Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Giorgio Cremaschi
Si va verso la chiusura della «rivista», perché, come ha scritto Lucio Magri, si è esaurita la spinta propulsiva che l'animava? Sì e no.
Il mensile è nato in un altro momento politico. Pensare di andare avanti come se non fosse avvenuto nulla da allora ad oggi sarebbe semplicemente ignorare la realtà. Questo non vuole affatto dire, però, che si siano esaurite le ragioni per l'esistenza di uno strumento quale la «rivista» è stata in questi anni.
La «rivista» è nata a dieci anni dalla crisi del Pci, come ultima espressione delle varie anime della sinistra comunista. È chiaro che quando nel suo Comitato promotore si parte da Pietro Ingrao per giungere a Rossanda, Bertinotti, Tortorella, Magri e tutti gli altri si annuncia un evento politico prima che giornalistico. Dopo la crisi del primo governo di centro-sinistra e la rottura tra Rifondazione e il resto dello schieramento oggi all'opposizione, l'iniziativa alludeva alla ricostituzione di un punto di vista comune tra forze e persone che si erano articolate e divise. Così, del resto, è stato vissuto l'avvio dell'iniziativa. Si facevano riunioni in giro per l'Italia alle quali partecipava il mondo della sinistra diffusa e dispersa. Nella sostanza il mensile esprimeva e raccoglieva una domanda di costruzione di una forza politica.
Per fortuna il ruolo della «rivista» non è stato solo questo, ma qui non c'è bisogno di esprimere particolari elogi, perché essi sono nei fatti. La sua capacità di approfondire temi di fondo della politica italiana e internazionale ha rappresentato un valore in sé, e come tale si è affermata nel pur debole mercato dell'informazione politica di qualità del nostro paese. La «rivista» però era nata con altre ambizioni, è inutile nasconderlo. Tra alti e bassi essa promuoveva un progetto politico: quello della ricomposizione della sinistra radicale di estrazione comunista. Ora io penso che l'esaurimento della spinta è dovuto al fatto molto semplice che, almeno in apparenza, il progetto si è realizzato.
Capisco che questa affermazione può sembrare paradossale, visto che da poco «il manifesto» quotidiano è stato teatro del lancio della proposta, da parte di Asor Rosa, di un processo costituente della sinistra alternativa: quella del 13%, per capirci. Eppure a me sembra che, se si tralascia per un attimo la pur rilevantissima questione degli equilibri tra forze politiche e tra gruppi dirigenti, il dato di fondo sia incontrovertibile. La rottura del '98 è superata, oggi c'è un centro-sinistra del quale fa parte a pieno titolo Rifondazione comunista. Le forze a sinistra dei Ds, nonché la sinistra dei Ds, su molte rilevanti questioni hanno posizioni ed esercitano iniziative comuni. Francamente non credo che abbia ragione Asor Rosa nel pensare che un partito unico del 13% conterebbe di più dei singoli pezzi nei quali oggi è articolata quest'area. Penso che le questioni sarebbero tutte nelle stesse identiche dimensioni. Da tempo mi sono convinto che i processi di organizzazione delle forze politiche e dei loro gruppi dirigenti - almeno nel breve periodo - dipendono molto da fattori `esterni' ad esse; dalle forme della comunicazione (con la centralità della televisione) al sistema elettorale. Nell'attuale mix di Porta a Porta e maggioritario, non so se davvero sarebbero più forti - con maggior potere contrattuale - le varie forze a sinistra dei Ds, se esse fossero federate in un'organizzazione speculare al listone riformista. Sarò un po' scettico e rozzo, ma ho l'impressione che non cambierebbe nulla.
Il passaggio strategico della situazione politica italiana è invece un altro. Quello del come si costruisce una vera alternativa al liberismo, oltre alla sua contingente versione berlusconiana. È su questo piano che tutti ci si deve misurare con le forze della sinistra moderata e riformista, e con le tentazioni neocentriste. Mi pare che questo sarebbe il terreno per la ridefinizione di una nuova missione della «rivista».
Articolo allora qui i temi che a me paiono prioritari.
