Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Valentino Parlato
Da un po' di tempo (non poco) si è aperta, all'interno del Comitato di direzione, una discussione sull'opportunità di metter termine all'esperienza della nostra rivista. Adesso la discussione diventa pubblica sulle pagine della stessa rivista e si tratta di decidere se chiudere, come alcuni pensano, oppure continuare, oppure ancora apportare a questa modifiche non superficiali.
A chiarimento, anche di quel che segue, dico subito che sono contrario alla chiusura e propongo di continuare, ma con cambiamenti di sostanza, attraverso una discussione già avviata - ma non continuata - sul n. 47 del febbraio di quest'anno: aver trascurato quegli interventi è stato un errore di tutti noi componenti del Comitato di direzione.
Per motivare questo mio orientamento mi pare utile premettere alcune considerazioni sui 55 numeri di questa rivista, ben cinque anni di presenza nelle edicole e nelle librerie. Per questo esame del passato ho trovato di grande utilità (e ne consiglio la rilettura) l'articolo di Lucio Magri, La rivista va rivista, pubblicato sul n. 45 del dicembre del 2003.
La «rivista» nasce nel dicembre del 1999 ad iniziativa di un gruppo di compagni non disposti ad accettare la capitolazione dell'idea comunista, proveniente dal Pci anche se, come quelli del «manifesto», dissidenti. L'obiettivo dichiarato, in modo niente affatto diplomatico, era quello di ricostituire l'unità in una forza politica di tutte le varie componenti della sinistra alternativa. Ma anche questo non era detto con decisione. La composizione del gruppo promotore coincideva con la finalità dell'impresa e la rafforzava. Il messaggio arrivò: rispondeva alle attese e alle speranze di molti e così il primo numero della «rivista» ebbe una diffusione di più di 20.000 copie. Un risultato straordinario.
Un risultato straordinario e di significativa portata politica. Il successo però non provocò la prevedibile vertigine, ma al contrario un riflesso di prudenza, di cautela, la tendenza a evitare polemiche, a procedere con i piedi di piombo nel timore che una esagerazione potesse guastare tutto. E così, cito passaggi dell'articolo di Lucio del dicembre del 2003, «non siamo riusciti a costringere a un vero confronto né gli organi di stampa, né i gruppi dirigenti delle forze politiche. Anche agli occhi dell'area alla quale rivolgiamo critiche e sollecitazioni, o le cui lotte sosteniamo, appariamo più come intelligenti commentatori che non come coprotagonisti». «Siamo stati - sempre per citare Lucio - quattro anni dalla parte della ragione», ma di una ragione - aggiungo io - politicamente inefficace. Abbiamo sopravvalutato il ruolo di suggeritori, ma quelli che avrebbero dovuto essere o diventare gli attori non ci hanno sentito e poi, va aggiunto, mancava il testo della commedia che si sarebbe dovuto rappresentare. Abbiamo suggerito, abbiamo fornito analisi, scavato trincee e camminamenti, ma non abbiamo combattuto - e chi non scende in campo, non combatte, non può presumere di vincere. E così abbiamo deluso i numerosi acquirenti-volontari dei primi numeri e la diffusione è progressivamente calata, pur rimanendo a un livello culturalmente dignitoso, ma politicamente inerte.
In tutto questo, nell'impegno politico diretto, sta la differenza fondamentale tra la prima (quella del '69 e '70) e la seconda rivista del «manifesto». E vale ricordare che tutte le riviste delle quali si conserva memoria sono state riviste di combattimento, lo è stata anche «La Critica» di Benedetto Croce. E così in convergenza con il calo dei lettori si è aperta la crisi del gruppo promotore: «più che rafforzarsi si è assottigliato - si è un po' disperso» E non abbiamo neppure avuto la determinazione di rendere pubblica questa crisi e quindi di animare o rianimare l'attenzione. E così siamo arrivati a questa discussione sull'opportunità di chiudere, di considerare conclusa questa esperienza. È evidente che continuare sulla stessa strada equivale a disporsi a una morte lenta per esaurimento di lettori e di promotori e, pertanto, sarebbe meglio chiudere subito.
Ma in questa fase (e ci vorrebbe un'analisi più approfondita della fase attuale) chiudere produrrebbe un danno più che proporzionale alla debolezza della «rivista»: invece di suonare come una uscita di scena per esaurimento sarebbe accolta come una catastrofe, nel momento in cui si riapre - o si dice che si riapra - la battaglia contro Berlusconi e il berlusconismo che ha infettato anche le sinistre. Se rispondiamo sinceramente alla domanda: quale effetto avrebbe la chiusura della «rivista», la risposta sicura è che agirebbe negativamente e pesantemente su tutti i fronti delle varie sinistre.
«Non possiamo stare a lungo alla finestra», era il leit motiv di molti degli interventi pubblicati sul n. 47 della «rivista», ma chiudere oggi sarebbe `buttarsi dalla finestra'. La situazione della sinistra è talmente di crisi e di disordine mentale che anche la caduta di uno spillo (e la «rivista» non è proprio uno spillo) provocherebbe disastri.
Ma il punto è come cambiare, come non stare più alla finestra e scendere in strada. Scendere in strada non significa per la «rivista» diventare partito (una rivista è una rivista...), ma significa aprire esplicitamente e anche con rifiuto della prudenza una vera battaglia delle idee, che, in quanto tale, non si limiti alla polemica sulla politica di breve momento, ma investa temi alti. Quindi editoriali brevi, recensioni sui libri di maggior successo, articoli di demistificazione dei valori e inchieste lunghe: il cambiamento che è intervenuto nella società ci sfugge e non solo a noi. Con la conseguenza che lo scontro avviene tra noi disarmati - o con le armi moderne invecchiate e che non sparano - e l'avversario che riprende le armi più antiche, accette e pugnali, e ci fa a pezzi. La vittoria di Bush è la vittoria delle antiche lance contro fuciletti che non sparano più.
So che `il che fare' è sempre la cosa più difficile, ma se lavoriamo insieme possiamo ridefinire un progetto di rivista più esplicitamente faziosa anche se più esposta a errori. Certo commettere errori è grave ma è amara consolazione poter dire di aver visto sempre giusto e non aver mai avuto efficacia.