Livio Maitan
LA MITEZZA E IL RIGORE
Salvatore Cannavò
La morte di Livio Maitan ha chiuso un pezzo della nostra vita. Non gli abbiamo solo voluto bene, ma lo abbiamo ascoltato con passione quando, da giovani, ci raccontava la storia del movimento operaio, di quel movimento cui ha dedicato ogni minuto della propria vita, con lo sguardo di chi l'aveva vissuto in controtendenza. Ed era proprio quella storia vissuta `a contrappelo' che ci affascinava, perché Livio sapeva trovare una spiegazione coerente a tutti gli snodi drammatici del secolo, a dimostrarci che esisteva una storia controfattuale, fatta di `se' e di `ma' e che sconfitte e tragedie non erano necessariamente inscritte nel `codice genetico' del comunismo. Lui, portatore di una tesi di parte, minoritaria, è stato sempre parte della storia del movimento operaio.
Livio Maitan era nato a Venezia nel 1923, si era diplomato in lettere classiche all'università di Padova e aveva, giovanissimo, partecipato alla resistenza socialista durante l'occupazione nazista. Costretto a rifugiarsi in Svizzera è anche stato in un campo di internamento alla fine della guerra. Aderì alla sinistra socialista, divenendo segretario della Federazione giovanile socialista, ma già nel 1947 conobbe e aderì alla Quarta internazionale, cui ha dedicato tutta la sua vita senza però ritagliarsi un ruolo di nicchia o rifugiarsi nel settarismo. Nel 1948, infatti, fa parte della direzione del Fronte popolare. È nel 1951 che entra nella direzione della Quarta internazionale, provando, in condizioni quasi impossibili, a proseguire l'opera di Trotzky e dell'Opposizione di sinistra insieme a una pattuglia di dirigenti - Michel Raptus (Pablo), Ernest Mandel, Pierre Frank -, di cui era ormai rimasto l'ultimo esponente. Sono gli anni più difficili per il movimento trotzkysta, attaccato dalle forze di polizia da un lato e definito dalle forze staliniste `hitlero-trotzkysta'. Sono gli anni che danno vita a quel progetto che va sotto il nome di `entrismo' - troppo spesso connotato solo negativamente -, che porta molti quadri di quel movimento a stare là dove si trova il movimento operaio, garantendosi l'agibilità politica e quindi impedendo che forze vive, per quanto piccole, si disperdessero.
Di questo lungo periodo, difficile e convulso, Livio ha lasciato molti libri. Oltre alla cura, alla traduzione o alla prefazione, di quasi tutte le opere di Trotzky, sono di questo periodo Attualità di Gramsci e politica comunista (1955), Teoria e politica comunista nel dopoguerra (1959), Trotzky oggi (1959), Il movimento operaio in una fase critica (1966), Pci:1945-1969, fino ad arrivare alla riflessione che lo ha distanziato dalle forze della nuova sinistra, attratte dal maoismo e che invece egli analizza criticamente in Partito, esercito e masse nella crisi cinese (1969). Sul finire degli anni '60 iniziano a segnalarsi i prodromi del sommovimento che sta per accadere. Sono gli anni in cui nasce il giornale «La sinistra», diretto da Lucio Colletti, che rappresenta un primo tentativo di raggruppare le forze migliori a sinistra del Pci. Ma la rivista ha vita breve e chiude. Di quella possibilità non rimane molto e con il '68-'69 si formano diversi, forse troppi, gruppi della sinistra rivoluzionaria - anche `l'entrismo' finisce -, che però non riusciranno mai a trovare una forma di comunicazione stabile, una collaborazione capace di formare una massa critica alla sinistra del più grande partito comunista d'occidente. Negli anni '70 segue con molta attenzione l'andamento della crisi economica e lo sviluppo della lotta di classe. È molto attento alle vicende operaie - lo si può ricordare davanti ai cancelli di Mirafiori o della Fatme di Roma - e alla crisi del capitalismo: scrive La grande depressione (1929-1932) e La recessione degli anni '70 (1976) e poi Dinamica delle classi sociali in Italia (1976), nel quale polemizza con le analisi di Paolo Sylos Labini che pure accetta di scriverne la postfazione, a dimostrazione del rispetto e della stima che lo circonda, pur in presenza di forti divergenze politiche (e non è un caso quindi la sua frequentazione con lo stesso Enrico Berlinguer). Sul finire degli anni '70, nel principio del riflusso, Livio partecipa alla rifondazione della sezione della Quarta internazionale, dando vita alla Lcr e intraprendendo un percorso molto originale che lo porta prima alla confluenza in Democrazia proletaria e poi alla nascita di Rifondazione comunista. Negli anni '90 scrive Al termine di una lunga marcia, dal Pci al Pds (1990), Anticapitalismo e comunismo: potenzialità e antinomie di una rifondazione (1992), e poi ancora sulla Cina, Il dilemma cinese (1994), Dall'Urss alla Russia (1996), un saggio che contiene la polemica con le tesi di Marco Revelli, Tempeste nell'economia mondiale (1998), fino alla sua biografia politica La strada percorsa, dalla resistenza ai nuovi movimenti (2002).
