppo economico. L'Amministrazione Bush ha dimostrato di averne piena coscienza fin dall'inizio del suo primo mandato, poco dopo le elezioni del 2000. Nel suo Rapporto sulla sicurezza petrolifera degli Stati Uniti del maggio 2001 il vicepresidente Cheney aveva calcolato che da oggi al 2020 la produzione petrolifera nazionale diminuirà da 8,5 a 7 milioni di barili al giorno (b/d); e dato che nello stesso periodo il consumo aumenterà da 19,5 a 25,5 b/d, il crescente divario dovrà essere coperto dalle importazioni. Queste ultime dovrebbero quindi crescere del 68%, vale a dire da 11 a 18,5 milioni di b/d. Come è evidente, la sicurezza dell'approvvigionamento energetico è al primo posto tra le priorità della politica estera Usa. In ordine alle importazioni di petrolio, il calcolo geostrategico a lungo termine contempla i seguenti elementi: a. Il controllo territoriale delle regioni in cui si trovano i giacimenti petroliferi; b. l'influenza da esercitare sulla domanda e sull'offerta ai fini della determinazione dei prezzi di mercato delle fonti d'energia; c. il controllo dei percorsi degli oleodotti o delle navi cisterna dai paesi produttori agli importatori di petrolio; d. la determinazione della valuta in cui viene emessa la bolletta petrolifera.
Il controllo delle aree di estrazione, attuato sia con metodi diplomatici che mediante pressioni, corruzione, ricatti e con l'occupazione militare, è di importanza primaria per gli strateghi dell'energia, date le scarse probabilità di reperire nuovi giacimenti di rilievo con costi di estrazione contenuti. A quanto pare siamo molto vicini al superamento del cosiddetto «peak-oil», il picco di disponibilità della risorsa petrolio. La Terra è ormai bucherellata come un formaggio svizzero. Da qui l'importanza geostrategica crescente dei giacimenti già noti, e in particolare di quelli che dispongono ancora di ampie riserve. Si spiega così la presenza militare Usa non soltanto in Iraq, ma anche negli stati dell'Asia centrale, in Colombia e in misura crescente anche nei paesi petroliferi africani.
Il prezzo del petrolio, difficilmente influenzabile, al pari dei saggi di interesse e dei tassi di cambio, nel quadro degli Stati nazionali, costituisce un parametro chiave dello sviluppo. L'incidenza di questo costo (come quello degli altri combustibili fossili) sull'economia di un dato paese dipende dal livello del reddito pro capite. Quando questo livello è basso, un prezzo di 40 o magari 50 dollari Usa al barile pesa assai più che nei paesi con reddito pro capite elevato. Il prezzo rappresenta quindi un fattore decisivo per il funzionamento delle infrastrutture, dei trasporti, della produzione e della riproduzione, accanto all'incidenza della bolletta petrolifera sui proventi delle esportazioni, al tasso di cambio tra valuta nazionale e valuta petrolifera, alla possibilità di fruire di crediti per il finanziamento delle importazioni di petrolio e al grado di elasticità del suo consumo grazie all'uso incentivato di energie alternative.
Quanto agli effetti dei meccanismi di mercato, gli ultimi a crederci sono proprio i conservatori dell'establishment Usa. Mentre predicano il mercato, questi neoliberisti con l'ossessione del potere praticano di fatto una politica autoritaria e non esitano a ricorrere all'intervento militare. Se da un lato decantano a gran voce le virtù della libera concorrenza, dall'altro spediscono truppe d'occupazione nelle regioni di interesse geostrategico al suono delle trombe di guerra della `lotta al terrorismo'. L'attacco al regime dei talebani in Afghanistan ha costituito per gli Usa un'occasione per penetrare anche militarmente negli Stati dell'Asia centrale, in prossimità dei nuovi giacimenti petroliferi e dei territori che saranno attraversati dagli oleodotti, nonché un tentativo per tenere l'Asia centrale fuori dall'influenza della Russia, della Cina ed eventualmente dell'India e dell'Iran. Nell'ambito di questa logica, la guerra all'Iraq è stata decisa con l'intenzione di accedere a fonti petrolifere valutate a 110 miliardi di barili, escludendo nel contempo i concorrenti dalle operazioni di esplorazione e di estrazione.
Con l'aumento della domanda, il dominio del petrolio, dall'estrazione al mercato, diventa ancora più decisivo. La Cina, l'India e altri paesi stanno procedendo a loro volta sulla via dell'industrializzazione - cosa che peraltro sono costretti a fare per ottemperare alle regole del Wto. Ma il loro sviluppo rischia di essere bloccato dal rincaro e più ancora dalla rarefazione del petrolio e dalla conseguente crisi energetica. Per gli Usa, l'aumento del prezzo del petrolio non è necessariamente svantaggioso, innanzitutto perché il rincaro colpisce anche la Cina, il Giappone e altri potenziali concorrenti degli Usa - almeno fintanto che la bolletta petrolifera viene emessa in dollari. In secondo luogo, il caro-petrolio avvantaggia le holdings petrolifere transnazionali e le megaimprese americane specializzate negli impianti estrattivi (come la Halliburton), soprattutto quando si costituiscono in complesso militare-finanziario-petrolifero, d'intesa con gli ambienti di Wall Street e il governo Usa: una situazione che il controllo americano di larga parte dell'offerta sui mercati petroliferi globali consente di perpetuare. Sono probabilmente di quest'ordine i motivi che hanno condotto alla brutale decisione di assoggettare l'Iraq all'influenza Usa.
