Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Rossana Rossanda
Non è una notizia entusiasmante che il progetto sul quale era nata questa rivista debba dirsi concluso. Non che sia finita l'utilità del mensile, è che il gruppo promotore della «rivista», traversato da valutazioni diverse, non condivide più il senso che le aveva inizialmente dato e quindi non è in grado di portarla avanti. Non è una tragedia comparabile con quel che ci circonda, ma un sintomo che il travaglio delle sinistre non ha risparmiato neanche noi.
Che pure siamo da molti anni un gruppo di compagni ed amici che, pur con posizioni diverse, nutrono l'uno per l'altro stima e affetto. Esenti da ambizioni personali, ci eravamo incontrati di nuovo nel 1998 per discutere di una iniziativa editoriale che ci pareva urgente. Uno solo di noi, Fausto Bertinotti, aveva dietro di sé un partito, ma era interessato a titolo personale a un'impresa di riflessione e proposta. La quale nasceva appunto dopo gli esiti della rottura fra Rifondazione e il governo di centro-sinistra; molti di noi ne identificavano le cause nella fragilità dell'accordo elettorale fra Rc e l'Ulivo per le elezioni del 1996, basato più sul `che cosa non fare' che sul `che cosa fare assieme'. Il centro-sinistra aveva vinto ma Rifondazione era rimasta nella maggioranza senza partecipare al governo: la priorità era far entrare l'Italia nell'euro, e soltanto a moneta unica raggiunta, una seconda fase del governo avrebbe affrontato le questioni sociali aperte nel paese. Era stata la promessa di Prodi; «non vi porterò nudi in Europa», era la promessa di D'Alema. Ma la `fase 2' non si aprì mai in termini accettabili né per Rifondazione, né, del resto, per gran parte della Cgil allora diretta da Sergio Cofferati. Il governo era andato verso il centro sia nella formula sia nei contenuti: si posero allora le basi della Legge 30 sulla precarizzazione del lavoro (non senza frizioni anche all'interno della maggioranza), e quelle della riforma Moratti, mentre una affrettata riscrittura del Titolo Vº della Costituzione apriva il varco allo sfascio oggi in atto sotto ricatto della Lega. Come se non bastasse, il governo di centro-sinistra partecipava in prima persona, e vantandosene, alla guerra in Kosovo.
Fin dalle prime discussioni se fare la «rivista» e come, fu chiaro che occorreva costruire in quella parte che era chiamata allora `sinistra critica', le basi per un accordo di medio termine che permettesse anche di mettere assieme per le legislative del 2001 una piattaforma elettorale sufficientemente coerente da reggere le eventuali mediazioni con l'ala moderata; sia per condizionare l'andamento dei governi D'Alema e Amato, che per vincere le elezioni del 2001. Su questo eravamo d'accordo tutti, fu la base del nostro incontro.
O rincontro. Avevamo avuto perlopiù un passato comune nella sinistra del Pci - negli anni sessanta - e della Cgil, ma negli anni '70, '80 e primi '90 i percorsi si erano divisi. Grosso modo era un gruppo di ex-ingraiani, definizione che Ingrao non ha mai riconosciuto; tuttavia, separatosi dal Pci da alcuni anni, Ingrao accettava di discutere dell'iniziativa e poi di far parte del gruppo che la promuoveva. E così accettarono Fausto Bertinotti, alcuni di noi che venivano da «il manifesto», altri dal passaggio fra «il manifesto», Pci e Rifondazione, altri dal sindacato o da Legambiente, altri da esperienze di studio e movimento. In verità le provenienze contarono poco, la situazione evolveva velocemente. In capo a qualche mese uscirono i primi numeri della «rivista», pubblicata dalla Manifesto Spa, e parevano venire incontro a una grande domanda. Quel che essa è stata si legge nelle sue cinque annate e nella diffusione che è ancora di ottomila copie, pur senza sostegno né pubblicità. E sono stati molto numerosi gli amici e i compagni italiani e stranieri che hanno accettato di collaborare. Ma quando la «rivista» partì era tardi per influire sia sul governo di centro-sinistra sia sulla scadenza del 2001: Berlusconi passò per la massa di coloro che era riuscito a persuadere e per la quantità di coloro che il centro-sinistra aveva deluso.
È probabile che per ognuno di noi questa esperienza abbia avuto scansioni diverse, ma siamo arrivati alla conclusione di non avercela fatta. Almeno nel senso che intendevamo: oggi, a fine 2004, la rottura che volevamo ricomporre si è ricomposta nell'accordo da Bertinotti a Prodi. L'opposizione sta convergendo non su una mera tattica elettorale ma sulla necessità di darsi una piattaforma coerente e stabile, tale da permettere anche una comune partecipazione al governo in caso di vittoria sulla Casa delle libertà. L'obiettivo che ci aveva mosso si potrebbe dire raggiunto, se non nei termini che andavamo proponendo, con sufficiente garanzia di durata. Tuttavia precisare un programma vero e proprio non sarà facile, non solo perché una coalizione da Bertinotti alla Margherita comprende diversità non da poco, ma perché c'è stata un'accelerazione nel mutare del quadro internazionale e interno - a partire dalla guerra e dalla sua nuova natura -, che, se rendono più forti le ragioni di tenersi assieme che quelle di dividersi, richiedono non poche messe a punto di strumenti analitici, categorie e principi.
