numero  55  novembre 2004 Sommario

Elezioni in Australia

STORIE DELL'ALTRO MONDO
Joseph Halevi  


Le elezioni che si sono svolte in Australia il 9 ottobre 2004 costituiscono un punto di svolta nell'evoluzione politica del paese. Esse sanciscono l'assoluta egemonia politica e culturale, nel senso antropologico della parola, del blocco conservatore formato dal Partito liberale, in realtà un partito anglo-protestante di estrema destra completamente estraneo alle filosofie liberali, e dall'ex Partito agrario che oggi porta il nome di National Party.
Perchè queste elezioni sono state così importanti malgrado lo spostamento molto limitato di voti? Infatti i Laburisti hanno totalizzato il 38,2% di voti diretti con un guadagno (simile ai minispostamenti italiani dell'era Dc-Pci) dello 0,4%, mentre il blocco liberal-nazionale ha ottenuto circa il 47% dei suffragi diretti con un aumento di poco inferiore al 4%. Il partito dei Verdi ha totalizzato il 6,9% con un aumento dell'1,9, assai inferiore ai pronostici che ipotizzavano una crescita intorno al 2,5%. Infine sono crollati gli Australian Democrats, un partito, uscito dai liberali, oscillante al suo interno tra posizioni di centro-sinistra e di centro-destra, che dal 5,5% è sceso a poco più dell'1%, scomparendo dalla scena politica. La stessa sorte è toccata al partito xenofobo One Nation, che ha ricevuto la stessa percentuale contro il 4% del 2001 e oltre l'8% del 1998. Infine è emersa una formazione conservatrice-tradizionalista religiosa, il Family First Party, che ospitava nel gruppo fondatore una candidata aborigena. La nuova formazione ha ricevuto il 2% dei voti conquistando nella zona di Melbourne un seggio al Senato federale, che basta, si pensa, a fornire al blocco conservatore la maggioranza necessaria per governare il Senato. In questo modo tutto può essere varato rapidamente compresa l'abolizione della proprozionale per le elezioni al Senato. La prospettiva è un governo conservatore almeno per altre due legislature.
L'insieme dei flussi elettorali ha penalizzato in maniera decisiva il Partito laburista, allontanandolo ulteriormente, malgrado la stazionarietà dei suffragi raccolti, dal proprio elettorato. In Australia alla Camera il sistema elettorale è uninominale con l'obbligo di votare tutti i candidati in un ordine decrescente di preferenze. Si faccia l'ipotesi di tre liste per un seggio. La prima riceve il 40% dei voti diretti, la seconda il 35 e la terza il 25. Si faccia inoltre l'ipotesi che gli elettori della lista più votata esprimano tutti, come seconda preferenza, la lista del 35%, e così facciano anche gli elettori della terza lista, mentre i votanti della lista intermedia diano la seconda preferenza alla lista del 25%. È ovvio che la lista di testa ottiene la terza ed ultima preferenza da parte dei votanti di quella intermedia e di quella del 25%. Non riceve quindi alcuna seconda preferenza. Ne consegue che la persona eletta apparterrà alla lista intermedia, la quale sommando le preferenze dirette e le seconde ricevute dalle altre liste, ottiene più voti di tutti. L'importanza dei piccoli partiti risiede da come essi orientano le seconde preferenze. Infatti se, poniamo, una lista neoconservatrice o xenofoba togliesse al blocco conservatore dei voti diretti, detti anche primari, restituendoli però sotto forma di seconde preferenze, nulla cambierebbe dal lato dei seggi conquistati dal detto blocco. Diversa sarebbe invece la situazione se sorgesse una lista che aspira voti da un blocco e li ridistribuisce a un altro. Ed è questo che è successo al Partito laburista all'interno del suo stesso elettorato soprattutto nelle elezioni del 1998 e del 2001. La redistribuzione ha funzionato con il partito xenofobo One Nation, che prima ha pescato profondamente nelle zone più tradizionali del Labor Party e poi ha scaricato, con le seconde preferenze, questi voti verso il blocco conservatore. Una volta scomparso il partito xenofobo i voti non sono più ritornati ai laburisti. La stessa fondatrice di One Nation, Pauline Hanson, ha più volte affermato di aver svolto un ruolo `positivo' ormai concluso, perché molte delle sue idee sono state assorbite dall'attuale primo ministro John Howard.
