Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Mario Santostasi
Anche le riviste politiche habent sua fata. Il fato di questa «rivista» è stato l'impazienza politica. Virtù generosa e propizia nelle fasi di movimento, peccato non veniale quando la guerra è di posizione.
Se si leggono i nomi che ancora adesso stanno nel timone della «rivista» ci si rende conto che alla nascita - correva l'anno 1999 - «la rivista del manifesto» si apriva con un fortissimo messaggio simbolico. Personalità di grande rilievo, che erano state protagoniste di una storia antica e recente - più o meno dal '69 al '98 passando per l'89 - di divisioni della sinistra, e in particolare della sinistra comunista, si presentavano in un'impresa comune, che, per giunta, osava nella testata il nome inequivocabilmente evocativo del «manifesto»: il messaggio era eloquente, e aveva la sua forza specifica non solo nella grande autorevolezza dei suoi maggiori soci fondatori, quanto, più specificamente, nella unità che sembravano assicurare al loro progetto comune. (Ed è elemento che va sottolineato subito perché costituisce insieme la ragione iniziale del suo successo e contemporaneamente quella finale della sua dissoluzione.) Dunque un messaggio insieme rifondativo e ricompositivo della sinistra a largo spettro, giacché vi includeva una frazione di quel maggior partito della sinistra italiana ancora impegnato in una negativa esperienza di governo e nonostante che il clima del rapporto fra le sinistre fosse ancora ben rappresentato dal fatto che le due destre erano state solo da poco sostituite dalle due sinistre. Peraltro, un messaggio così controcorrente non veniva affidato, per dire, a un trimestrale, che rinvia obbligatoriamente al tempo medio della ricerca, per quanto politicamente intenzionata, ma proprio al tipico strumento che intreccia in una continua tensione riflessione e intervento politico, qual è un mensile. Persino al di là delle intenzioni comuni dei soci fondatori, il messaggio fu quindi accolto con questo tratto di urgenza, con questa attesa di efficacia pressoché emergenziale da 22.0000 lettori (me compreso, allora), risultato straordinario in quei tempi di frustrazione del popolo di sinistra e di distacco dalla politica spinto fino al dilagante astensionismo elettorale.
Non si trattava di una proposta disarmata, di pensiero desiderante. Nell'inaugurare la serie, i promotori si cimentarono nel motivare la missione della rivista con un corposo progetto di lavoro che richiamerò sia pure con imperdonabili semplificazioni: a) una elaborazione critica storica e teorica del movimento operaio del secolo trascorso e in particolare della tradizione comunista, che ne esplorasse il grado di eventuale attualità; b) un'analisi dei mutamenti dell'economia capitalistica, del modo di produrre, della composizione organica della società italiana, e non solo, del mutamento profondo del sistema e degli attori politici, e delle loro reciproche relazioni; c) un ambizioso impegno propositivo che facesse almeno intravedere valori, programmi, un'idea di società, soggetti portanti, blocco storico di riferimento, di una «grande operazione riformatrice» che, senza perdere l'endziel di una critica anticapitalistica, vivesse in una nuova stagione riformistica (più o meno omologa a quella che ha accompagnato les trente glorieuses nell'Europa del secondo dopoguerra). Un programma che citava parole ricorrenti nel lessico gramsciano (critica dell'egemonia, blocco storico, casematte, ecc.) con la consapevolezza, presumo, della difficoltà dell'impresa e della necessità della lunga lena. Ironizzare di un vaste programme sarebbe futile e offensivo. Poiché questa ambizione mi pare ancor oggi l'unica che abbia da dire qualcosa di veramente adeguato in un paese in cui la sinistra è a rischio di estinzione anche nel nome. Osservare ora che alcune di quelle categorie evocate erano state abbastanza consumate dai mutamenti del passaggio di secolo; che la vitalità di quel complesso di ideologia che andava sotto la rubrica di pensiero unico era tutt'altro che in declino; o che gli attori politici (partiti e ceti politici e intellettuali anche di sinistra) si erano dislocati in tutt'altro cielo (il più grande partito politico della sinistra italiana - al pari dei confratelli europei - era impegnato irreversibilmente in uno spostamento complessivo verso una cultura e una pratica di governo di illusorio neo-liberismo compassionevole; le minoranze critiche in quel partito restavano incistate in un organismo politico tutt'altro che propenso a una svolta appena progressiva; la sinistra antagonista si sarebbe ben presto impegnata - sotto la spinta dei movimenti nascenti - in una ridefinizione delle propria identità fondata su un radicale rifiuto dalla tradizione del movimento comunista italiano, fino a condividere la più generale dannazione del Novecento, o, più particolarmente, del `secolo breve'; il totalitarismo di mercato aveva espropriato o subordinato la politica; il concreto sistema democratico si era avviato esattamente sulla strada di ridurre fino a occludere i canali in cui il conflitto sociale scuote, interroga e modifica il campo delle forze politiche) non deve indurre a un giudizio di velleitarismo di quel progetto, ma certo autorizza una duplice considerazione. In primo luogo, le forze intellettuali (e gli strumenti) convocati in quell'arduo laboratorio avrebbero dovuto essere numerosi e diversificati, tali da esigere una difficile opera di riconquista per via non di una esigente direzione politica (peraltro del tutto fuori tempo) ma di accorta tematizzazione di competenze diverse e di autonomie non facilmente rinunciabili. In secondo luogo era indispensabile definire e rinnovare continuamente un equilibrio instabile fra progetto politico e percorso di rifondazione critica, che esigeva quella speciale pazienza politica che tiene dritta la barra del progetto politico oltre le smentite contingenti dei fatti e nell'inevitabile complessità delle mediazioni intellettuali che lo alimentano e ne aggiornano di volta in volta la natura, gli obiettivi, gli interlocutori. In mancanza di queste premesse, quella tensione avrebbe potuto essere momentaneamente elusa, raffrenata, ma alla fine sarebbe riaffiorata nei suoi corni dilemmatici fino alla dissoluzione del progetto medesimo.