Può sembrare paradossale che proprio ora il gruppo promotore della «rivista» dichiari forfait. È venuta meno una sufficiente concordanza di giudizi sui processi di fondo del presente. È avvenuto un distanziarsi dei percorsi intellettuali e politici di persone che pure si stimano e restano amiche. La vicenda va vista con lucidità, senza illusioni e senza stracciarsi le vesti.
Proprio mentre la «rivista» era in gestazione - e da allora ininterrottamente - si sono seguiti eventi epocali che hanno investito le comuni categorie di analisi.
Il mensile li ha seguiti man mano che si producevano: in questa sede basti accennarne. Nel novembre 1999 partiva con il vertice del Wto di Seattle il movimento contro la globalizzazione, dilagato subito dopo anche contro la guerra, e culminato nel 2002 e 2003, poi rallentato ma non spento. I movimenti hanno registrato una spinta sociale e culturale autonoma, dall'andamento carsico, che ha messo in rotta la famosa `fine della storia', ma aggredisce anche le categorie politiche, organizzative e istituzionali della sinistra vecchia e nuova.
Nel 2001, in serie con i sussulti sociali e le crisi dei governi di centro-sinistra in Europa, si formava in Italia il secondo governo Berlusconi, che non costituisce una semplice `alternanza', si vuole una rivoluzione, all'inverso, che tende a demolire le strutture ideali e i principi costituzionali della Repubblica, dalla banalizzazione del fascismo alla demolizione sistematica dei diritti del lavoro e dello Stato sociale. Il liberismo, bandiera dell'attuale governo, non è soltanto né principalmente una politica `economica'. La Casa delle Libertà traduce in Italia la tendenza internazionale al dominio assoluto della proprietà capitalistica globalizzata nella produzione e nelle rendite finanziarie, che trova il suo braccio armato nelle ultime amministrazioni americane. Imperialismo o impero che sia, gli Usa sono rimasti negli anni '90 l'unica superpotenza armata. Questo è il quadro e questi sono i rapporti di forza.
Pochi mesi dopo, provocati dall'attacco alle Due torri dell'11 Settembre 2001, gli Usa passavano da una mai cessata, ma più o meno celata, ingerenza sugli Stati specie occidentali e nei paesi terzi all'esplicito dichiararsi governo responsabile di una missione mondiale. Intendono perseguirla con tutti i mezzi, ivi compresa la guerra preventiva, per abbattere il terrorismo, ridurre al modello `democratico' il resto del mondo e garantire il sistema di mercato. Questa scelta li portava nel Medioriente, prima in Afghanistan e poi in Iraq, iniziando quella `guerra infinita' che lungi dall'abbattere il terrorismo lo ha moltiplicato, ed ha aggravato tutte le contraddizioni e i conflitti di quello scacchiere decisivo sia strategicamente sia per le riserve di petrolio. Malgrado il vespaio in cui così facendo gli Usa si sono cacciati, il voto del 2 novembre ha premiato con un trionfo George W. Bush. E gran parte dell'Occidente sembra coinvolto, da diversi versanti, dalla tesi già huntingtoniana e ora neocons dell'inevitabile scontro di civiltà. Che questo sia il vero problema dell'oggi induce, più ancora del 1989, una critica devastante delle categorie politiche del XX secolo, specie della tradizione marxista e comunista, spostando l'accento da quella che è comunemente definita la fredda materialità degli interessi, dove anche nel conflitto più acuto si parla un linguaggio comune, alla bruciante immaterialità di valori incomunicanti. Se l'Europa si è divisa sulla guerra all'Iraq, non è detto che, a vittoria di Bush assicurata per altri quattro anni, resista alla pressione dell'Amministrazione americana, perché partecipi tutta alla difficile occupazione (e forse a parte del bottino). Come sempre il terrorismo, in quanto soggetto occulto e apocalittico, paralizza la riflessione.
In queste settimane, il concorrere del trionfo di Bush e della morte di Yasser Arafat profilano, nella diffusa ipocrisia di `adesso una pace è possibile', un ulteriore aggravarsi della tragedia fra Israele e Palestina. Sono in ballo visioni del mondo, dubbi sui principi, paure e pulsioni.