Prima di entrare nella dimensione sociale della débâcle politica laburista bisogna cogliere due dimensioni della tecnica elettorale australiana. In un sistema a circoscrizioni uninominali tutto si gioca sui seggi marginali. Se questi si spostano sempre di più dentro le zone laburiste sarà il Labor Party a entrare in difficoltà. Al limite, il partito può anche avere un buon successo elettorale, ma se la sua media nazionale aumenta a causa di una forte progressione nelle circoscrizioni ove già ottiene maggioranze bulgare nonché nelle cricoscrizioni ove non ha alcuna chance di vincere, il risultato sarà comunque negativo. Basta infatti che accanto alle zone bulgare vi siano delle circoscrizioni di tradizione laburista che subiscono un'erosione da parte di orientamenti sottoproletari di destra, ed ecco che il Labor Party è completamente cucinato.
Conviene ora risalire indietro nel tempo per chiarire l'importanza politico-sociale di queste elezioni. Il cambiamento fondamentale nella storia australiana del periodo post Bretton Woods, cioè successivo alla dichiarazione con cui Nixon abbandonava la parità tra il dollaro e l'oro dando inizio all'era della instabilità e della stagnazione, avvenne con la vittoria laburista del 1983. Molti in Australia considerano il governo laburista di Gough Whitlam del periodo 1972-1975 come un avvenimento epocale. Da quanto ho capito, visto che allora non pensavo nemmeno lontanamente di finire quaggiù, lo era certamente sul piano romantico, in quanto Whitlam significava: uscire dal Vietnam (sebbene a prendere la decisione fosse stato il suo predecessore liberale), istruzione universitaria gratuita, servizio sanitario nazionale, e altro.
Il problema era, tuttavia, come attuare un programma simile in un paese ove il capitale si concentra nelle multinazionali del settore minerario, negli interessi agrari e finanziari. Ove l'industria è vista come un male imposto dall'isolamento geografico e dalla necessità di una pace sociale con i lavoratori che, peraltro, in maggioranza erano, se non di recente immigrazione, abbondantemente razzisti, quindi elementi di sostegno alla collocazione anglo-americana del paese. Malgrado il settore industriale assicurasse negli anni settanta un'alta percentuale del Pil e dell'occupazione, la conformazione tecnologica era molto arretrata. Le stesse multinazionali inviavano - come allora succedeva anche in Messico ed in America latina - impianti e tecnologie già obsolete in patria e nei mercati europei. I profitti provenivano dai sussidi governativi e dal protezionismo. Innovazioni, poco o nulla. Gli alti livelli di vita della popolazione, relativamente all'Europa, erano dovuti al patto corporativo che ha retto il paese sin dalla sua trasformazione nel 1901 da colonia britannica in federazione australiana semi-indipendente da Londra. Molto simile al sistema teorizzato dal giurista nazionalista e fascista Alfredo Rocco, il corporativismo australiano permetteva - per vie giuridiche e con scadenze regolari - l'adeguamento dei salari ai livelli che la Commissione di Arbitrato definiva in base alla capacità di pagamento da parte delle imprese. Il deficit australiano in termini tecnologici era talmente grave che senza il protezionismo il paese sarebbe stato condannato alla povertà. Data la bassa tecnologia, gli aumenti effettivi di guadagno provenivano dalle ore straordinarie di lavoro, dai turni di notte, dal lavoro effettuato durante il sabato.
Whitlam capì l'esigenza di una radicale trasformazione che modernizzasse il paese sulla falsariga della socialdemocrazia scandinava. Tuttavia le condizioni internazionali nixoniane impedivano l'attuazione di tale strategia. L'aumento dei prezzi delle materie prime e del valore del dollaro australiano rafforzavano l'asse finanziario mineral-agrario, mentre lo stesso fenomeno debilitava ulteriormente la decotta industria, che peraltro ricevette un bel colpo dallo stesso Whitlam a causa della riduzione dei dazi del 25% attuata per favorire i rapporti con le già dinamiche economie asiatiche.
