Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Massimo Serafini
Non sfugge a nessuno di noi che l'abbiamo progettata, la gravità della scelta che compiamo se decideremo di interrompere la pubblicazione della «rivista». Priviamo la sinistra, in particolare la sua parte più radicale, di un punto di riferimento e di una sede di ricerca ed elaborazione unitaria e lo facciamo in un momento storico e politico irto di difficoltà e carico di problemi drammatici, per affrontare i quali - e risolverli a favore della sinistra - servono tutte le energie disponibili e sicuramente più e non meno strumenti a disposizione, per operare e tentare di agire politicamente per cambiare lo stato delle cose presenti. Pongo l'accento sulla gravità di ciò che stiamo per decidere, non solo perché è così che la vivo, ma anche per affermare che il tentativo che abbiamo fatto in questi anni, promuovendo questa rivista, non è stato di poco conto, ma al contrario penso abbiamo dato un utile ed importante punto di riferimento a tutta la sinistra sociale e politica ed anche allo stesso nuovo grande movimento di lotta contro la globalizzazione liberista. Perché dunque decidiamo di chiudere quest'esperienza? Non trovo pienamente convincente una risposta a questo interrogativo che indichi nella progressiva perdita di lettori, che indubbiamente abbiamo registrato, l'esaurirsi dello spazio politico della «rivista». Non mi convince perché a me non pare che sia venuta meno l'esigenza che ci spinse a idearla. Al contrario penso che la domanda di rinnovamento e unità della sinistra, che ancora pensa che un mondo diverso sia possibile e necessario, domanda che la «rivista» ha cercato di interpretare, sia in realtà più diffusa. Lo confermano le numerose prese di posizione seguite all'articolo sul «manifesto» quotidiano di Asor Rosa.
In realtà la causa vera della crisi della «rivista» è la crisi di unità del gruppo che l'ha ideata e prodotta. È innegabile che, da molto tempo, siamo paralizzati da divisioni profonde, sia di natura politica sia culturali. Sulle prime sono via via emersi punti di vista diversi su come portare avanti il progetto che ci spinse a fare la «rivista». Molto schematicamente: c'è chi pensa che sia giunto il momento che la «rivista» porti e concentri dentro Rifondazione le proprie forze e le proprie idee di rinnovamento, mentre altri e io fra questi, invece considerano limitativo questo obiettivo e ritengono che si debba invece rafforzarne l'autonomia per cercare di coinvolgere nel processo di rifondazione di un nuovo soggetto della sinistra un arco molto più vasto di interlocutori. Altri ancora pensano che si debbano concentrare gli sforzi su una ricerca programmatica, che delinei con più precisione gli obiettivi di quella proposta di riformismo forte, su cui vorremmo che l'insieme del centro-sinistra si attestasse nella sua sfida alle destre e soprattutto avviasse un lavoro di analisi e di lungo periodo, di cui certamente c'è una grande necessità. Infine altri ancora pensano che la «rivista» debba valorizzare e concentrarsi sulle proposte che provengono dall'esperienza della Fiom, che puntano a costruire un soggetto che sia capace di ridare una rappresentanza politica al lavoro.
A questi diversi orientamenti sul nostro agire politico immediato, si sono poi aggiunte, rendendo ancora più difficile la ricerca di una sintesi politica unitaria, divisioni culturali molto significative su temi di fondo che investono e chiamano in causa l'identità della «rivista». Non la pensiamo più allo stesso modo sulla non violenza e non diamo più lo stesso giudizio sul '900 e sul ruolo che il comunismo vi ha giocato, in particolare su quello originale del Partito comunista italiano. Aggiungo a queste divergenze, che coinvolgono in maniera particolare le compagne e i compagni più autorevoli per storia ed importanza, quelli che quindi danno credibilità e autorevolezza al nostro mensile, anche una, su cui spesso in maniera solitaria, ho più volte insistito. Riguarda la questione dell'ambientalimo. Non credo che ci sia piena consonanza di opinioni sulla necessità o meno di assumere la soluzione delle drammatiche questioni ambientali - e in particolare quella del cambiamento climatico - come l'asse centrale della nostra proposta programmatica, il perno su cui far ruotare quel progetto di riformismo forte che riteniamo possibile in questa fase e con questi rapporti di forza. Né mi pare ci sia identità di vedute sul fatto che l'ambientalismo sia uno dei punti di innovazione della cultura della sinistra di cambiamento.
Io penso che, se si assume l'ambientalismo come uno degli elementi costitutivi di un nuovo soggetto della sinistra, serva produrre una forte discontinuità e profonde innovazioni, per niente indolori, nella cultura del movimento operaio. In particolare nella sua idea di sviluppo, cui non basta aggiungere le parole `sostenibile' e `di qualità', ma che richiede una critica dell'operaismo e della civiltà della crescita. Una discontinuità che la «rivista» non ha pienamente evidenziato e su cui, sicuramente per mia responsabilità, abbiamo discusso poco, finendo inconsapevolmente per trattare le questioni ambientali come una problematica che si aggiungeva alle altre.