1. La pace e la guerra. Temo che la sudditanza dell'Onu e delle istituzioni internazionali all'aggressività e all'uso della forza da parte dell'imperialismo americano non costituiscano un'eccezione temporale, ma una fase nuova delle relazioni internazionali. Nella sostanza siamo di fronte alla normalità della guerra e al fatto che essa torna ad essere lo strumento fondamentale, con il quale si disciplinano i rapporti di forza. Persino lo strumento con il quale si puntellano le difficoltà delle economie, come è sicuramente per gli Stati Uniti. La radicalità dell'opposizione alla guerra oggi finisce per scontrarsi con posizioni politiche che, anche là ove ci si oppone all'intervento in Iraq, non hanno la forza di mettere davvero in crisi la politica degli Usa. La debolezza strategica delle posizioni di Prodi rispetto al futuro delle relazioni tra Europa e Usa, è indicativa di come il no alla guerra in Iraq non basti a fermare Bush e la guerra preventiva. Lo stesso Zapatero - che ha compiuto una scelta che secondo me, in analoghe condizioni, il centro-sinistra farebbe fatica a ripetere - mantiene le truppe in Afghanistan e delimita allo scacchiere mediorientale il dissenso con gli Usa. Penso che così non si costruisca nulla di strategico. Una sinistra alternativa può forse costruire qualche mediazione a breve sulla politica internazionale, ma non può non avere una visione e una prospettiva strategica rispetto al cambiamento di fase determinato dalla normalità della guerra.
2. Il liberismo non è affatto in crisi. Ne sono in crisi alcune espressioni politiche, come forse Berlusconi in Italia, se ne incrina l'egemonia culturale più grossolana e yuppistica degli anni ottanta e novanta. È più facile parlare male del pensiero unico, crescono movimenti di opinione che rivendicano un altro modello sociale e di sviluppo. C'è l'influenza forte dei movimenti new global. Ma l'azione economico-sociale del liberismo prosegue e avanza, non arretra. I socialisti francesi, prima di perdere le elezioni, dichiaravano che essi accettavano l'economia di mercato, ma non la società di mercato. Ecco, è proprio la società di mercato che si afferma a macchia d'olio, non solo nei paesi in via di sviluppo, in Cina, e ovviamente negli Stati Uniti, dov'è nata. È in Europa che c'è il più veloce avanzamento di questo modello sociale. I governi europei si sono divisi sull'Iraq, ma sono sostanzialmente uniti nel perseguire o nel subire la società di mercato. Uno dei tradizionali punti di forza della sinistra e delle sinistre, le organizzazioni sindacali, è in difficoltà e in crisi ovunque. Il lavoro diventa sempre più centrale nei meccanismi economici, ma sempre più marginale nella politica: torna purtroppo ad essere merce, come da noi sanziona la Legge 30. Anche qui Prodi a me pare espressione di una crisi strategica di alternative, che non può essere coperta solo dalla buona volontà. Il capitalismo `renano', e l'economia sociale di mercato, a cui egli si ispira e che sono alla base dei documenti della Confederazione sindacale europea e di tutti i buoni propositi dell'Unione, vengono progressivamente abbandonati e travolti dall'opzione liberista.
Io penso che senza un'analisi del poderoso avanzare della società di mercato e senza una ridefinizione di cosa concretamente significhi metterla in discussione, senza affrontare il nodo di come e dove rompere il meccanismo della globalizzazione liberista, la sinistra di governo rischia di governare le cause delle proprie sconfitte, mentre quell'alternativa rischia di trovarsi sempre di più nel cielo di quella che una volta avremmo chiamato la sovrastruttura. Essa così rischia di divenire sede di buoni propositi e buoni pensieri, che si scontrano però con la durezza e la brutalità dei processi economici e sociali.
3. Come si può intuire da quanto ho scritto fin qui, l'Europa non è affatto una riserva sicura per la sinistra. Tutta l'azione politica e istituzionale dell'Europa dei 25 è fondata sull'azione giacobina per imporre la società di mercato. Basta analizzare lo spirito e la sostanza della Direttiva Bolkestein sulla libertà dei servizi, per capire che ormai il governo reale dell'Europa è una succursale del Fondo monetario internazionale e del Wto. Che poi vi siano classi dominanti europee che pensino di competere con gli Usa, o con la Cina, questo è vero, ma è una competizione che avviene sullo stesso terreno: quello del liberismo. Le forze socialdemocratiche e centriste che si oppongono alla destra, in Europa, non riescono ad esprimere nulla di realmente alternativo a tutto questo. Se l'Europa votasse tutta assieme come gli Stati Uniti, queste forse sarebbero al massimo in grado di esprimere una figura come Kerry a rappresentarle. Le forze che contestano da sinistra questa Europa, rischiano complessivamente di essere più deboli delle forze che la contestano da destra, in nome del populismo e del razzismo. Ma ragionare e operare su e per un'altra idea dell'Europa, pone le sinistre in progressiva condizione di conflitto con la cultura liberaldemocratica, che governa gran parte degli schieramenti che si alternano al governo dei paesi dell'Unione.