Whitlam venne deposto nel 1975 da un colpo di mano conservatore che ricorse all'uso da parte del governatore generale di un desueto potere di riserva della corona britannica. Ma l'elettorato confermò il colpo di mano. Il nuovo governo conservatore diretto da Malcom Fraser, oggi uno dei maggiori critici dell'attuale premier Howard (che era stato suo ministro del Tesoro), promise che l'Australia non sarebbe cambiata: abrogò il servzio sanitario nazionale, reintrodusse i dazi doganali e le pratiche corporative. Piacque e venne votato per otto anni. A sconfiggerlo fu la rivoluzione in Iran e il connesso secondo shock petrolifero (1979) che innescò lo stesso meccanismo della crisi precedente con l'aggravante dell'impennata dei saggi di interesse negli Usa. Quindi: nuovo rafforzamento del settore minerario ed enorme arricchimento di quello finanziario mentre la debole e incapace industria locale riceveva un secondo colpo mortale. Il colpo di grazia lo riceverà dai laburisti nei primi anni novanta. Con la disoccupazione oltre il 10%, i laburisti ritornarono al governo nel marzo del 1983, promettendo cambiamenti.
Il governo laburista australiano del 1983-1996, insieme al suo omologo neozelandese, ha fatto da battistrada ai paesi dell'Ocse nell'elaborazione di tutta una strategia di neoliberismo consensuale, cioè forte dell'appoggio dei sindacati. Gli assi principali della politica laburista, previa reintroduzione del servizio sanitario nazionale (Medicare), furono i seguenti:
- liberalizzazione finanziaria e quindi del tasso di cambio;
- politica salariale e contrattuale;
- mutamento del concetto stesso di spesa pubblica sociale.
La prima misura venne introdotta poco dopo l'avvento dei laburisti al governo. Essa ha avuto l'effetto di alimentare il processo di indebitamento estero del settore privato, fino allora virtualmente inesistente, che oggi si situa al 40% del Pil. Inizialmente l'indebitamento estero fu dovuto prevalentemente a operazioni speculative facilitate sia dall'alto valore del dollaro australiano, sostenuto dai prezzi delle materie prime, sia dai maggiori tassi di interesse reali praticati in Australia. Banche e società finanziare si indebitarono internazionalmente per prestare ai più elevati tassi locali. Una buona parte delle finanziarie private crollò, dopo il 1985, quando, con gli accordi del Plaza Hotel di New York, la svalutazione del dollaro Usa iniziò ad accelerare la caduta dei prezzi delle materie prime. L'Australia si trovò completamente scoperta. In brevissimo tempo la moneta locale si svalutò del 25% amplificando il peso del debito estero mente il governo si vide costretto ad aumentare drasticamente il saggio di interesse con la conseguenza di provocare una crisi da indebitamento sul piano interno. Le finanziarie crollarono, le banche ridussero le attività estere, però il debito rimase continuando ad espandersi. L'ondata speculativa e gli elevati saggi di interesse disarticolarono gli investimenti, creando le condizioni per cui il paese da allora è diventato importatore netto di merci mentre prima del 1983 il deficit della bilancia dei conti correnti era principalmente dovuta a servizi, noli e assicurazioni. La progressione del deficit estero, che anno dopo anno si aggiunge al debito, ha conferito ormai all'Australia il primato nella percentuale del deficit rispetto al Pil, superiore anche a quella degli Usa.
La politica salariale si può sintetizzare in una frase del ministro del Tesoro e poi primo ministro laburista Paul Keating: «chi domina i salari domina il paese». Per Keating solo i laburisti potevano realizzare questo obiettivo e questo in Australia faceva del Labor Party «il partito naturale di governo». Tuttavia questa visione stalinista dei salari ha, come vedremo, un punto debole. In un paese industrialmente arretrato come l'Australia, ove le classi possidenti non vogliono l'industria, avendola solo subita per circostanze storiche, il salario stesso come espressione sociale e organizzativa, su cui poggia in definitiva la capacità del Labor Party di controllarlo, può scomparire o ridursi ai minimi termini. E così è successo portando alla crisi della base sociale del Labor.