Queste divisioni mai esplicitate sulla «rivista», ci hanno portato nell'ultimo anno ad elaborare un prodotto eccessivamente diplomatizzato, che rendeva sempre meno chiaro ciò che volevamo. La «rivista», pur rimanendo un buon prodotto, ha perso di incisività ed ha cessato di rappresentare quella speranza politica che, per un lungo periodo, ci ha fatto vendere oltre quindicimila copie, malgrado un rapporto difficile e di incomunicabilità con il quotidiano «il manifesto». Perché tante persone ci compravano e molte di più ci leggevano? Penso perché la «rivista» ha interpretato e dato voce a un'esigenza politica reale propria di una vasta area di compagne e compagni (militanti per lo più dispersi in una moltitudine di esperienze e di movimenti, i cosiddetti `cani sciolti', ma anche interni alle forze della sinistra critica e in particolare a Rifondazione, tanto che nel gruppo dei promotori, seppure a titolo personale vi era Bertinotti). In poche parole abbiamo dato voce e per questo tanti ci compravano, all'esigenza diffusa di realizzare un'inversione di tendenza nei processi di disgregazione della sinistra critica, al bisogno altrettanto diffuso di una sua profonda riqualificazione programmatica e di una forte innovazione del suo modo di fare politica. È vero che non siamo riusciti a trasformare questo bisogno in un'iniziativa politica concreta. Anzi le difficoltà che si sono sovrapposte (proseguire della spinta disgregativa, fine della speranza Cofferati, l'appiattimento di Rifondazione sul movimento dei movimenti nel quale nel frattempo è cresciuta l'idea di una sua autosufficienza politica, che ha finito col mettere la sordina alla questione dello sbocco politico e del rapporto stesso con la politica) hanno finito per produrre al nostro interno le diverse opzioni di cui ho parlato, su cui non siamo riusciti a trovare una sintesi efficace e su cui abbiamo a volte proceduto in ordine sparso, scaricando su coloro che facevano materialmente il mensile la sua fattura.
Eppure la situazione che si viene determinando riapre spazi al progetto su cui la «rivista» ha lavorato. A me pare che l'esigenza di una riaggregazione delle forze della sinistra critica, di quel 13% emerso alle ultime europee, si faccia strada. Questa spinta coinvolge anche le minoranze dei Ds. Insomma sono in corso dei processi politici su cui la «rivista» potrebbe influire, aiutandoli ad andare nella giusta direzione, ad individuare i punti programmatici su cui condizionare le possibilità di un'alleanza di governo con le forze moderate del centro-sinistra.
Per coprire questi spazi e realizzare un'efficace azione di stimolo serve però che ritroviamo unità e un nuovo stile di lavoro in modo da produrre una rivista che abbia una sua linea chiara ed espliciti il cuore del suo progetto politico, in cui i dissensi siano esplicitati e non diplomatizzati. Una rivista che sia capace di andare controcorrente, di dire cose molto scomode - a volte impopolari. Servirebbe ad esempio una rivista che metta subito in evidenza la fragilità dell'unità raggiunta dal centro-sinistra e le difficoltà tremende cui sarà sottoposta se si continuerà a rinviare le scelte programmatiche discriminanti al dopo elezioni, dando per scontato che per liberarsi di Berlusconi e le destre basti l'unità dello schieramento del centro-sinistra, senza un programma e scelte che rendano chiaro alla gente che cosa cambierà con la sinistra per liberarsi di Berlusconi e delle destre.
Penso alla questione della pace: la vittoria di Bush nelle elezioni presidenziali americane renderà molto più arduo e difficile attestare l'insieme dello schieramento di centro-sinistra su una posizione come quella di Zapatero, come testimonia l'intervista di D'Alema a commento del risultato americano. Penso alla questione sociale: l'acuirsi della crisi economica e finanziaria del paese rende più difficile attestare l'insieme del centro-sinistra sulla piattaforma inviata dalla Cgil al tavolo programmatico dell'Ulivo, o l'esigenza di una battaglia redistributiva o l'appoggio alla lotta contro la deindustrializzazione del paese. Penso ai nodi ambientali: l'aggravarsi della crisi climatica del pianeta impone scelte radicali sull'energia, più in generale sui beni primari e quindi il lancio di una politica di risparmio energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili oltre ad un ripensamento della sbornia liberalizzatrice, che invece continua a caratterizzare le posizioni di gran parte del centro-sinistra. Penso alla questione dei diritti al cui centro vi è il nodo della legge sulla fecondazione assistita: referendum o spazio all'iniziativa Amato? Potrei continuare con i temi caldi della scuola e della sanità. Ecco, su tutti questi problemi la «rivista» dovrebbe e potrebbe intervenire per denunciare il rischio di una politica del rinvio e del non scegliere che potrà forse anche far vincere le elezioni al centro-sinistra, ma io ne dubito, ma che sicuramente non potrà reggere la prova di governo, esponendo il paese ad una deriva drammatica. Ha senso quindi dare continuità alla «rivista» se riusciremo a fare un prodotto capace di influire su queste questioni, assumendoci anche la responsabilità di creare difficoltà anche alla positiva scelta unitaria da Mastella a Bertinotti, che però è basata sul minimo comun denominatore della cacciata di Berlusconi. Questo a me pare lo spazio su cui la «rivista» potrebbe essere rilanciata, su cui riconquistare lettori, allargare le forze che la fanno, trovare un nuovo e proficuo rapporto di sinergia con il quotidiano «il manifesto».
Se non si raggiunge una comune convinzione su questo e non si produce anche una volontà di confronto sui temi culturali su cui ci siamo divisi io credo non abbia nessun senso dare continuità a un mensile come quello che attualmente facciamo, sicuramente sempre ben fatto ed interessante, ma politicamente inefficace. Una rivista così sarebbe destinata a perdere lettori e credibilità. Non ho usato il verbo chiudere, ma sempre interrompere, proprio perché sono convinto che ci sia lo spazio politico e editoriale per continuare, in primo luogo a discutere fra di noi, per ricercare una nuova sintesi unitaria che ci consenta un nuovo inizio.