Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Aldo Tortorella
Ho molto faticato a capire perché si giudicasse superata l'esperienza di questa rivista da parte di una maggioranza dei compagni che l'avevano voluta e del gruppo redazionale più ristretto, compreso il direttore, che l'ha mese per mese creata con intelligenza e con passione a mio avviso fruttuose ed encomiabili. Naturalmente, vedevo anche io il differenziarsi dei punti di vista, già all'origine dissimili, nel mutare della situazione politica e, dunque, nel modificarsi delle originarie sollecitazioni donde questa rivista era nata. Si evolveva la posizione di Rifondazione comunista e del suo segretario (partecipe della direzione della «rivista») non solo per una nuova e positiva relazione con le altre forze politiche della opposizione parlamentare, ma per la piattaforma ideale e per il rapporto con il passato. L'orientamento moderato dei Ds si veniva sviluppando in modo da convincere alcuni, tra cui Giuseppe Chiarante ed io stesso, a ritenere ormai fuori luogo e priva di seria prospettiva l'ipotesi di un rinnovamento `da sinistra' di quel partito. Per altri, furono ben presto vanificate le speranze che dagli straordinari movimenti del 2002 e innanzitutto da quello sui diritti del lavoro nascesse una stabile aggregazione di `riformismo forte'. Nel medesimo tempo, l'appello di Pintor per un incontro tra le forze a sinistra dei Ds e l'argomentazione di Magri per una costituente (e anche le iniziative pratiche dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra, del `Forum per un programma alternativo di governo' e altre ancora) non trovavano approdi significativi.
Tutto questo, però, mi sembrava suggerire che potesse essere più che mai utile quello sforzo di ridiscussione sui fondamenti di principio, oltreché sulla progettualità e sui programmi, di una sinistra critica verso il sistema economico-sociale dato e capace di attitudine al governo, sforzo che, secondo me, costituiva la motivazione più vera della esperienza tentata da questa rivista. L'assillo del tempo breve, che è la dimensione in cui è iscritta la decisione politica, non solo non contrasta con la necessità di identificare le ragioni ultime del proprio stesso agire, ma la presuppone e l'accompagna. Mi ha sinceramente sorpreso - sia detto in parentesi - lo stupore per l'efficacia elettorale del modello etico dei neoconservatori americani, quando era evidente, come già prima fu notato da parecchi, che quel modello aveva non solo la forza propria di una consolidata tradizione ma soprattutto l'aiuto offerto dall'assenza di un modello alternativo (come era stato reso chiaro anche dal caso italiano).
È però vero, come nota Chiarante in questo stesso numero, che le cose si sono fatte assai più complesse di quanto non apparisse anche per coloro che portano con sé un bagaglio consistente di esperienze e di riflessione. Anche quando le antiche coordinate appaiono essenziali (il conflitto capitale-lavoro, oppure il rapporto tra dominio capitalistico e guerra, ad esempio) solo una ricognizione attenta le può rileggere nelle forme mutate della realtà attuale per tanti aspetti veramente inedita. Una sinistra divisa tra richiami ad un passato non sempre accortamente rivisitato e tendenze alla dannazione della memoria, tra la ripresa di strumenti di analisi non sufficientemente ripensati e accettazione supina della cultura dominante avrebbe bisogno più che mai di uno strumento come quello che questa rivista cercò di essere e avrebbe potuto divenire. Ho sempre pensato e penso che una nuova capacità critica e propositiva possa nascere solo dalla vicinanza tra diversi, dal loro lavoro comune e dall'esplicito confronto sulle differenze. Se avverto un rammarico rispetto alla esperienza - a me utilissima - compiuta in questa rivista esso è quello di non aver insistito a sufficienza su ciò che mi pareva essenziale diversamente da altri: per esempio sul fondamento etico delle idee di trasformazione sociale. Male si addice il bisogno politicamente indispensabile della mediazione (senza cui qualsiasi impresa si sfascia) con la pari necessità di un riconoscimento delle differenze di principio che non diventi lacerante. Qui è stato difficile per me, e forse per la «rivista», trovare un equilibrio: una difficoltà che è parte del problema d'insieme della sinistra o, almeno, di quella parte di essa che desidererebbe non accontentarsi di svolgere una funzione lubrificante. Il motivo della diaspora a sinistra va al di là degli interessi di ceto, di gruppi e di persone - che pur appartengono ai dati di fatto da tenere in conto -, e sta innanzitutto nella crisi, a lungo maturata e alla fine divenuta esplicita, dell'universalismo cui aspirava l'idea di liberazione riposta nell'autoriconoscimento degli sfruttati oltre ogni genere e tipo di frontiera. Non è stato così. Ma ricostruire, o costruire, dopo una tale caduta apre domande impensate.
Credo che le persone con cui ho lavorato - per quanto ho saputo farlo - in questa rivista, persone cui è andata e va tutta la mia stima e il mio affetto nelle differenze di ieri e nelle simiglianze di oggi, siano quelle che più hanno contribuito a cercare risposte nuove. Il fatto, di cui non cesso di rammaricarmi, che non operino più in una impresa comune non significa né che quella impresa - il bisogno di una sinistra degna del nome - fosse e sia sbagliata, né che la somma del loro contribuito sarà minore. Sono cocciutamente certo che sia giusto e utile, comunque, continuare a lavorare sulla strada di cui anche questa rivista ha segnato una tappa. Anzi, proprio mentre questa esperienza decide di concludere se stessa, altre ne nascono nella medesima direzione. È il segno che il cammino va proseguito.