Livio è stato molto amato e stimato da quelli che lo hanno conosciuto. Il suo rigore morale, il suo ineguagliabile stile politico (nel corso della sua vita non ha mai ricoperto un incarico istituzionale di nessun tipo, né lo ha mai chiesto) lo hanno fatto rispettare anche da avversari caparbi. Merito anche di posizioni politiche che non sono mai sfociate nel dogmatismo o nel settarismo, ma sempre attente all'evoluzione dei rapporti di forza tra le classi, alle `dinamiche strutturali' dell'economia capitalistica. Livio era il contrario della caricatura del `vecchio trotzkysta' e il duro isolamento che lo ha accompagnato per moltissimi anni non ha mai piegato la sua fiducia nel dibattito, nel confronto aperto, nella polemica `tra compagni'. Anche nel Prc era questo l'esempio che portava e che tutti gli hanno riconosciuto, anche se al partito ha dato molto più di quanto abbia ricevuto.
Per alcuni, forse molti, Livio Maitan è stato un'`anima bella', un uomo coerente con le proprie convinzioni ma in fondo lontano dalla politica concreta. Un giudizio non solo ingeneroso ma anche inesatto. Intanto perché lo `stile' di Livio era in fondo una forma della politica, spesso troppo rara, una coerenza interna tra il progetto e la pratica e, in fondo, anche una coerenza tra etica e politica. Certo, si può dire che la sua sia stata una storia di minoranza che non ha mai ottenuto risultati esaltanti in termini di consenso. Ma a questa ricostruzione manca una considerazione fondamentale: e cioè che se la politica a Livio ha dato torto - nel senso che il movimento operaio si è sviluppato lungo le linee che lui ha contrastato - la storia gli ha dato ragione. Forse troppo tardi, ma gli ha dato ragione. La critica allo stalinismo, oggi, diventa un elemento costitutivo della rifondazione della sinistra; il giudizio sulla Cina, retrospettivamente, può trovare concordi coloro che invece divergevano negli anni della Rivoluzione culturale; l'ipotesi della scomparsa del lavoro sembra una banalità mal riuscita, oggi che `un nuovo movimento operaio' è in gestazione e nel momento in cui, attorno a questo, si nota un risveglio di parti importanti del sindacato. Questo iato, tra la politica e la storia, ovviamente può essere imputato a scelte personali sbagliate, a passaggi mal compresi, a errori comprensibili. Ma anche la politica della sinistra dovrebbe utilizzare questa riflessione per interrogarsi sulle proprie premesse e sulla propria storia, quindi sul proprio futuro.
Del resto, era questo l'approccio che Livio ha dato all'ultima parte della sua vita, interamente dedicata a Rifondazione comunista. Maitan credeva molto in questo progetto, credeva cioè, a partire dalla sua collocazione nella Quarta internazionale, che il futuro del movimento operaio e della storia comunista fosse segnato da ricomposizioni, da rapporti più fecondi tra correnti culturali diverse, in direzione di partiti ampi e plurali, rinnovati e coerentemente anticapitalisti, segnati dal rapporto, imprenscindibile, con i nuovi movimenti e con le nuove generazioni. Molti giovani comunisti se lo ricorderanno in piazzale Kennedy, a Genova, con i pantaloncini corti e la borsetta a tracolla, spuntare in mezzo ai lacrimogeni; altri lo avranno senz'altro visto a Porto Alegre, ospite del governatore dello stato di Rio Grande do Sul, Olivio Dutra, il quale - memore dell'impegno che Livio aveva profuso per contribuire alla fondazione del Pt brasiliano, in virtù della sua passione per l'America latina - gli riservò un trattamento d'onore.
A questo progetto di `rifondazione' complessiva della sinistra credeva moltissimo ed era una delle ragioni che lo portava a stimare questa «rivista», in cui, diceva, si potevano trovare «quelle poche cose intelligenti che si scrivono a sinistra». Aveva scritto molto, nella sua vita, e letto molto. Era diventato così collaboratore fisso di «Liberazione», in cui si esercitava in analisi puntuali senza per questo mischiarle mai con il dibattito interno o con la polemica interna. Non condivideva il nuovo corso di Rifondazione, ma questo non gli impediva di sentirsi parte attiva del partito, un dirigente in nessun modo `in pensione'.
Di Maitan va ricordata l'umanità e la semplicità, la costante relazione con la vita normale. Sempre fuori dai riflettori dei media (salvo quella volta in cui la stampa lo additò come colui che, con il suo voto nel Cpn del Prc, aveva fatto cadere il governo Prodi), Livio, come ha ricordato al suo funerale Alain Krivine, riusciva a combinare tre passioni: «La rivoluzione, la vita e…il football». Nel 1992 aveva subito un'operazione al cuore che gli sostituì una valvola e dovendo scegliere tra una di origine sintetica - che gli assicurava una vita più lunga ma sedentaria - e una di origine animale - più usurabile, ma che gli avrebbe consentito di continuare a giocare a pallone, come ha fatto fino a 75 anni - scelse quest'ultima.
Con lui se ne va uno dei personaggi `alti' del Novecento, una vita contrassegnata dalla speranza di rivoluzione capace di non disperarsi per non averla vissuta. Non a caso amava citare una frase di Erich Fromm con la quale ci sembra giusto salutarlo: «La speranza è paradossale. Non è passiva attesa, né irrealistica forzatura di circostanze che non possono avverarsi. È come la tigre rannicchiata che salta solo quando è il momento. Lo stanco riformismo e l'avventurismo pseudo-radicale non sono espressione di speranza. Sperare significa essere pronti in ogni momento a ciò che ancora non è nato, e anche a non disperarsi se nulla nasce durante la nostra vita. Non vi è senso alcuno nello sperare in ciò che esiste, o in ciò che non può svilupparsi. Coloro che hanno poca speranza scelgono gli agi o la violenza: coloro che sperano ardentemente vedono o amano ogni segno di una nuova vita e sono pronti in ogni momento ad aiutare la nascita di ciò che è pronto a venire al mondo».