La guerra, l'avanzata del liberismo, l'Europa liberista sono i contesti nei quali si pone la questione dell'efficacia della sinistra alternativa. Io penso che, senza un'analisi spietata della realtà, senza utilizzare a fondo il pessimismo dell'intelligenza, non si va da nessuna parte. Lo vediamo anche nell'evoluzione della crisi italiana.
Tra maggio e giugno, sull'onda di alcuni successi dei movimenti (Scansano, Melfi) e della sconfitta di Berlusconi alle elezioni europee, si dava per scontata la fine del governo Berlusconi e della sua politica. Non sta andando così. Certo la crisi economica si aggrava e una buona parte dei poteri economici e delle imprese vorrebbero disfarsi dell'attuale presidente del Consiglio. Ma il ricambio non è così semplice, perché ciò che manca è la definizione di una politica davvero alternativa a quella attuata in questi ultimi anni. Se a questo aggiungiamo il fatto che un'eventuale sconfitta di Berlusconi lascerebbe al centro-sinistra un quadro di conti pubblici e una situazione produttiva pensantissimi, si capisce come la situazione politica italiana rischi di avvitarsi su se stessa, piuttosto che produrre una svolta positiva. Le difficoltà che ha l'opposizione a costruire un programma alternativo a Berlusconi nascono tutte dalle ragioni che prima, sommariamente, elencavo. Si tratterebbe, in realtà, di costruire un'alternativa profonda su tutti i piani delle scelte politiche. Ma Berlusconi in realtà verrà sconfitto nel quadro di un'alternanza. Per questo a me paiono fuorvianti i paragoni che, anche in casa nostra, si fanno per motivare la necessità delle alleanze le più estese possibili, pur di mandar via Berlusconi. Berlusconi non è Mussolini, anche se ci sono vari Badoglio in giro. Tutti i paragoni con il passato non aiutano, stiamo scrivendo, e vivendo, una storia nuova. Se non altro perché se anche riuscissimo a mandare via Berlusconi dal governo egli, a differenza di Mussolini, conserverebbe il 40-45% del potere politico, il 30% di quello economico, l'80% di quello mediatico. E proprio qui sta il potenziale cortocircuito del rapporto tra alternativa e alternanza. Questo rapporto non può essere certo risolto con formule o éscamotages politici dell'ultima ora, perché esso è determinato dai processi profondi avvenuti in questi anni nell'economia e nella società.
Proporrei allora di continuare con un'altra fase della «rivista». Provando a misurarci con il persistere di una crisi profonda della sinistra, in tutte le sue espressioni. Si tratta di avere un progetto che vada oltre la scadenza elettorale e le alleanze che ad essa accederanno. Si tratta di ragionare sui processi economici sociali profondi e di stimolare criticamente la sinistra alternativa che c'è oggi, ma con il pensiero rivolto alla crisi profonda di un mondo ben più vasto di essa: l'intero schieramento liberalsocialista che fronteggia la destra. Forse bisogna riprendere a riflettere sulla crisi strategica del riformismo in tutte le sue versioni. Forse si tratta di ragionare di più sulle forme dell'organizzazione politica e di quella sociale, non dando per scontato nulla, neppure la crisi della forma partito. Forse si deve tornare su una questione troppo sorvolata sotto l'offensiva della globalizzazione: quella dello Stato, dei suoi poteri, della sua capacità di intervento sugli equilibri sociali e di mercato.
A me pare che in questi ultimi mesi sia cresciuta una domanda di autonomia critica rispetto ai processi che vengono messi in atto dalle forze politiche dell'opposizione per battere Berlusconi. Ecco, se potessi sintetizzare il compito di una rinnovata «rivista del manifesto», direi che dovrebbe radicarsi nella questione economica e sociale, occupandosi di come si affronta e si combatte il berlusconismo reale, che si è affermato nella società e nella cultura. Che temo persisterà anche dopo l'auspicabile e possibile sconfitta elettorale dell'attuale presidente del Consiglio.