Questi sommovimenti hanno obbligato anche la «rivista» a fare via via il punto. Dopo l'affermazione di Berlusconi del 2001 e il disorientamento dell'Ulivo che ne è conseguito - piuttosto che riflettere sulla perdita dei voti a sinistra, avrebbe aderito pochi mesi dopo alla guerra in Afghanistan e più tardi si sarebbe diviso su quella all'Iraq - ha avuto luogo fra noi una vasta discussione che ha coinvolto anche i collaboratori più stretti. Sia il terrorismo, sia la teoria della guerra preventiva, sia la dislocazione, rivelata dal voto, della società italiana e delle sue soggettività, esigevano una riflessione. Lucio Magri argomentò la necessità di una costituente fra gruppi, partiti e soggetti da Rifondazione alla sinistra Ds, possibilmente assieme ai movimenti, per verificare l'analisi e il che fare. Ma Fausto Bertinotti giudicava non solo irrimediabilmente fallito l'Ulivo, ma logorate le sinistre anche fuori di esso, e considerava come solo soggetto portante e in avanzata i nuovi movimenti. Rifondazione, nata come un ritorno aggiornato del Pci a prima della svolta, specie a Berlinguer, e a un approfondimento del Marx rivisitato da Claudio Napoleoni, puntava decisamente a una `costituente dei movimenti', cui si proponeva come interlocutore. Le due proposte si basavano su valutazioni diverse non solo delle soggettività presenti ma della natura della fase: Rifondazione si muoveva su un giudizio assai più ottimista di alcuni di noi sulla forza dei movimenti e su una crisi già in atto del liberismo. Una piattaforma comune delle sinistre alternative diveniva meno interessante. Per altri di noi, e specificamente per Pietro Ingrao, l'esito disastroso del 2001 e l'incertezza perdurante della sinistra Ds, stringeva invece a confluire in una nuova forza politica, che sarebbe potuta essere Rifondazione.
Già in questo primo bilancio che facemmo verso la fine del 2001 e riverificammo nel 2002 l'obiettivo iniziale della «rivista» veniva dunque rimesso in questione: il mensile riportava i termini del confronto. Le differenze si sarebbero precisate con l'approdo del successivo congresso di Rifondazione comunista a una innovazione teorica radicale, che non solo indicava nei movimenti la nuova soggettività rivoluzionaria ma criticava a fondo la tradizione del movimento operaio e comunista. In essa parzialmente convergendo da un lato con le tesi di Marco Revelli contro il Novecento (che avevano avuto da noi una accoglienza mitigata) e dall'altro alcune tesi di Antonio Negri e Michael Hardt (soprattutto in Impero, e ora in Moltitudini).
Fausto Bertinotti non ha mai ufficializzato il suo distacco dalla «rivista», nella quale ha continuato a scrivere. Analogamente Pietro Ingrao ha accentuato la sua critica a un mensile cui rimproverava di non schierarsi nettamente, e recentemente ha aderito al Partito della Sinistra europea. E in particolare alle tesi della non violenza, che Bertinotti assumeva dai movimenti e che induceva sia lui sia Ingrao a una riflessione assai severa su teorie e pratica del comunismo. Tema che del resto era rimasto un `non detto' della «rivista» fin dagli inizi, perché alla tendenza, specie di Magri e mia, di rivisitare quel passato senza demolirlo si contrapponeva un più acuto bisogno, da parte per esempio di Aldo Tortorella, di riandare ad alcuni fondamenti etici che nella sua storia il movimento comunista aveva scordato o peggio. Scorrendo le annate della «rivista» si coglie il diversificarsi degli accenti, senza che questo conduca mai a conflitti acerbi. Al rispetto dell'accento personale la «rivista» si era impegnata fin dal primo numero.
Ma non spetta a me definire le diversità né l'itinerario che ha infine indotto Lucio Magri a considerare ormai impossibile continuare a dirigere il mensile. Dico soltanto come li ho percepiti io. Il filone cui sono andata sempre più lavorando (e riassumevo nel contributo all'assemblea del dicembre 2003) è quello di un marxismo, e non so quanto rivisitato, come chiave di lettura della fine del secolo e dell'inizio del millennio. A mio avviso incombe, come mai prima nel dopoguerra, un pericolo di totalitarismo del dominio nel modo di produzione capitalistico, sempre più articolato e pervasivo che ha come demolito il rifiuto della guerra e il bisogno di partecipazione che erano diffusi dal 1945: e sta operando - con le sue `ideologie' più aggiornate e sofisticate - fin nei meandri della società e delle coscienze, che parevano esserne finora soltanto indirettamente condizionate. È anche, a mio avviso, la conseguenza del lutto non fatto del socialismo e della liquidazione, più o meno confessata, del marxismo. Ne viene l'attuale rivolgimento, culturale prima ancora che politico, e il disarmo delle sinistre, che sentono amaramente l'insufficienza dei vecchi strumenti ma non sono in grado di rinnovarli (del resto la sinistra italiana non è mai stata afflitta da un eccesso di marxismo). Sta di fatto che molti promotori della «rivista» considerano `economicista' il mio approccio - definizione che evidentemente non accolgo.
Da tempo, non sfuggendomi le differenze che venivano emergendo fra noi, ho proposto di fare del mensile il luogo d'una ricerca approfondita del variare degli avvenimenti, analisi che probabilmente producono priorità differenti sul `che fare'. La proposta non è stata mai accolta, per timore di una deriva accademica e disimpegnata d'una rivista che era nata per essere e fare politica.
Così vedo la nostra vicenda, una vicenda seria e significativa di questi anni. Toccherà alla società editrice, la Manifesto Spa, con le consultazioni opportune, decidere se e come andare a una seconda serie del mensile.