L'euro valuta petrolifera? Ma se la guerriglia in Iraq dovesse continuare a lungo (compromettendo l'estrazione petrolifera) e se il progetto americano di costruire un ordinamento postbellico stabile in Medio Oriente fallisse, il dollaro Usa potrebbe anche non rimanere la valuta di riferimento per il petrolio. L'irrazionalità del governo Bush si rifletterebbe, infatti, con molta evidenza sul piano economico, dati anche i costi smisurati della guerra, al di là del tributo di sangue che nessun profitto può compensare. Rispetto alla prima crisi petrolifera del 1973 la differenza è eclatante. All'epoca, il prezzo del petrolio subì un'impennata in seguito alla svalutazione del dollaro Usa, quando le compagnie petrolifere colsero al volo l'occasione offerta dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana. Per loro comunque la situazione attuale è anche più favorevole. Innanzitutto, è improbabile che vengano a premere sul mercato nuovi soggetti in possesso di riserve importanti; e in secondo luogo, la prospettiva della concorrenza dell'euro col dollaro come potenziale valuta petrolifera offrirebbe la possibilità di fatturare il petrolio nella valuta europea, come già progettato, prima della guerra, da Saddam Hussein e da Hugo Chávez.
Una svolta del genere sarebbe per gli Usa una mezza catastrofe. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, nel 2004 il deficit della bilancia dei pagamenti di Washington sarà di circa 630 miliardi di dollari Usa, finanziati soprattutto dai paesi asiatici e in particolare dal Giappone e dalla Cina, che detengono cospicue riserve in dollari. Anche il deficit di bilancio, che ammonta attualmente a circa 500 miliardi di dollari ed è dovuto in buona parte alle gigantesche spese militari, trova i suoi finanziatori all'estero. Fintanto che il petrolio è fatturato in dollari, il suo rincaro non è un gran problema per gli Usa - a differenza di paesi importatori quali l'India, il Pakistan e vari Stati africani. Ma se le importazioni petrolifere dovessero essere pagate almeno in parte in euro, il finanziamento del suo fabbisogno in valuta estera diverrebbe per gli Stati Uniti un problema pressoché insolubile. Attualmente, il volume netto delle importazioni Usa ammonta a circa 4 miliardi di barili l'anno, che al prezzo di 50 dollari al barile comportano una spesa di 200 miliardi di dollari; se però la bolletta petrolifera non fosse più pagabile in dollari, si tratterebbe di sborsare 170 miliardi di euro, che dovrebbero essere reperiti con il ricorso a un ulteriore indebitamento o aumentando le esportazioni.
Ma quest'ultima soluzione sarebbe possibile solo attraverso una svalutazione del dollaro, con effetti dirompenti sull'economia statunitense e su quella mondiale. Gli Usa non potrebbero certo sperare di prolungare l'epoca d'oro del twin deficit a. Per gli americani sarebbe venuta l'ora di dare ascolto all'esortazione dell'Ocse di accrescere la loro quota di risparmio, che raggiunge a malapena il 2% del Pil. Il petrolio perderebbe la sua attuale funzione di ancoraggio del valore del dollaro, e gli Usa non avrebbero più a propria disposizione un'arma multifunzionale nella concorrenza valutaria globale. Nei rapporti commerciali con l'America gli altri paesi dovrebbero importare di più e avrebbero minori possibilità di esportare. Le previsioni economiche dell'Ocse per il 2004 tradiscono grande perplessità. Le conseguenze di una riduzione del doppio deficit statunitense rischiano di rappresentare un problema per l'intera economia mondiale; se però il deficit continuasse a crescere al ritmo dell'ultimo periodo del precedente mandato del presidente Bush, i problemi sarebbero ancora più gravi.
Alle questioni del petrolio, del dominio delle sue riserve, dell'offerta e della determinazione del prezzo si aggiunge quindi la questione della valuta di riferimento della bolletta petrolifera. La concorrenza del dollaro con l'euro (nonché eventualmente con lo yuan e magari con lo yen) potrebbe portare a un'escalation della guerra valutaria. In un mondo in cui tutto è sempre più strettamente interconnesso e i problemi globali non possono che avere soluzioni multilaterali, gli Usa perseguono la loro linea unilateralista (come hanno fatto per il Protocollo di Kyoto, la Corte penale internazionale, la Convenzione sulle mine antiuomo ecc.) La situazione generata da questa politica del «Manifest Destiny» risponde sempre più alla definizione di «egemonia predatoria», coniata vari anni fa dall'economista e politologa americana Susan Strange.