La politica salariale e contrattuale venne formulata nel 1983 e nel 1986 con il contributo decisivo del sindacato dei metalmeccanici, il più grande e il solo che avesse delle idee. Il gruppo dirigente dei metalmeccanici era in buona parte comunista, soprattutto lo era il suo segretario Laurie Carmichael, che assorbì molte delle idee sulla pianificazione degli investimenti espresse dalla Fiom durante gli anni settanta. Inizialmente l'accordo prevedeva aumenti salariali solo in rapporto all'inflazione. Fu una scelta esplicita da parte dei metalmeccanici per permettere recuperi nella produttività. L'analisi della industria australiana come fatiscente era giusta e l'obiettivo era concedere margini ai profitti per ottenere maggiori investimenti. Tuttavia il fatto che il patto - Accord - venne negoziato tra il governo (partito) e il sindacato senza nemmeno sentire gli industriali, la controparte essenziale, quella che avrebbe dovuto effettuare, appunto, gli investimenti, dimostra che si trattava di pura strategia politica. Tanto fumo e niente arrosto. I salari reali vennero bloccati e gli investimenti non si fecero vedere, occupati com'erano a dirigersi verso le attività speculative e di indebitamento apertesi con la liberalizzazione del tasso di cambio e dei flussi di capitale. A questo si aggiunse la deflazione delle materie prime, acceleratasi con il già citato accordo del Plaza di New York nel settembre del 1985. Il conseguente crollo del dollaro australiano portò Paul Keating, allora ministro del Tesoro, a dichiarare che l'Australia si stava trasformando in una repubblica delle banane.
Il governo sfruttò la svalutazione al fine di ottenere lo sganciamento dei salari dall'inflazione. Aumenti salariali erano permessi solo in cambio di una maggiore efficienza e produttività. Il nuovo Accord non contemplava alcun aggancio automatico tra salari e produttività. Il processo era ex ante. Ogni sindacato che volesse iniziare una vertenza salariale doveva dare anticipatamente garanzie sulla disponibilità a migliorare la cosiddetta efficienza dell'impresa.
Il tutto succedeva in un clima in cui i capitali ballavano la danza della speculazione e dell'indebitamento estero senza, quindi, produrre nuovi investimenti tecnologici. Le garanzie circa una maggiore efficienza si trasformarono in garanzie concesse a una maggiore flessibilità del lavoro in termini contrattuali, introducendo contratti atipici e part-time. Venne indebolita la componente centralizzatrice della contrattazione a favore della dimensione aziendale. All' interno di questa, i laburisti spinsero con successo per la firma di contratti extra-sindacali tra direzione e dipendenti non sindacalizzati.
Ugualmente drastici furono i mutamenti introdotti nei meccanismi della spesa pubblica. Durante il periodo 1983-1996 il governo laburista sposò in pieno, per cinismo politico, l'assurda tesi dei deficit gemelli, in base alla quale il disavanzo pubblico governa il deficit estero. Questa era la foglia di fico per nascondere il blocco degli investimenti infrastrutturali e per trasformare il denaro pubblico in fondi da far confluire verso i mercati finanziari. Tali operazioni riescono solo per pochissimi anni, poi la situazione sociale, indotta dalla stessa politica di decurtazione del bilancio, fa riapparire il deficit. Immancabilmente questo si verificò anche in Australia.