È andata così per molte e forti ragioni (che Lucio Magri analizza in questo fascicolo nel dettaglio e nelle relative gerarchie), ma soprattutto per la grande pressione esercitata dalla vicenda italiana - il profilarsi e subito dopo il pieno dispiegarsi del pericolo berlusconiano - dalla quale il difficile equilibrio che teneva insieme il programma originario è stato rapidamente decomposto nelle spinte contrapposte della `politica come ricerca' (sempre esposta al rischio della ricerca senza politica) e della `politica come efficacia' (per sua parte pericolosamente contigua alla politica politicante). Beninteso, non era certo futile motivazione quella che trasformava un progetto di lungo termine in un'aspettativa politica immediata, ma certamente una riduzione ad unum di una complessità che nemmeno aveva cominciato a sperimentare le sue possibilità. È significativo che nel numero zero della rivista, subito dopo l'editoriale programmatico, la «rivista» pubblicasse un articolo di Giuseppe Chiarante (La caduta) che, additando i risultati già pessimi per il centro-sinistra nelle elezioni europee e amministrative del giugno 1999, già ammoniva sulla urgenza di un confronto e di una convergenza della `sinistra critica' peraltro in quel momento divisa aspramente fra governo e opposizione. Ma, nel maggio del 2000, un mese dopo il catastrofico risultato del centro-sinistra nelle elezioni regionali, Luigi Pintor dalle colonne della rivista proponeva Una costituente a: «Rifondazione comunista, la sola forza già costituita, gli ambientalisti, la sinistra sindacale, i centri sociali, molte esperienze di base che non hanno riferimento, quel che resiste della cultura democratica non omologata al sistema, le minoranze e l'area popolare diessina in sofferenza, donne e uomini che operano nei grandi comparti nell'ex stato sociale, il mondo della precarietà e della diversità» 1. Farei torto alla «rivista», e soprattutto al suo direttore, se non ricordassi che di questa proposta si tentò di dare una versione più processuale e meno «brutale» (questo era lo stile non il pensiero di Pintor) ma, certo, da quel momento la «rivista» si fece attore politico fra gli altri, esposto come gli altri alle verifiche e alla lezione dei fatti. E poiché le elezioni del 2001 ne smentirono la proposta sia nella disponibilità unitaria delle sinistre sia, e ancor più, nei risultati, ne discese una sentenza che sta all'origine della sua crisi e della sua fine: la «rivista» - recitava il dispositivo - non aveva alcuna influenza politica. E con la stessa imputazione fu anche sbrigativamente accantonato il tentativo - compiuto all'inizio di questo anno - di rianimare, con l'apporto di un ventaglio più largo di qualità e intelligenze `politiche', il programma originario per offrirne i risultati a una fase in cui il riavvicinamento fra le sinistre sembra dominato unicamente dal porro unum `anyone but Berlusconi'. Con il risultato solo apparentemente paradossale che nel momento in cui la «rivista» avrebbe potuto essere accettata come uno dei centri di ricerca non solo di solide basi programmatiche di una coalizione antiberlusconiana, ma, di più, dei fondamenti analitici, teorici, programmatici della ricostruzione di una sinistra degna di questo nome in Italia, essa sperimenta la sua vera marginalità e ne ricava coerentemente la decisione di sospensione.
Non credo, benché il giudizio spetti ad altri, che il suo lavoro sia stato inutile, se non altro perché vi hanno contribuito la competenza e la passione di alcune delle migliori intelligenze della sinistra non solo italiana, non soltanto perché mancare un'impresa tanto necessaria quanto ardua non è disonorevole purché se ne tragga qualche spunto autocritico della propria autosufficienza, ma soprattutto perché nei suoi 57 numeri un campo è stato segnato con nettezza di giudizio e ricchezza di analisi: la stagione delle sinistre `riformiste' si è consumata nell'evidente incapacità anche solo di rallentare il corso rovinoso cui spinge questa forma storica di capitalismo. Pensare una alternativa nel vivo del movimento delle forze in campo, scrutare «la rosa nella croce del presente», è condizione della salvezza comune del mondo.
note:
1 Cito per intero il passo di Pintor per ricordare a me stesso quanto quell'inventario di interlocutori fosse pressoché omologo, anzi un po' più ampio, del famoso `13,5%', a testimonianza che, come le nespole, anche le proposte politiche, hanno bisogno di tempo e di paglia (sinonimo, credo, di coltivazione paziente) per maturare.