Questa conclusione appare anche più evidente a fronte di una visione complessiva del problema del petrolio, considerato sia dal punto di vista dell'input che da quello di un output altamente nocivo: l'emissione di Co2. Come è noto, in risposta a questo problema è stato elaborato il Protocollo di Kyoto, divenuto diritto internazionale vincolante dopo la firma della Russia, nell'ottobre 2004. Gli Stati Uniti hanno rifiutato di sottoscriverlo. Ma non sembra che il loro diniego abbia messo sull'attenti l'evoluzione climatica. L'effetto serra minaccia sempre più l'ambiente, la sicurezza alimentare e abitativa e la salute umana su tutto il pianeta.
Le conseguenze del surriscaldamento del globo sono, infatti, drammatiche. Dovunque si moltiplicano i fenomeni climatici anomali con effetti gravissimi, i cui danni vengono calcolati in media, secondo le valutazioni più conservatrici, in oltre 10 miliardi di euro l'anno. Si tratta in particolare delle conseguenze di trombe d'aria, uragani e cicloni, spesso battezzati con nomi propri. Per motivi politici si tende a rimuovere il rapporto di causa-effetto, peraltro largamente accertato, tra questi fenomeni e il processo strisciante del cambiamento climatico. Si definiscono esagerate le preoccupazioni per l'effetto serra, imputando semplicemente al caso la crescente frequenza delle perturbazioni meteorologiche. Ma intanto si prevede che nel 2050 la media annua dei costi per far fronte alla catastrofe climatica raggiungerà i 2000 miliardi di dollari.
Anche il Pentagono si sta attrezzando. Ma la linea Bush-Rumsfeld non prevede certo misure preventive volte a contrastare il brusco cambiamento climatico, bensì un programma di preparativi militari... per bloccare le ondate migratorie che potrebbero riversarsi sugli Stati Uniti in conseguenza dei disastri meteorologici. Gli autori di una ricerca del Pentagono, Peter Schwartz e Doug Randall del Global Business Network, ritengono che da qui al 2100 la temperatura media del pianeta potrebbe aumentare anche di 5,8° C. provocando la parziale fusione dei ghiacci della Groenladia, e quindi la diluizione e il calo del contenuto salino delle acque dell'Atlantico del Nord. Il conseguente sconvolgimento della circolazione termica potrebbe far deviare la corrente del Golfo, alterando bruscamente il clima temperato dei territori costieri in ragione del minore afflusso di acqua calda verso il Nord (Schwartz and Randall, www.ems.org/climate/pentagon climatechange.pdf).
Paradossalmente, a livello regionale - ad esempio in Europa - il riscaldamento globale potrebbe anche determinare un raffreddamento del clima, con effetti di dimensioni catastrofiche per la produzione alimentare e i consumi di acqua ed energia. Di conseguenza si temono esodi di massa e il rischio di esplosioni di violenza. Ecco perché gli Usa devono premunirsi in tempo («preemptive») per sgominare il Male sotto la specie di ondate migratorie di folle disperate.
Da tutto questo si può concludere che il governo Bush (come l'elettorato che gli ha consegnato il potere) non è all'altezza delle sfide del mondo di oggi. Ma disgraziatamente quel governo ha in mano un potere planetario e non si fa scrupolo di utilizzarlo, accusando al tempo stesso di `terrorismo' chi tenta di resistere a una politica di distruzione. Così si catturano le parole, rendendo impossibile qualsiasi discorso; e si perdono per strada gli ultimi residui di razionalità e democrazia. È l'ora degli opportunisti, dei subalterni, di chi si adegua e cerca di far pace per proprio conto con il papa della Casa Bianca. Lo «Spiegel», nel suo numero uscito dopo la rielezione di Bush, ha adottato la parola d'ordine «occhi chiusi e avanti tutta». Ma in questa scelta si riesce almeno a percepire una nota di disperazione. Un sentimento del tutto estraneo al leader dei Verdi Bütikofer, che in un'intervista («Frankfurter Rundschau», del 14.11.2004) dichiara di voler apprendere la lezione dei repubblicani e di Bush anziché abbandonarsi allo sconforto «come fa la sinistra». Una posizione che ricalca quella dei rappresentanti degli altri partiti, con la sola eccezione del Pds. Ed è tragico che a pochi giorni dalla rielezione di George W. Bush la classe politica si adegui non solo all'esito elettorale, ma evidentemente anche a una politica di cui Falluja ci ha offerto un assaggio agghiacciante.
note:
a Si tratta del `doppio deficit', del bilancio dello Stato e della bilancia commerciale (NdRM)
(Traduzione di Elisabetta Horvat)