Tuttavia, l'elemento caratterizzante della spesa pubblica dei laburisti era la sua finalizzazione alla corporatization degli enti pubblici. Per corporatization si intende la trasformazione dell'ente pubblico in un'unità la cui performance è vagliata secondo criteri di redditività finanziaria. Se un ente vende la propria sede a prezzi fissati dalla rendita urbana e subappalta le sue attività mantenendo un ristretto centro direzionale in una sede più piccola, tale ente sarà considerato un ente di successo. Si noti che questo processo richiede autonomia decisionale da parte della direzione dell'ente, la quale appunto diventa simile a un consiglio di amministrazione di una società privata. Tutto ciò sta regolarmente accadendo in Australia da circa due decenni. Questo processo non è in contraddizione con l'accresciuta centralizzazione del budgeting, sia a livello federale che a livello statale, sostenuta dai laburisti 1. Infatti la direzione e il cambiamento delle norme si effettua dall'alto verso il basso e comunque l'autonomia finanziaria degli enti è negativa. Devono sempre ricevere soldi dallo Stato, federale o locale, e l'autonomia si manifesta nella libertà di tagliare e subappaltare. Così si è formata una pletora di servizi carissimi e improduttivi, come le consulenze contabili fornite dalle grandi società commercialiste.
Concludiamo ora sulla vicenda del Labor Party. I laburisti avevano cominciato il loro periodo di supremazia nel 1983 con circa il 45% della forza lavoro sindacalizzata. Nell'anno della sconfitta, 1996, il tasso era sceso al 25% e oggi si situa intorno al 19%. Il sociologo Shaun Wilson dell'Australian National University, in uno studio di prossima pubblicazione, ha calcolato il bacino elettorale che i sindacalizzati forniscono al partito 2. Negli anni ottanta il 63% di quel 40-45% di sindacalizzati si considerava votante laburista, fornendo pertanto uno zoccolo elettorale del 27%. Lo stesso calcolo per il 2003 mostra che con un tasso di sindacalizzazione del 19% l'identificazione con il Labor Party scende al 46%, sempre alta ma su una base molto ristretta. In tal modo lo zoccolo elettorale si riduce ad un magro 9%. La sconfitta laburista sta in questo dato che mostra la disgregazione del territorio e della composizione sociale della forza lavoro. Evidentemente esiste una relazione tra la trasformazione della forza lavoro e il prosciugamento del bacino elettorale laburista. La mutazione ha tre nomi: deindustrializzazione, part-time e casual, cioè un rapporto di lavoro legale ma senza diritti sociali e pensionistici, senza congedo malattia, senza ferie e con facoltà di interruzione immediata del rapporto di lavoro. All'arrivo dei laburisti al governo l'Australia era ancora, più o meno, un paese normale. Alla fine del 1982, pochi mesi prima di vincere le elezioni, circa il 21% dell'occupazione era nel settore manifatturiero (superiore al Canada e agli Usa). Nel 1996, anno della sconfitta, la percentuale era scesa al 13,5% (inferiore al Canada ed agli Usa). Non c'è niente di male perdere posti di lavoro industriali se le imprese si modernizzano e dietro si formano servizi tecnologicamente avanzati per la progettazione, le tecnologie e simili. Ma così non è stato. Con il crollo della industria manifatturiera si è sviluppato un settore di servizi con attività aleatorie e mal pagate. Agli inzi degli anni ottanta la stragrande maggioranza della popolazione occupata era nel lavoro dipendente full time, mentre circa il 15% era nel lavoro autonomo cui si aggiungeva inoltre una spruzzatina di part-time. Oggi il part time e il casual assorbono il 38% dell'occupazione, mentre il lavoro autonomo sta sul 12%; se ne deduce che solo metà della popolazione occupata ha un rapporto di lavoro full time regolare.
L'implosione del lavoro salariato non come esistenza economica ma come forma sociale e organizzativa è avvenuta prevalentemente nelle aree laburiste. Nel corso degli anni si sono manifestate due tipi di reazioni. La prima, proveniente dalla ex classe operaia classica, ormai trasformata in residuo, ha avuto, a sua volta, due tempi. Nel 1996, con la disccupazione ancora alta e particolarmente pesante nelle zone già operaie, la punizione è arrivata nella forma tradizionale, ed è consistita nello spostare i propri voti sull'opposizione liberal-nazionale. Nelle elezioni anticipate del 1998, il Partito laburista uscì vincitore perchè sulla base delle prime e seconde preferenze ottenne il 51% dei suffragi. Non riuscì però a riconquistare le vecchie zone periferiche. Venne penalizzato dal partito xenofobo One Nation che ottenne l'8% raggiungendo alte percentuali anche nelle zone ex operaie classiche e convogliando una grande parte delle seconde preferenze verso il blocco conservatore che conquistò la maggioranza dei seggi. Marginalizzazione e reazioni xenofobe, influenzate dagli avvenimenti enfatizzati a dismisura della nave Tampa a, carica di rifugiati presentati come clandestini e quasi criminali, agirono anche sui risultati del dicembre 2001 nelle quali One Nation perse la metà dei suffragi trasferendoli direttamente al blocco conservatore. Come mai però gli emarginati continuavano a votare per i conservatori quando questi hanno svuotato il Medicare, aumentato le rette unversitarie e reso tutto più difficile obbligando, per esempio, le famiglie a comprare polizze private per le cure mediche (polizze che poi non funzionano e la gente lo sa)? Non si tratta più di ex classe operaia xenofoba anche perchè la composizione etnica delle zone operaie classiche sta cambiando.
Si tratta invece di persone che vivono dentro la flessibilità. Sanno che dal lavoro salariato non ci si può aspettare molto. Non vogliono però il sindacato perchè può creare ostacoli alla `libertà' di correre da un lavoro all'altro. Non hanno, giustamente, alcuna aspettativa circa un sistema pensionistico decente, o un sistema scolastico pubblico accettabile. Vedono che il trasporto pubblico è ridotto a mezzo per poveri, e sorte uguale tocca alle scuole pubbliche, sperimentano che le file di attesa per le cure mediche pubbliche aumentano a dismisura. E allora? Allora, logicamente ma anche con uno scarto mitologico, individuano il miglioramento economico nell'acquisizione di beni immobili da affittare, il miglioramento dei figli nella possibilità di mandarli alle scuole private, la garanzia di cure mediche più rapide negli ospedali privati o nei settori a pagamento di quelli pubblici. Non c'è tempo per discutere della guerra e della pace, né per discutere della salinizzazione del suolo e della mancanza di protezione ambientale che affligge il paese, né tantomeno per spaventarsi di fronte al trattato di libero scambio firmato con gli Usa b che conferisce un potere immenso alle corporations americane, soprattutto farmaceutiche. I conservatori sono riusciti a far credere a queste persone che esiste uno spazio garantito di esistenza per correre da un lavoro all'altro al fine di pagare mutui e altri indebitamenti, nonché le polizze assicurative e le scuole private per i figli.
Difficilmente questa popolazione, che ora è anche multienica, lavoratrice sì, salariata pure ma senza essere un soggetto sociale, rifluirà verso i laburisti. Sono stati loro a togliere ogni prospettiva al lavoro salariato socialmente organizzato. Per almeno un decennio ancora l'Australia avrà il governo che, oggi, appare come il più reazionario dei paesi dell'Ocse, non possiede il minimo concetto di progresso sociale e di modernità, ove tutto è finalizzato agli interessi finanziari, a quelli dei monopoli della telefonia delle società assicuratrici e delle multinazionali minerarie; ove ogni dibattito deve spengersi nel silenzio e nell'indifferenza per poter correre da un job all'altro e pagare, come dicono i nostri immigrati meridionali, i billi (i conti).



note:

1  Si veda il volume Ocse sulla contabilità pubblica che prende l'Australia a schema di riferimento, Modern Budgeting, Oecd, Paris 1997.
2  Shaun Wilson, The Struggle Over Work, London, Routledge 2005.
a Nell'agosto del 2001 il cargo norvegese Tampa, che aveva salvato dal naufragio 438 migranti, in maggioranza afghani, fu abbordata dalle teste di cuoio e impedita a lungo di attraccare a porti australiani (NdRM).
b Il Nafta (North American Free Trade), l'accordo di libero scambio sottoscritto nel 1994 tra Usa, Canada e Messico (NdRM).




Inizio Sommario